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Home Attualità Italia Aree interne, lo Stato prepara la gestione dello spopolamento? Il caso della Sardegna

Aree interne, lo Stato prepara la gestione dello spopolamento? Il caso della Sardegna

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Nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI) compare un obiettivo che fa discutere: per alcuni territori Sardi non si parla più di invertire il declino demografico, ma di accompagnarlo. E in Sardegna il problema non è teorico: Lula, Onanì e Orgosolo sono classificati periferici o ultraperiferici. Ma chi decide quali comunità hanno ancora un futuro?

C’è una frase, dentro il documento di programmazione nazionale, che merita di essere letta più volte. Non perché sia nascosta, ma perché rischia di passare inosservata dentro decine e decine di pagine di linguaggio amministrativo.

Il PSNAI Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027, approvato dal Governo, individua quattro possibili obiettivi demografici. Il quarto porta un titolo difficilmente equivocabile: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”

Il documento parla di territori nei quali la popolazione è ormai ridotta e in diminuzione, il rapporto tra generazioni anziane e giovani è fortemente squilibrato e le prospettive economiche e le condizioni di attrattività sono deboli. Per queste realtà il Piano non indica come obiettivo l’inversione della tendenza, ma la necessità di organizzare una risposta capace di rendere sostenibile il declino per le persone che continueranno a viverci.

Ed è qui che nasce la domanda politica, prima ancora che demografica.

Quando una Repubblica decide che per una parte del proprio territorio non c’è più l’interesse a puntare sull’inversione dello spopolamento, sta semplicemente prendendo atto della realtà oppure sta iniziando a trasformare quella realtà in una pianificazione? Ma checoincidenza, proprio una parte delle aree nel diametro dei 40 chilometri dove dovrebbe nascere l’Einstein Telecope!!!

L’idea di “Spopolamento irreversibile” non è una definizione uscita da un dibattito sui social, è una categoria inserita in un documento ufficiale di politica territoriale, ed è proprio questo a renderla politicamente rilevante.

Il Piano, va detto, non stabilisce che tutti i comuni delle Aree interne siano destinati a scomparire, né assegna automaticamente ciascun comune all’Obiettivo 4. Il PSNAI costruisce quattro differenti traiettorie e precisa che ogni amministrazione deve confrontarsi con i propri dati demografici, sociali ed economici per capire quale obiettivo sia pertinente, ma il problema rimane appieno, perché lo Stato ha inserito nella propria strategia una categoria nella quale, l’inversione del declino, non viene più considerata un obiettivo realistico.

E allora bisogna chiedersi quali territori finiranno, concretamente, dentro quella categoria e sulla base di quali decisioni, e perché la Sardegna è dentro questo piano?

Per il ciclo 2021-2027 la Sardegna conta quattro aree SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne): Alta Marmilla, Gennargentu-Mandrolisai, Barbagia e Valle del Cedrino. Le prime due erano già presenti nella precedente programmazione; Barbagia e Valle del Cedrino sono state aggiunte nel nuovo ciclo.

Nel frattempo, l’elenco ufficiale della Strategia nazionale colloca Lula e Onanì nella categoria E, “Periferico”, e Orgosolo nella categoria F, “Ultraperiferico”.

Non è una differenza meramente burocratica.

La classificazione SNAI misura la distanza dai centri che garantiscono i servizi essenziali e quindi fotografa il grado di perifericità territoriale. Ma quando alla distanza si aggiungono pochi abitanti, invecchiamento, nascite insufficienti e migrazione negativa, il problema diventa strutturale.

Onanì, per esempio, compare nell’elenco nazionale con una popolazione di riferimento di appena 375 abitanti; Lula con 1.277 e Orgosolo con 3.991 e sono numeri che raccontano già una parte della storia, ma non tutta.

Perché il problema non è soltanto quanti abitanti perdi, ma cosa perdi.

Secondo l’ultimo Censimento ISTAT, alla fine del 2024 gli abitanti dell’Isola erano 1.562.381, 8.072 meno dell’anno precedente. Nello stesso anno sono nati appena 7.052 bambini, nuovo minimo regionale. L’età media è salita a 49,2 anni.

Questo significa che la questione delle aree interne non può essere liquidata come una somma di piccoli comuni che perdono qualche decina di residenti, il problema vero è la struttura stessa della popolazione.

Quando partono i giovani, diminuiscono le coppie in età fertile. Quando diminuiscono le nascite, la generazione successiva è ancora più piccola. Quando aumenta la popolazione anziana, crescono i bisogni assistenziali mentre diminuisce la platea di persone in età lavorativa.

E proprio per questo il linguaggio utilizzato dal PSNAI dovrebbe essere discusso apertamente, perché le previsioni del Piano sono tutt’altro che rassicuranti.

Il documento non si limita a descrivere il passato. Utilizza le previsioni demografiche ISTAT 2023-2043 e il risultato è impressionante.

Nel Mezzogiorno, secondo le stime riportate dal Piano, entro il 2043 sarebbe in declino demografico il 93,7% dei comuni classificati E – Periferici.

Per la categoria F – Ultraperiferici la percentuale salirebbe al 94,3%.

E la popolazione complessiva dei comuni ultraperiferici meridionali viene stimata in forte contrazione nell’arco dei vent’anni considerati, e qui non siamo più davanti alla fotografia di un problema locale, ma siamo davanti a una previsione nazionale.

Ed è proprio questo che rende l’Obiettivo 4 politicamente esplosivo: se le previsioni sono così negative, la domanda non può essere soltanto come assistere le comunità durante il declino. Deve essere anche quali politiche siano state messe in campo per provare a modificare quelle previsioni.

Il paradosso delle Aree interne

La Strategia nazionale sembra nascere con un obiettivo apparentemente opposto: contrastare la marginalizzazione, migliorare i servizi, rafforzare i territori lontani dai principali centri e creare condizioni di sviluppo.

Ma contemporaneamente il Piano contempla una situazione nella quale l’inversione demografica non viene più considerata realisticamente perseguibile, e il paradosso è evidente.

Da una parte si finanzia la permanenza. Dall’altra si prende atto che, per alcuni territori, la popolazione potrebbe continuare inesorabilmente a diminuire.

E allora bisogna capire cosa significhi concretamente “accompagnare”.

Significa mantenere aperta una scuola anche quando gli alunni diventano pochissimi?

Significa garantire un presidio sanitario anche quando il bacino di utenza si restringe?

Significa investire su trasporti, connessioni digitali e attività economiche proprio per tentare di cambiare il destino demografico?

Oppure significa semplicemente organizzare nel modo meno doloroso possibile una progressiva riduzione dei servizi proporzionata alla riduzione degli abitanti?

Sono domande tutt’altro che teoriche.

Perché se si accetta lo spopolamento come dato sostanzialmente irreversibile, il rischio è che ogni intervento successivo venga valutato non sulla capacità di far rinascere una comunità, ma sulla capacità di gestirne il ridimensionamento.

E chi decide quando un paese non è più recuperabile? Questo è forse il punto più delicato.

Il PSNAI stesso precisa che le specificità locali e le potenzialità dei territori dovrebbero essere utilizzate per favorire sviluppo e attrattività e che la classificazione deve essere confrontata con le condizioni effettive di ciascun Comune, ma allora servono trasparenza e criteri verificabili.

Se un territorio viene considerato avviato verso uno spopolamento non più reversibile, quali indicatori lo dimostrano?

Quanto pesa la natalità, l’emigrazione, la mancanza di lavoro, la distanza dai servizi e la qualità delle politiche pubbliche precedenti?

E soprattutto: quale sarebbe il margine di intervento ancora disponibile?

Perché un conto è dire che una determinata traiettoria è quella più probabile sulla base dei dati disponibili, un altro invece è trasformare quella probabilità in un destino amministrativo.

Lula, Onanì e Orgosolo: tre numeri, tre storie

Prendiamo proprio i tre comuni indicati nella ricostruzione che ci hanno colpito nel leggere il piano.

Lula e Onanì sono classificate E, mentre Orgosolo è classificata F.

Ma la loro storia non è identica e non può essere trattata come una semplice graduatoria della marginalità.

È questo uno dei rischi di qualsiasi pianificazione costruita esclusivamente attraverso indicatori statistici: il territorio reale rischia di diventare una colonna di una tabella.

Un paese non è soltanto il numero dei suoi residenti, perché è un sistema di relazioni, imprese, attività agricole, patrimonio culturale, servizi, associazioni, famiglie, competenze e persone che scelgono di restare.

Ed è proprio per questo che la domanda sul futuro di questi comuni non può essere risolta soltanto con una proiezione demografica.

Ma non finisce qui perchéc’è poi un rischio politico ancora più sottile.

Le previsioni demografiche sono strumenti indispensabili. Servono per programmare scuole, sanità, trasporti, assistenza e investimenti. Ma l’ISTAT ricorda espressamente che le previsioni comunali sono esercizi “what-if” (esercizi di simulazione di scenari ipotetici): descrivono cosa potrebbe accadere date determinate ipotesi e diventano più incerte quanto più ci si allontana nel tempo, soprattutto nei piccoli comuni, quindi una previsione non è una sentenza.

Se si prevede che un territorio perderà popolazione, la politica può limitarsi a prepararsi alla perdita oppure può chiedersi quali condizioni potrebbero modificare quelle ipotesi.

È qui che si misura la differenza tra una politica di adattamento e una politica di sviluppo, il punto è più serio, perché lo Stato ha dovuto inserire, tra gli obiettivi della propria strategia, la gestione dello spopolamento considerato irreversibile proprio in quei territori Sardi?

E, soprattutto, quali risorse e quali politiche sono realmente destinate a impedire che un’area finisca in quella condizione?

Per la Sardegna la questione è urgente.

Perché mentre i documenti parlano di strategie territoriali, sviluppo endogeno, servizi e attrattività, i numeri regionali continuano a raccontare una popolazione che diminuisce e invecchia.

Non basta quindi dire che le aree interne saranno sostenute, bisogna spiegare con quali strumenti, con quali risultati attesi e con quale soglia di successo.

E soprattutto bisogna avere il coraggio di rispondere alla domanda che i piccoli comuni stanno ponendo da anni: lo Stato vuole ancora invertire lo spopolamento oppure, almeno per una parte della Sardegna, si sta preparando soprattutto a renderlo più ordinato, più lento e più sopportabile?

Perché tra queste due cose c’è una differenza enorme; la prima è una politica di rinascita, la seconda è una politica di gestione del declino, e il confine tra le due, nel nuovo Piano delle Aree Interne, è scritto nero su bianco.

Lo spopolamento della Sardegna non è più soltanto una previsione: è una pianificazione di Stato, che contempla l’eutanasia irreversibile dei piccoli comuni Sardi. Il punto, allora, è capire se si voglia ancora invertire questo destino.

Andrea Caldart

Link utili:

https://politichecoesione.governo.it/it/documenti-ed-esiti-istituzionali/documenti-strategici-di-inquadramento/programmazione-2021-2027/piano-strategico-nazionale-delle-aree-interne-2021-2027-psnai-e-allegati

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