Ci sono notizie che non dovrebbero mai diventare routine. Notizie che dovrebbero fermare il tempo, spezzare il flusso dell’informazione continua, costringere la politica, i governi e l’opinione pubblica a fermarsi e guardare. Quella diffusa dalla commissione d’inchiesta internazionale delle Nazioni Unite è una di queste.
Secondo quanto emerso, esistono elementi che indicherebbero che i bambini palestinesi sarebbero stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze israeliane. Fonti locali parlano di più di 50.000 ad oggi, mentre secondo il rapporto della commissione indipendente della Nazioni Unite (link sotto) erano già oltre 21.000 prima del 7 ottobre 2023. Sono numeri che pesano come una condanna morale prima ancora che giuridica. Numeri che dovrebbero scuotere il mondo intero. Perché quando dentro una guerra entrano i bambini e, non come vittime collaterali ma come bersagli possibili, allora non siamo più soltanto davanti a un conflitto: siamo davanti a qualcosa che mette in discussione l’idea stessa di umanità.
Eppure, tutto questo, nel dibattito occidentale, sembra consumarsi dentro una zona grigia fatta di cautele, distinguo, formule diplomatiche, equilibri geopolitici. Si discute di alleanze, di deterrenza, di sicurezza, di stabilità regionale. Ma c’è un punto in cui il lessico della politica smette di essere analisi e diventa anestesia. E quel punto è esattamente quello in cui il dolore umano viene subordinato alla convenienza strategica.
La Striscia di Gaza come il sud del Libano, da mesi, sono diventati il simbolo di questa frattura morale. Non soltanto per la devastazione materiale, per le città e i villaggi ridotti in polvere, per gli ospedali colpiti, per le famiglie cancellate. Ma per ciò che questa devastazione sta rivelando di noi, del nostro sistema di valori, del modo in cui l’Occidente decide chi merita protezione e chi invece può essere sacrificato nel nome di una ragione superiore.
Israele continua a essere presentato come il presidio della civiltà occidentale in Medio Oriente, l’avamposto democratico in una regione segnata da conflitti e radicalismi. Ed è proprio questa narrazione a rendere ancora più lacerante ciò che accade. Perché se una democrazia combatte rinunciando al principio di proporzionalità, se la sicurezza diventa una giustificazione senza limiti, allora la domanda non è più soltanto cosa stia facendo, ma cosa stia diventando.
Il punto oggi non è più quello di interrogarsi su dove finisca il diritto alla difesa, ma dove invece cominci l’abisso dell’eccesso, della punizione collettiva, della devastazione sistematica di una popolazione civile intrappolata ed accerchiata dall’esercito israeliano.
E qui si apre la questione che l’Europa, l’Italia in primis, continuano ad evitare.
L’Occidente ha reagito all’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin con una chiarezza politica assoluta: isolamento, sanzioni, condanna morale, mobilitazione diplomatica. Con Benjamin Netanyahu, invece, la chiarezza si dissolve. Le parole si fanno più prudenti, le critiche più deboli, le pressioni quasi inesistenti.
E allora la domanda è inevitabile: perché?
Perché il diritto internazionale sembra avere un peso diverso a seconda di chi lo viola? Perché alcune vittime diventano simboli universali e altre restano numeri? Perché la sofferenza di un bambino ucraino mobilita la coscienza europea, mentre quella di un bambino palestinese sembra essere costantemente filtrata, spiegata, contestualizzata fino quasi a perdere la sua forza originaria?
È su questo che Giorgia Meloni dovrebbe rispondere al Paese. Perché sostenere che Israele non possa essere isolato significa assumersi il peso politico e morale di ciò che Israele sta facendo. Significa spiegare dove finisca la solidarietà a un alleato e dove inizi la responsabilità di fermarlo.
Perché la vera questione oggi non è soltanto Gaza: la vera questione è la credibilità morale dell’Occidente.
Se i diritti umani sono universali, devono esserlo sempre. Se il diritto internazionale è un principio, non può diventare uno strumento da usare a intermittenza. Se la vita dei civili è sacra, deve esserlo indipendentemente dalla loro bandiera, dalla loro religione, dalla loro geografia.
Altrimenti tutto ciò che diciamo di difendere, la democrazia, la libertà, la dignità umana, smette di essere un valore e diventa soltanto una bandiera da sventolare quando conviene.
Ed è forse questa la ferita più profonda che Gaza e il Libano stanno lasciando: non solo nelle loro macerie, ma dentro la coscienza di un’Europa che guarda, sa, eppure continua a voltarsi dall’altra parte.
La storia, prima o poi, presenterà il conto. E quel conto non riguarderà soltanto chi ha sganciato le bombe, ma anche chi ha scelto di non fermarle.
Perché davanti ai bambini che muoiono, alla prepotenza di distruggere territori per allargarsi, non esiste neutralità.
Esiste solo la responsabilità.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI
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