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Britannia, Draghi e la grande svendita: così l’Italia ha perso il controllo del proprio destino

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Ci sono date che nella storia di un Paese diventano simboli. Non perché in quel giorno sia accaduto tutto, ma perché in quel momento si è reso visibile un cambiamento profondo, irreversibile. Per l’Italia una di quelle date è il 2 giugno 1992 dove, mentre il Paese celebrava la Festa della Repubblica, al largo di Civitavecchia invece, era attraccato il panfilo reale britannico Britannia. A bordo, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, si incontravano banchieri internazionali, dirigenti pubblici italiani, economisti, uomini delle istituzioni e rappresentanti delle grandi banche d’affari globali.

Tra i nomi presenti o collegati a quella stagione compaiono figure destinate a segnare i decenni successivi: Mario DraghiBeniamino Andreatta, Giulio Tremonti, esponenti di Goldman Sachs, Merrill Lynch e della grande finanza internazionale. Ufficialmente si trattava di un incontro tecnico-finanziario. Ma nella realtà quel momento è diventato il simbolo della “messa in vendita” dell’Italia.

E forse il punto centrale non è nemmeno stabilire se sul Britannia si sia davvero deciso il destino economico del Paese. La vera domanda è un’altra: perché proprio in quegli anni l’Italia avviò una delle più grandi privatizzazioni della storia europea? E soprattutto: chi ne ha davvero beneficiato? E soprattutto chi l’ha deciso?

Per comprendere cosa accadde bisogna tornare a quel 1992. L’Italia era in ginocchio. Tangentopoli stava demolendo la Prima Repubblica, il debito pubblico era sotto pressione, la lira veniva colpita dalla speculazione finanziaria internazionale e il Trattato di Maastricht imponeva vincoli rigidissimi per entrare nella futura moneta unica europea, creata sempre da tecnocrati. Il sistema politico appariva improvvisamente fragile, delegittimato e incapace di reagire.

In quel clima nasce il decreto-legge 333 del 1992. È un passaggio storico enorme, sottovalutato nel dibattito pubblico. Gli enti pubblici economici vengono trasformati in società per azioni. In altre parole, lo Stato prepara il proprio patrimonio industriale alla svendita sul mercato.

Non stiamo parlando di aziende marginali. Si tratta del cuore dell’economia italianabanche, telecomunicazioni, energia, autostrade, assicurazioni, industria strategica.

Per decenni queste strutture avevano rappresentato l’ossatura economica della Repubblica. L’IRI, l’ENI, il sistema delle partecipazioni statali non erano semplicemente centri di potere politico: erano strumenti attraverso cui lo Stato italiano esercitava una forma di sovranità industriale. Certo, esistevano inefficienze, clientelismi, sprechi, non lo si può negare. Ma quelle aziende avevano anche costruito infrastrutture, occupazione, ricerca e autonomia strategica.

Con il 1992 cambia paradigma. Lo Stato imprenditore viene considerato un relitto del passato. Arriva il tempo della globalizzazione finanziaria. Le parole d’ordine diventano: liberalizzazioni, privatizzazioni, mercato,
competitività, riduzione del debito
.

Era il trionfo del modello neoliberista che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sembrava destinato a dominare il mondo senza alternative. La Guerra Fredda era finita e con essa era terminata anche la funzione geopolitica speciale dell’Italia nel Mediterraneo. Per quarant’anni Washington aveva tollerato un forte intervento pubblico nell’economia italiana perché Roma era un presidio strategico dell’Occidente contro il comunismo. Ma con il crollo del blocco sovietico tutto cambia. L’Italia perde centralità geopolitica e diventa soprattutto un grande mercato da aprire alla finanza speculativa internazionale.

In questo scenario emerge la figura di Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro. Draghi rappresentava il volto perfetto della nuova tecnocrazia europea: competente, internazionale, convinto che il mercato fosse più efficiente dello Stato e che l’integrazione finanziaria fosse inevitabile. Praticamente “il liquidatore dell’industria italiana”, prendendo in prestito le parole di Francesco Cossiga che lo aveva anche definito: “un vile affarista”.

Il problema è che quella visione considerava molte aziende pubbliche soprattutto come asset finanziari da valorizzare e collocare sul mercato, non come strumenti di politica industriale nazionale.

E infatti i risultati delle privatizzazioni italiane sono ancora oggi al centro di uno scontro enorme.

Telecom Italia è forse l’esempio più drammatico. Privatizzata senza una vera strategia industriale, viene travolta da operazioni finanziarie, caricata di debiti, smembrata progressivamente. Il gigante strategico italiano delle telecomunicazioni finisce indebolito proprio mentre il mondo entra nell’era digitale.

Le autostrade diventano un altro simbolo controverso: profitti enormi privatizzati, mentre la manutenzione e i rischi restano spesso sulle spalle della collettività. Il crollo del Ponte Morandi ha rappresentato il punto più tragico di quella stagione.

Anche il sistema bancario cambia radicalmente. Le grandi banche pubbliche vengono trasformate, fuse, assorbite. La finanza prende progressivamente il sopravvento sull’economia reale. Si consolida un capitalismo sempre più dipendente dai mercati e sempre meno legato alla produzione industriale.

Eppure, la promessa centrale delle privatizzazioni era chiarissima: ridurre il debito pubblico e rendere l’Italia più forte e moderna. Ma trent’anni dopo il debito è sempre più enorme, la crescita economica italiana è stata tra le più basse d’Europa e il Paese ha perso buona parte del proprio peso industriale strategico.

La domanda, quindi, diventa inevitabile: siamo stati davvero modernizzati oppure semplicemente privatizzati?

Perché oggi, guardando il mondo del 2026, appare evidente una contraddizione gigantesca. Gli Stati Uniti fanno politica industriale aggressiva per riportare produzione e tecnologia sul proprio territorio. La Cina controlla direttamente i settori strategici. La Francia protegge i propri campioni nazionali. Persino la Germania interviene pesantemente per salvaguardare la manifattura.

L’Italia invece sembra aver interiorizzato fino in fondo il dogma degli anni Novanta: meno Stato, più mercato, anche quando il resto del mondo va nella direzione opposta.

Ed è forse qui il vero nodo politico e storico del Britannia. Quella nave è diventata un simbolo perché rappresenta plasticamente il passaggio di potere dalla politica alla finanza, dalla sovranità economica nazionale ai mercati globali, dallo Stato stratega alla tecnocrazia.

La verità più scomoda è che quella trasformazione non fu imposta soltanto dall’esterno. Fu accettata, e in molti casi sostenuta, da ampie parti delle élite italiane: politiche, finanziarie, accademiche, burocratiche. Perché privatizzare significava redistribuire potere, riallinearsi ai nuovi equilibri globali e trasformare definitivamente l’Italia in un Paese pienamente integrato nell’ordine economico euro-atlantico nato dopo la Guerra Fredda.

Il punto è che milioni di italiani, oggi, si chiedono se il prezzo pagato non sia stato troppo alto.

Perché quando un Paese perde il controllo dei propri asset strategici, non perde soltanto aziende. Rischia di perdere pezzi della propria sovranità, della propria capacità di decidere il futuro e persino della propria identità economica.

Ed è per questo che, a oltre trent’anni dal Britannia, quella fotografia continua ancora a porre una domanda inquietante: perché proprio nel giorno della Festa della Repubblica, mentre il Paese celebrava la propria sovranità democratica, pochi uomini, alcuni non eletti, discutevano del futuro economico dell’Italia lontano dagli italiani? E soprattutto: chi decise chi doveva sedere a quel tavolo?

Se quella sera sul Britannia è stata svenduta l’Italia, la domanda che dobbiamo porci è molto più dura: quanti, dentro lo Stato italiano, erano già pronti a svenderla?

Andrea Caldart

Foto copertina: immagine realizzata con l’AI

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