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Dalla solitudine alla stupidità: il volto inquietante della nuova normalità

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Uno dei fenomeni più inquietanti del nostro tempo è il declino silenzioso ma costante delle facoltà cognitive. Ciò che stiamo vivendo non è un semplice periodo di transizione, ma una mutazione profonda e sistemica del modo in cui pensiamo, sentiamo, viviamo. Una regressione travestita da progresso. Dalla solitudine esistenziale alla stupidità diffusa, siamo precipitati in una “nuova normalità” che non ha nulla di normale, se non l’abitudine con cui la accettiamo.

Un tempo si parlava di civiltà, oggi ci si limita a sopravvivere in un flusso ininterrotto di contenuti vuoti, relazioni virtuali e pensieri prefabbricati. Il buon senso, una volta virtù comune, oggi è un residuo archeologico. Ciò che domina è l’adesione passiva a idee demenziali, accettate non perché fondate, ma perché ripetute all’infinito da media, influencer e opinionisti asserviti a un pensiero unico e indistinto. L’intelligenza critica non è solo in disuso: è diventata sospetta. Pensare autonomamente equivale, in molti casi, a essere accusati di eresia culturale.

La stupidità, in questo scenario, non è più un’eccezione marginale. È diventata sistema. Non è l’ignoranza semplice, ma una forma più sottile e pervasiva: l’incapacità o il rifiuto di ragionare in modo logico, profondo, umano. È la resa alla superficialità come cifra dominante dell’esistenza. In questa deriva, le relazioni autentiche vengono sbriciolate

Uomini e donne non si cercano più come esseri complementari, ma come avatar funzionali a un bisogno momentaneo, spesso narcisistico. Il dialogo tra i sessi si è ridotto a una guerra ideologica. Perfino l’idea che esista una natura maschile e una femminile viene considerata “non progressista”, quindi da censurare o ridicolizzare.

Ma quale progresso può fondarsi sulla dissoluzione del senso comune? Sull’annientamento della famiglia, dei legami, dell’amore? I numeri parlano chiaro, e sono devastanti: matrimoni in calo vertiginoso, natalità al minimo storico, solitudine in aumento esponenziale. Siamo diventati isole, circondate da un oceano di stimoli insignificanti. E mentre ci illudiamo di essere sempre connessi, siamo forse più soli che mai.

La causa? Un’ideologia dominante che, sotto le spoglie del “politicamente corretto”, impone una visione del mondo che disintegra ogni radice antropologica e culturale. Le nuove generazioni crescono nella convinzione che tutto ciò che le ha precedute fosse oscurantista, ignorante, tossico. L’identità viene smontata pezzo per pezzo, l’appartenenza ridicolizzata, la storia demonizzata. Così si crea il cittadino perfetto per la società della sorveglianza e del consumo: spaesato, disorientato, solo, e quindi manipolabile.

In questo clima, la solitudine non è più una ferita da curare, ma una condizione da normalizzare. Si anestetizza con droghe, pornografia, binge-watching e scroll compulsivo. Oppure la si trasforma in maschera narcisistica sui social: profili curati nei minimi dettagli, vite spettacolarizzate per nascondere il vuoto. Il disagio si trasforma in identità, la fragilità in vanto, l’insoddisfazione in spettacolo.

Eppure, qualcosa in noi resiste ancora. Un istinto primordiale che ci spinge a desiderare la verità, la bellezza, l’incontro. Non tutto è perduto, ma occorre una scossa, una disobbedienza interiore, una rinascita del pensiero e del cuore. Perché se la stupidità è diventata sistema, allora pensare, con profondità, con amore, con coraggio, è l’ultimo atto rivoluzionario rimasto.

O si ricostruisce il senso, o si sprofonda nel nulla. E il nulla, non lo dimentichiamo, non finisce mai.

Andrea Caldart

Fuori dal Silenzio

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dott. berardi domenico specialista in oculistica pubblicità