Alla fine, l’ha fatto. Donald Trump, tornato al centro del potere con l’arroganza di chi si crede artefice del destino del mondo, ha ordinato un attacco all’Iran. Un attacco che non ha nulla di preventivo, nulla di strategico, nulla di giustificabile. Perché l’Iran, in quel momento, non stava arricchendo uranio per fini militari, e non c’era nessuna bomba pronta sotto i tappeti di Teheran. Lo ha detto anche il capo dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che solo pochi giorni fa ha dapprima mentito e poi ritrattato le accuse mosse in precedenza. Ma a quanto pare, la verità oggi conta meno della smania di dominare.
In questo scenario i nostri destini, le sorti dell’umanità, sono in mano a leader che agiscono come sovrani assoluti, fuori da ogni principio di legalità internazionale. Chi decide oggi chi vive e chi muore? Chi può essere attaccato e chi difeso? Siamo tornati al tempo degli imperi, solo che le armature sono diventate jet militari, e i proclami si fanno via social network.
L’Iran non è uno Stato innocente, certo. Ma non esiste al mondo Paese che meriti le bombe sulla testa per mere speculazioni o per “moniti strategici”. L’aggressione preventiva è terrorismo di Stato con un passaporto diplomatico.
Nel frattempo, si continua a brandire la parola “pace” come una foglia di fico sopra i massacri. Ma cos’è la pace senza giustizia? Senza memoria? Senza verità?
Non possiamo ignorare il quadro giuridico internazionale: l’Articolo 56 del Primo Protocollo addizionale alla Convenzioni di Ginevra del 1977 vieta espressamente gli attacchi contro opere o installazioni contenenti “forze pericolose”, tra cui le centrali nucleari. Tali siti “non saranno oggetto di attacchi, anche se si trattasse di obiettivi militari, se tali attacchi possono causare il rilascio di forze pericolose e, di conseguenza, gravi perdite tra la popolazione civile”. È inoltre vietato attaccarle come forma di rappresaglia.
Parimenti, la Carta delle Nazioni Unite all’Art. 2, par. 4 stabilisce il divieto generale di ricorrere alla forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato.
Trump ha fatto spallucce a tutto questo, agendo come un tiranno che decide chi può vivere e chi deve morire. E se questo è oggi considerato “normale”, allora siamo davvero tornati indietro nel tempo.
E mentre i cieli del Medio Oriente tornano a incendiarsi, un’altra tragedia continua, strisciante, ignorata o giustificata a comando: quella del popolo palestinese. Una tragedia che non è iniziata il 7 ottobre. Quel giorno è stato un pretesto per scatenare la carneficina, assestato da Hamas, che è risaputo essere sovvenzionato da Israele. E chi racconta la storia soltanto da lì, mente. È la menzogna della cronologia tagliata su misura, che ignora decenni di occupazioni, di umiliazioni, di morti senza nome né giustizia.
Questa guerra non lascerà nulla. Nessun progresso, nessuna rinascita. Solo macerie. Solo madri che scavano tra le rovine, bambini che cresceranno senza padre e senza futuro, giovani che impareranno che la legge del più forte è l’unica regola rimasta.
E l’Occidente? Quello stesso Occidente che si proclama difensore dei diritti umani? Sta a guardare. O peggio: applaude. Perché se l’aggressore è “uno dei nostri”, allora si può chiudere un occhio. O due. Ma non ci si accorge che a forza di chiudere gli occhi, si smette di vedere anche la propria decadenza morale.
Il problema oggi non è solo la guerra, ma chi ha il potere di scatenarla. Se il mondo può essere trascinato da pochi uomini che decidono le sorti dell’umanità, mossi da un uomo solo, da un ego smisurato travestito da ideologia, allora il vero allarme non è solo la guerra, ma la democrazia stessa che abbiamo abbandonato.
Viviamo in un tempo in cui la verità è negoziabile, e la vita umana sacrificabile sull’altare della geopolitica. Ma non possiamo più accettarlo. Dobbiamo pretendere che i nostri governi rispondano a una sola autorità: quella della coscienza umana.
La guerra è il fallimento di tutto. Sempre. E mentre i droni sorvolano città che non sapranno mai più cosa significhi pace e normalità, dovremmo chiederci: che razza di civiltà stiamo difendendo, se l’unico modo per farlo è distruggerne un’altra?
Non possiamo permettere che la guerra diventi la nostra unica risposta. La forza, la vendetta, l’annientamento non possono essere gli strumenti della diplomazia del XXI secolo. Ogni bomba lanciata oggi è un seme di odio che germoglierà domani.
Andrea Caldart
Foto copertina: credits website www.nogeoingnegneria.com
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