C’è qualcosa di più importante della nomina di Mykhailo Fedorov a consigliere di Guido Crosetto. Ed è la domanda che quella nomina porta con sé: l’Italia sta cercando di importare dall’Ucraina soltanto nuove tecnologie militari oppure un intero modello di guerra?
Perché Fedorov non è un semplice esperto di droni, è l’uomo che ha contribuito a costruire uno dei sistemi di innovazione militare più rapidi mai sperimentati in un conflitto moderno: droni, intelligenza artificiale, guerra elettronica, software, raccolta dei dati dal fronte e procurement accelerato. Un sistema nel quale ciò che funziona in combattimento viene rapidamente finanziato, prodotto e rimesso sul campo.
Il 28 agosto Crosetto lo ha ufficialmente scelto come Advisor per l’Innovazione della Difesa. Ma la storia comincia molto prima.
Il 15 aprile Giorgia Meloni dichiarava l’interesse italiano a produrre droni insieme all’Ucraina. Il 20 maggio Leonardo costituiva Leonardo Ukraine, società destinata a ricerca e sviluppo, software, elettronica, comunicazioni e tecnologie ottiche. Il 19 giugno Fedorov, allora ancora ministro della Difesa ucraino, incontrava Crosetto per parlare di difesa aerea e coinvolgimento dell’industria italiana.
Poi Fedorov viene rimosso dal governo Zelensky ed è qui che la vicenda diventa interessante.
Secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters, Crosetto lo avrebbe chiamato il giorno dopo la destituzione, proponendogli di lavorare con lui. Non mesi dopo. Non quando la sua posizione politica era ormai definita. Subito.
Non c’è, allo stato delle informazioni pubbliche, alcuna prova di un’operazione segreta, di un accordo con Rheinmetall o di un progetto italiano per sostituire Zelensky.
Ma c’è una circostanza che non può essere ignorata: perchè Roma ha scelto come consulente un uomo appena uscito dal governo ucraino, mentre il suo rapporto politico con Zelensky era diventato conflittuale e mentre il suo peso personale cresceva.
E Fedorov porta con sé qualcosa di molto prezioso: non soltanto la conoscenza dei droni, ma la conoscenza del sistema che li trasforma in strumenti industriali di guerra.
In Ucraina piattaforme come Brave1 Market e DOT-Chain Defence hanno accorciato drasticamente la distanza fra soldato, produttore e ministero. Il campo di battaglia produce dati, i dati orientano le scelte di acquisto, gli acquisti alimentano la produzione e la produzione torna nuovamente al fronte. Si crea così un circuito continuo, una vera e propria macchina industriale alimentata dall’esperienza concreta della guerra. Ed è probabilmente proprio questo modello, più ancora della singola tecnologia, ciò che interessa oggi all’Italia.
Perché mentre Fedorov arriva a Roma, Leonardo consolida la propria presenza in Ucraina, programma test del Michelangelo Dome in ambiente reale e costruisce con la turca Baykar LBA Systems, dedicata ai sistemi unmanned, nuove alleanze. Leonardo e Baykar hanno stimato in circa 100 miliardi di dollari il mercato europeo di questi sistemi nel prossimo decennio.
Rheinmetall, contemporaneamente, è presente industrialmente in Ucraina ed è partner di Leonardo in Italia.
Sono connessioni documentate. Non costituiscono la prova di una regia occulta, ma raccontano una trasformazione evidente: la guerra ucraina è diventata anche un laboratorio industriale per la futura difesa europea, ed è qui che cominciano i rischi.
Quando un ex ministro della Difesa di un Paese in guerra entra nella struttura di consulenza della Difesa italiana, è doveroso sapere quali informazioni potrà conoscere, quali documenti potrà consultare, quali processi decisionali potrà influenzare e quali rapporti potrà mantenere con aziende e produttori del settore.
Avrà accesso a informazioni classificate? Potrà intervenire nelle procedure di procurement? Potrà indicare aziende ucraine? Avrà rapporti con Leonardo, Baykar, Rheinmetall o altri gruppi? Quali regole impediranno possibili conflitti d’interesse? Sono domande istituzionali, non insinuazioni.
Ma esiste un rischio ancora più grande: che la guerra diventi il meccanismo attraverso il quale si costruisce stabilmente la nuova economia europea della difesa.
Perché più tecnologie vengono testate sul campo, più dati vengono raccolti. Più dati producono innovazione, più innovazione genera investimenti. E più investimenti entrano nel settore, maggiore diventa l’interesse industriale a mantenerne la crescita.
È un circuito che merita di essere osservato con estrema attenzione.
E qui arriviamo alla domanda che riguarda non soltanto Fedorov, ma la politica italiana; da oltre quattro anni sentiamo parlare di armi, riarmo, deterrenza, difesa aerea, droni, munizioni e sostegno militare all’Ucraina, e parlare di pace invece? Perchè parlare di pace non è la stessa cosa che costruire una politica per la pace.
Se l’obiettivo finale è davvero arrivare a un negoziato, quali iniziative diplomatiche sta perseguendo l’Italia che non sia la solita frase fatta di una pace giusta e duratura? Quale ruolo vuole avere in un eventuale processo negoziale? Qual è la strategia per uscire dal conflitto?
Prepararsi militarmente può essere uno strumento di deterrenza ed è una posizione legittima.
Ma esiste una differenza enorme fra rafforzare la difesa per arrivare a una trattativa, e costruire progressivamente un sistema economico, tecnologico e industriale nel quale la guerra diventa il principale acceleratore dell’innovazione.
Ed è proprio questa distinzione che rischia di scomparire e il caso Fedorov, allora, non riguarda soltanto un uomo, riguarda un modello.
Un modello nel quale il fronte diventa laboratorio, il laboratorio diventa industria e l’industria diventa politica strategica.
Non serve inventare complotti per capire che siamo davanti a un passaggio storico, di cui gli italiani sanno poco. Serve invece fare domande.
Perché se l’Italia sta importando dall’Ucraina il modello tecnologico della guerra, deve spiegare anche quale sarà il modello politico della pace, e ribadiamolo, parola che non viene mai pronunciata.
E soprattutto deve chiarire una cosa che in una democrazia dovrebbe essere elementare: quanto della nuova corsa alla tecnologia militare serve realmente a preparare la pace e quanto, invece, sta costruendo un sistema industriale che dalla prosecuzione della guerra trae inevitabilmente il proprio vantaggio?
Questa non è una domanda contro l’Ucraina, contro Zelensky o contro la Difesa, è una domanda sull’Italia.
Ed è una domanda che, dopo quattro anni di guerra, il Parlamento e i cittadini hanno il diritto di porre.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI

