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Hantavirus e la nuova “liturgia della paura”

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L’hantavirus è un virus zoonotico, cioè un agente patogeno capace di passare dagli animali all’uomo e di provocare nell’essere umano alcune patologie che, nella maggior parte dei casi, non assumono carattere severo. 

Da questo dato elementare, che dovrebbe essere collocato nel perimetro sobrio della medicina, della prevenzione e della razionalità clinica, si pretende, invece, di edificare l’ennesima rappresentazione quasi sacrale della minaccia, come se ogni evento biologico, prima ancora di essere compreso nella sua concretezza, dovesse essere immediatamente trasfigurato in una scena collettiva di allarme, in un rito pubblico di intimidazione, in una liturgia dell’emergenza nella quale il cittadino non viene informato per giudicare, bensì impressionato per obbedire, non viene aiutato a distinguere, bensì spinto a reagire, non viene trattato come persona razionale, libera e responsabile, bensì come organismo fragile da orientare mediante il linguaggio della paura. 

Il tratto più inquietante di questo dispositivo non consiste nella serietà del virus, che appartiene alla competenza della medicina e alla prudenza delle istituzioni, bensì nella sua immediata appropriazione simbolica da parte di un sistema mediatico che vive di eccitazione permanente, che consuma la realtà prima ancora di comprenderla, che sostituisce la gerarchia dei fatti con la potenza emotiva dell’immagine, che non riesce più a pronunciare la parola salute senza trasformarla in minaccia, controllo, sospensione, frontiera, contaminazione, allerta, come se l’intera convivenza civile dovesse ormai essere governata attraverso il lessico del pericolo e non più attraverso quello della verità, della proporzione e del bene comune. 

Qui la critica deve farsi radicale, perché non siamo davanti a un semplice eccesso comunicativo, né a una deformazione occasionale del giornalismo sanitario, bensì a una vera mutazione antropologica e politica, nella quale la salute, separata dalla persona e assolutizzata come valore biologico supremo, diventa il nuovo idolo davanti al quale ogni libertà può essere sospesa, ogni domanda può essere delegittimata, ogni resistenza può essere descritta come irresponsabilità, ogni dubbio può essere convertito in colpa sociale. 

Quando la medicina viene strappata alla sua natura di arte ordinata alla cura e viene consegnata alla scenografia dell’allarme, essa non eleva più la società alla prudenza, la abbassa alla dipendenza. 

Il circo mediatico sull’hantavirus rivela, dunque, una società che non teme soltanto la malattia, poiché teme anzitutto la libertà di pensare la malattia senza inginocchiarsi davanti alla sua rappresentazione spettacolare. È una società che non sopporta più il limite, perché ha perduto il senso metafisico del limite. Non sa più accettare che la condizione umana sia esposta, vulnerabile, finita e, proprio per questo, consegna al potere tecnico la funzione surrogatoria di una salvezza terrena, amministrata mediante protocolli, annunci, immagini, esperti televisivi (sono già partiti i soliti e stancanti “televirologi”) e formule di rassicurazione che, mentre promettono protezione, educano progressivamente alla rinuncia del giudizio personale. 

La dimensione giuridica di questa deriva è altrettanto grave, poiché un ordinamento costituzionale autentico non può fondarsi sull’emozione amministrata, né può tollerare che il timore diventi la materia prima della decisione pubblica, dato che il diritto, quando viene deformato dall’emergenza permanente, cessa di essere misura razionale del potere e si riduce a tecnica di adattamento delle libertà alla pressione del momento. 

La paura, quando entra stabilmente nel linguaggio delle istituzioni e dell’informazione, è più pericolosa della coercizione aperta, perché non chiede soltanto obbedienza esteriore, pretende adesione interiore, non si accontenta di limitare i comportamenti, vuole riplasmare le coscienze, non impone soltanto un ordine, costruisce un’abitudine alla minorità. Contro questa macchina simbolica occorre opporre una critica senza cedimenti. Non si tratta di negare la scienza, bensì di sottrarla alla sua caricatura mediatica. 

Non si tratta di rifiutare la prevenzione, bensì di impedirne la trasformazione in dispositivo psicologico di governo. Non si tratta di banalizzare il rischio sanitario, bensì di denunciare l’abuso di ogni rischio come occasione per produrre consenso attraverso l’inquietudine. Una comunità politicamente adulta non vive sotto l’ipnosi del titolo, non confonde la prudenza con il panico, non accetta che l’informazione diventi pastorale della paura, non permette che la fragilità del corpo sia usata per indebolire la sovranità dell’intelligenza. Il vero scandalo, allora, non è che un virus esista, poiché la storia naturale dell’uomo è anche storia di malattie, di contagi, di guarigioni, di limiti e di morte.

Il vero scandalo è che ogni virus venga assunto come occasione per verificare fino a che punto una popolazione possa essere condotta, impressionata, addomesticata e resa disponibile a una nuova forma di servitù dolce, nella quale nessuno si sente formalmente costretto perché tutti sono stati preliminarmente persuasi ad avere paura. In questo senso l’hantavirus diventa il nome contingente di una malattia più profonda, che non colpisce soltanto il corpo individuale, bensì la fibra morale di una civiltà ormai pronta a barattare la libertà interiore con la promessa fragile di una sicurezza totale. 

Per questo, davanti alla nuova religione dell’allarme, occorre recuperare la severità del pensiero, la nobiltà della misura, la lucidità del giudizio e il coraggio della verità, perché un popolo che accetta di essere continuamente educato dal panico non diventa più sano, diventa più governabile, non diventa più prudente, diventa più docile, non diventa più civile, diventa spiritualmente sorvegliato.

 E allora resta attualissimo l’ammonimento di Manzoni«Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

Daniele Trabucco – Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario “san Domenico” di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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