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Il caso Alberto Trentini: il silenzio che fa rumore

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C’è un silenzio che pesa più di mille parole. È il silenzio che da oltre dieci mesi avvolge la vicenda di Alberto Trentini, cooperante italiano detenuto nel carcere di “EL Rodeo I” a circa 30 chilometri da Caracas in Venezuela senza accuse chiare, senza processo, senza la possibilità di vedere la sua famiglia. Un silenzio che non è solo quello delle autorità venezuelane, ma anche quello delle nostre istituzioni, che appaiono timide, caute, lente. Un silenzio che diventa assordante.

Alberto Trentini non è un avventuriero né un provocatore: è un professionista della cooperazione internazionale, in missione umanitaria. È stato fermato il 15 novembre 2024 lungo la strada da Caracas a Guasdalito e, da quel giorno, per mesi non se n’è saputo più nulla. Nessuna visita consolare, nessuna spiegazione chiara delle accuse. Solo frammenti di notizie, qualche dichiarazione di circostanza, e una famiglia che chiede, con dignità e disperazione, di non lasciarlo solo.

In questi mesi, l’Italia ha parlato poco. Troppo poco. C’è stato qualche atto formale: interrogazioni parlamentari, una convocazione dell’incaricato d’affari venezuelano, le dichiarazioni del ministro degli Esteri che invitava alla “discrezione”. Ma la sensazione è che l’intera vicenda sia stata gestita più per evitare clamore che per produrre risultati. Eppure, la vita di un cittadino italiano non può essere ostaggio della prudenza diplomatica.

Che Caracas avrebbe alzato un muro lo sapevamo tutti e quindi, la vera sorpresa non è l’arroganza del regime venezuelano, ma l’imbarazzante impotenza del nostro ministero degli Esteri. Dopo mesi di dichiarazioni prudenti e appelli alla “discrezione”, il bilancio è desolante: zero risultati, zero aperture, zero credibilità.

Antonio Tajani ha nominato Luigi Vignali, direttore generale per gli Italiani all’estero, come inviato speciale della Farnesina. Un incarico che suonava come la mossa risolutiva. Peccato che, una volta arrivato a Caracas ad agosto, Vignali non sia riuscito a incontrare né i detenuti né i funzionari del governo. È stato respinto senza tante cerimonie: porte chiuse in faccia, missione ridotta a un esercizio di burocrazia diplomatica.

Il messaggio che arriva da Caracas è chiaro: al regime non interessa minimamente parlare con l’Italia. E il messaggio che ne ricaviamo noi è ancora più amaro: la Farnesina non ha strumenti, non ha strategia, non ha peso. Il risultato? Un’umiliazione internazionale che non colpisce solo chi è detenuto nelle carceri venezuelane, ma che, agli occhi del mondo, mostra un’Italia incapace di difendere i propri cittadini.

Il problema quindi non è solo umanitario, è prettamente politico. Quando uno Stato tace, manda un messaggio: dice che il caso non è prioritario, che la vicenda è marginale, che tutto sommato può aspettare. Dice, soprattutto, che non vuole disturbare troppo il partner estero. Ma a quale prezzo? Il prezzo è che un uomo resta solo, in un carcere a migliaia di chilometri, senza sapere se qualcuno sta davvero lottando per lui.

C’è chi sostiene che il silenzio serve a non compromettere i negoziati. Può darsi. Ma la discrezione diplomatica non deve diventare indifferenza pubblica. La pressione dell’opinione pubblica è spesso l’unica leva per far muovere governi poco trasparenti. Tacere troppo a lungo rischia di normalizzare l’ingiustizia.

Per questo oggi serve un cambio di passo. Serve che il governo prenda posizione apertamente, che dia notizie certe e periodiche, che usi tutti gli strumenti diplomatici e legali per garantire i diritti di Alberto Trentini. Serve che il Parlamento continui a vigilare. Serve che i media mantengano alta l’attenzione, perché ogni giorno di silenzio è un giorno in più di detenzione ingiusta.

Il caso Trentini ci riguarda tutti. Riguarda il valore che diamo alla vita dei nostri concittadini, al diritto alla difesa, alla trasparenza delle istituzioni. Riguarda la credibilità di un Paese che non può permettersi di voltarsi dall’altra parte.

Non lasciamo che il silenzio diventi complicità. Non lasciamo che un cooperante italiano paghi da solo il prezzo della nostra cautela diplomatica.

Andrea Caldart

Io Rompo

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