C’è un’aria rassicurante in certi corridoi della nostra cultura. Un profumo di incenso intellettuale che avvolge i festival, le rassegne cinematografiche e i salotti mediatici più in voga. È la sensazione di trovarsi in una rappresentazione permanente, dove il copione è già scritto, i protagonisti sono sempre gli stessi e, soprattutto, il finale è rigorosamente morale.
In questo palcoscenico ideale, essere un “buon interprete” non è solo una dote artistica, ma una vera e propria certificazione di conformità. È quasi magico osservare come certi discorsi sul popolo, sulla solidarietà e sul “bene comune” riescano a trasformarsi, con una fluidità invidiabile, in flussi di risorse che alimentano sempre lo stesso circuito.

Il contrasto diventa più amaro se si guarda a un passato dove la caratura degli uomini si misurava sul campo. Penso a figure come Pier Paolo Pasolini, che non ebbe mai paura di essere una voce fuori dal coro, o a Giorgio Gaber, che smascherò per anni le finzioni, di una certa intellettualità, senza mai farsi arruolare come megafono di partito, ma la statura morale non ha mai avuto un colore unico, e con nostalgia, cito giganti della destra liberale come Indro Montanelli; un uomo che preferì lasciare la direzione del giornale, che aveva fondato, piuttosto che piegare la schiena davanti al nuovo potere.
Questi erano uomini che non aspettavano il bando pubblico o il patrocinio ministeriale per dire la loro: avevano un pubblico che li seguiva perché erano liberi, non perché “tesserati“. La loro forza derivava dalla fiducia di chi li leggeva o li ascoltava, sapendo che non avrebbero mai venduto una virgola per un applauso in più o per una poltrona sicura.
Erano uomini che nobilitavano la cultura con la verità, spesso pagando di tasca propria il prezzo della loro indipendenza.
Oggi, invece, assistiamo allo spettacolo di chi, prima di parlare, controlla da che parte tira il vento dei finanziamenti, con un altruismo a favore di telecamera che, tra un applauso e l’altro, sembra avere un occhio di riguardo per le tasche di chi lo declama.
I giganti del passato parlavano per svegliare le coscienze; i figuranti di oggi parlano per rassicurare le loro carriere.
Non si tratta di politica, ci dicono: è solo senso civico. Eppure, se provi a guardare tra le quinte, scopri che per salire su quel palco serve una tessera invisibile, un cenno d’assenso verso i custodi del pensiero unico. È il club dei giusti: quelli che parlano per noi, ma senza di noi. Quelli che si sentono autorizzati a guidarci moralmente, purché il viaggio sia interamente rimborsato da quei fondi che, curiosamente, sembrano conoscere solo una direzione.
L’abbiamo visto anche di recente, durante le cerimonie più scintillanti del nostro cinema, come i David di Donatello. Quello che dovrebbe essere il tempio del talento si trasforma spesso in una passerella di messaggi preconfezionati, dove il solito coro di artisti impegnati si sente in dovere di impartire lezioni dal pulpito, con la stessa naturalezza con cui si ritira un premio finanziato dalla collettività. È il paradosso di chi punta il dito contro il sistema, stando comodamente seduto sul suo velluto più costoso.
È troppo facile recitare la parte dei ribelli mentre si sorseggia champagne nei salotti finanziati da quello stesso potere che si finge di voler abbattere.
Questa rivoluzione da red carpet, recitata tra un premio e l’altro, ha smesso di incantare.
Siamo diventati spettatori stanchi. Stanchi di vedere premiati non i migliori, ma i più “allineati”. Stanchi di subire lezioni di vita da chi ha fatto della militanza di facciata una carriera redditizia. La sensazione è che mentre il “popolo” reale affronta le fatiche del quotidiano, in platea restino solo le solite voci che si lodano a vicenda, convinte che la loro egemonia sia un dovere divino, e non un privilegio ben finanziato.
Forse è ora di cambiare canale e ricordare che la dignità, a differenza di certi fondi pubblici, non ha prezzo.
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio

