L’arte ha il potere intrinseco di scuotere le coscienze, ma rischia di svanire quando si piega alle rigide logiche della propaganda.
L’11 settembre 2027, Campovolo sarà il teatro di un evento storico: Elisa festeggerà trent’anni di gloriosa carriera, diventando la prima donna in assoluto a calcare da sola quel palcoscenico monumentale.
Un traguardo straordinario, che tuttavia porta con sé un carico che va ben oltre le note, gli arrangiamenti e la celebrazione fine a sé stessa.

L’artista friulana ha infatti deciso di legare questa nuova fase della sua vita a una forte, e discussa, dichiarazione d’intenti politica.
Con il nuovo brano “Fomo 2“, l’esplicito sostegno al movimento pacifista Flotilla e la condanna aperta delle cariche di polizia contro i manifestanti, Elisa ha rivendicato il diritto – e il dovere – di non rimanere in silenzio in un momento storico delicato.
Questa netta presa di posizione ha riacceso un dibattito mai sopito nella cultura italiana, trovando un argine critico in un gigante della nostra musica: Francesco De Gregori.
Il cantautore romano ha espresso forte perplessità sul ruolo strettamente politico dei musicisti, definendo “imbarazzante” l’adozione di posizioni così nette, assolute e, in definitiva, apodittiche.
Non si tratta di un semplice scontro generazionale o di una banale lite tra colleghi, ma di una frattura ideologica profonda che interroga la natura stessa dell’arte: dove finisce la sacrosanta testimonianza civile e dove inizia la strumentalizzazione politica di parte?
Nessuno può negare agli artisti il sacrosanto diritto di avere un pensiero, di evolversi e di partecipare liberamente al dibattito pubblico.
La musica, storicamente, è stata il motore pulsante di movimenti giovanili e rivoluzioni culturali.
Esiste tuttavia una differenza fondamentale, e oggi drammaticamente sfocata, tra il fare politica attraverso l’arte e il fare politica sfruttando egoisticamente la propria arte come palcoscenico ideologico.
Il potere originario della canzone di protesta risiede nella sua capacità di evocare l’universale partendo dal particolare. Quando Fabrizio De André cantava la guerra o gli ultimi della società, non cercava il consenso immediato di una fazione, né sventolava la bandiera di un comitato specifico.
Scuoteva le coscienze mostrando le contraddizioni umane e creando empatia profonda.
Oggi, al contrario, assistiamo sempre più spesso a performance pubbliche che assomigliano a farse ideologiche, in cui contesti geopolitici di estrema complessità vengono ridotti a slogan da corteo, utili solo a compiacere una specifica parte politica o a cavalcare l’algoritmo della protesta social per scopi personali.
Quando un artista sposa acriticamente una causa complessa, il rischio di banalizzazione diventa altissimo.
Trasformare drammi umanitari o dinamiche sociali delicate in un manifesto dogmatico non eleva affatto il dibattito, lo impoverisce. L’arte smette di essere uno spazio di riflessione libera e diventa propaganda pura; la musica smette di unire le persone e si trasforma nell’ennesima curva ultras della polarizzazione mediatica contemporanea.
Il produttore okgiorgio ha commentato la svolta di Elisa parlando dell’importanza di “saper ballare responsabilmente“.
Un monito condivisibile, a patto che la responsabilità non sia intesa come l’obbligo morale di allinearsi alle narrazioni di tendenza o alle mode intellettuali del momento.
Ballare responsabilmente dovrebbe significare, innanzitutto, rispettare la complessità del reale e le sue mille sfaccettature, senza pretendere di avere verità assolute in tasca.
Se l’arte vuole essere autenticamente politica, deve farlo attraverso la purezza dei propri mezzi espressivi e non con la retorica dei comizi.
Una canzone fa politica quando ridefinisce il linguaggio corrente, quando illumina un angolo buio dell’animo umano, quando costringe l’ascoltatore a porsi delle domande scomode, non quando gli fornisce risposte preconfezionate da un ufficio stampa o da un partito.
Quando si scende sul terreno della cronaca pura e della militanza di fazione, l’artista perde la sua specificità e si trasforma in un attivista qualunque, ma con un megafono semplicemente più grande. E quel megafono, se usato male, genera solo rumore, confusione e ulteriore divisione sociale.
Il dissenso espresso da De Gregori non è affatto un invito all’indifferenza o al disimpegno, ma il richiamo a una dignità artistica che rifiuta la semplificazione immediata delle cose.
Gli artisti hanno una responsabilità immensa, proprio perché maneggiano la bellezza, la sensibilità e le emozioni di milioni di persone.
Usare questo immenso potere per validare una sola parte, riducendo la realtà a una macchietta in bianco e nero, significa fare una farsa di situazioni che meriterebbero invece il massimo rispetto e una profonda analisi critica.
La musica non deve stare in silenzio di fronte alle ingiustizie del mondo, ma deve continuare a parlare la propria lingua universale.
Solo rimanendo fedele alla propria natura artistica, e non piegandosi a logiche di parte o a convenienze ideologiche, l’arte può continuare a essere, per davvero, una scelta di libertà per tutti.
Francesca Della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio







