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Intervista a Marco Montanari, già funzionario internazionale

da | Ott 4, 2022 | Attualità

A proposito del conflitto tra Ucraina e Federazione Russa

Il Conflitto in Ucraina sta assumendo mutazioni sia nei rapporti di forza sia, probabilmente, negli obiettivi e ogni momento è utile per registrare escalation pericolose.

Abbiamo chiesto l’opinione di Marco Montanari, esperto di rapporti internazionali, circa quali scenari potrebbero aprirsi, magari di pace.

Dal 23 al 27 settembre scorso sono stati indetti quattro referendum nei territori ucraini occupati dai russi, rispettivamente negli stati separatisti della Repubblica Popolare di Doneck e della Repubblica Popolare di Lugansk, nei territori delle oblast di Cherson e Zaporižžja. I referendum concernevano l’annessione o meno alla Federazione Russa. Seguiranno altri atti formali? Quale sarà il destino di questi territori?

Ci si deve aspettare che seguano tutti gli atti formali previsti dalle procedure di adesione alla Federazione russa, a questo punto. Il destino di questi territori, nessuno escluso, è di essere un campo di battaglia ancora per un tempo indefinito: a parte Lugansk e Cherson, ci sono ancora vasti territori da “liberare” o “occupare” a seconda dei punti di vista. Mosca, teoricamente, non può permettersi di non respingere gli ucraini oltre i confini amministrativi di queste regioni, avendone proclamata l’annessione. Ne consegue, logicamente, che un accordo di pace accettabile dal punto di vista russo abbia come oggetto la smilitarizzazione delle regioni ucraine confinanti con la Russia, e la rinuncia ucraina a entrare nella NATO e nell’UE. Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle…

A che punto è il conflitto scatenatosi tra i russi e gli ucraini? Possono intravedersi spiragli di pace o tale contesto bellico perdurerà?

Lo status quo è inaccettabile tanto per Mosca quanto per Kiev, sebbene per ragioni diametralmente opposte. Paradossalmente, però, potrebbe essere un punto di caduta valido nell’immediato. Ma foriero di una lacerazione continentale esiziale per il tenore di vita di 500 milioni di europei “occidentali”, visto il legame simbiotico tra questo fattore e la fornitura dell’ottimo ed economico gas naturale russo. E vista l’inevitabilità, a quel punto, di un nuovo “Muro”. Se, invece, le operazioni proseguiranno, credo non ci voglia Nostradamus a immaginare una vasta offensiva russa, che si ponga l’obiettivo minimo di ributtare al di là del Dnepr le forze ucraine. Se e quando ciò dovesse accadere, vedremo quali saranno le ripercussioni sui circoli al potere a Kiev, quali le decisioni della Polonia, quali le reazioni dei cittadini europei dopo un difficile inverno ecc.

Come giudica l’operato del Governo Draghi in relazione alla guerra in atto? Inoltre, ha proposte migliorative per la politica estera del nuovo Esecutivo che nascerà a breve?

Giudico l’operato del governo Draghi con severità. Le sue decisioni in politica internazionale sono state e sono negative per il tenore di vita degli italiani e, quindi, anche per la loro sicurezza. Si è deciso di abbracciare una visione idealistica delle relazioni internazionali, impostazione che è da sempre il viatico per autentiche sciagure. Da Tucidide a Waltz, chi fa teoria della politica estera ha mostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, come si debba sempre perseguire il massimo realismo, avendo come stella polare la sicurezza e il tenore di vita dei propri concittadini. Dalle prime dichiarazioni dei vincitori delle elezioni del 25 settembre noto, con preoccupazione, un proliferare di toni idealistici e di assicurazioni di continuità con l’andazzo corrente. Tra l’altro, vorrei davvero non sentir più termini umilianti e politicamente assurdi come “fedeltà”, per dirne una. Ciò detto, ci aggrappiamo gramscianamente all’ottimismo della volontà, sperando che le condizioni oggettive portino, o forse costringano, il nuovo Esecutivo ad applicare i sani principi del realismo. 

Le sanzioni economiche alla Federazione Russa, in vigore da marzo del 2014, sono fonte di discussione tra favorevoli e contrari: chi paga veramente il conto?

500 milioni di cittadini dell’Unione Europea, naturalmente. Le sanzioni, che sono una misura di enorme gravità, sono utilizzate con troppa liberalità nelle relazioni internazionali. Quelle contro la Russia, poi, sono giustificate con risibili motivazioni pratiche (“intralciare lo sforzo bellico russo”, quando hanno prodotto solo escalation, invece) ma sono in realtà l’esito di una impostazione manichea (“lottare contro il Male”), che è la cifra etica tanto dei circoli liberal statunitensi, quanto di quelli ordoliberali europei.

Ha ancora senso l’adesione degli stati europei all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, più comunemente conosciuta come Nato? O, meglio, ha ancora senso la Nato?

Dipende dai punti di vista. Se l’obiettivo finale, escatologico dell’Occidente è la distruzione della Russia prima, e della Cina dopo, direi proprio di sì. Naturalmente il grosso del lavoro non lo fa la NATO, ma gli organismi occulti che pianificano e organizzano la destabilizzazione profonda (tramite infiltrazione e controllo delle élite) e superficiale (tramite ong et similia) dei Paesi-obiettivo. La NATO serve in primo luogo per controllare le élite dei paesi occidentali (anche, ma non solo, con lo strumento dei NOS, i Nulla Osta di Sicurezza, senza i quali nessun politico o funzionario può accedere ai massimi livelli di conoscenza, e dunque di potere), e solo in secondo luogo a organizzare (molto bene, bisogna riconoscerlo) le ffaa dei paesi “ascari”. 

Se, al contrario, si volesse un mondo sottratto al dominio unipolare del capitale occidentale e della connessa ideologia liberale di rito anglosassone, preferendo un mondo multipolare di paesi indipendenti e dunque interdipendenti, allora no, non serve. Anzi, è un problema. Ma per arrivare a questo occorre prima detronizzare il dollaro, democratizzare le reti di comunicazione e il sistema bancario internazionale, diffondere tecnologie e saperi “sensibili” nei vari continenti, attuare una proliferazione nucleare strettamente normata e controllata (come proponevano e propongono i massimi teorici delle relazioni internazionali come Waltz e Mearsheimer). E qui il programme diventa gargantuesque…

La Russia avrà la forza di rimettere in carreggiata la cosiddetta “operazione militare speciale” senza dover ricorrere a decisioni irreversibili?

Ancora una volta, dipende. La Russia che abbiamo imparato a conoscere dal 2000 a oggi, la “Russia di Putin”, no. La “Russia di Putin”, infatti, assomiglia per certi versi all’Urss della NEP: un paese irrisolto tra capitalismo privato ed economia statalizzata. Con l’aggravante che i rapporti di forza Capitale-Stato della Russia di Putin sono il negativo di ciò che erano nell’Urss degli anni ’20 del secolo scorso: il Capitale, cioè, ha in mano tutte le carte migliori. Questo ha impedito, e impedisce a Mosca di sostenere una prova vitale come lo scontro per procura con la NATO con ragionevoli speranze di prevalere. Solo una mobilitazione economica e “filosofica”, col passaggio del bastone del comando allo Stato potrà dare alla Russia la forza materiale e morale per combattere e vincere questa battaglia decisiva. In caso di sconfitta, infatti, sia Kiev, sia Bruxelles sono state chiare: smembramento, smilitarizzazione, nuova Norimberga (che si estenderebbe al periodo sovietico). Sperare fideisticamente nel prevalere della “ragionevolezza” è assurdo. O si congela lo scontro sulle attuali posizioni, tutto sommato non incompatibili con la sopravvivenza di entrambi i regimi politici (quello di Zelenskij e quello di Putin), o si dovrà assistere a una vittoria militare russa, per quanto sanguinosa. Una vittoria militare occidentale significherebbe, semplicemente, la realizzazione dei nostri peggiori incubi. Nessuna persona che abbia coscienza di cosa possa essere uno “scambio nucleare” dovrebbe augurarselo.

Matteo Pio Impagnatiello

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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