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Italiani sorvegliati a loro insaputa? No, Prove generali di credito sociale

da | Giu 4, 2022 | Attualità

Dove ti giri in Italia, ti accorgi che, anche nel più recondito anfratto, stanno proliferando in maniera esponenziale, le telecamere con riconoscimento facciale e della targa dell’automobile, posizionate nei principali accessi viari di una qualsiasi città, infrastruttura aeroportuale e in ogni via, appunto delle città stesse. 

Sono sistemi sofisticatissimi che permettono il controllo ed il tracciamento degli spostamenti di tutti i veicoli e degli automobilisti in transito nelle città e, nel pensiero comune, dovrebbero servire per una gestione migliore del traffico e la sicurezza.

Sarà proprio così? Perché un elemento in tutto questo pullulare di controlli per la maggior sicurezza dei cittadini potrebbe passare inosservato, ma invece ne costituisce la base più importante, la vera fonte essenziale: i dati che vi transitano.

Sono loro, i dati, la fonte vitale del vero potere con cui oggi puoi far decidere e modificare ogni abitudine a quei cittadini che, vedendosi spiati, si sentono sicuri. 

Una sorta di “nuova democrazia digitale” che tanto piace a quelle persone che frequentano i vicoli di Davos e che vorrebbero accendere e spegnere i cervelli dei cittadini a loro piacimento con un click.

Ci sono persone invece che, sebbene il processo costruttivo e di sviluppo dell’innovazione è fondamentale per l’era contemporanea, ci aprono gli occhi sulle “pericolosità” di tanta abbondanza di controlli, facendoci notare che, la voluttà di questo piacere intenso, potrebbe diventare morboso.

Su questa percezione ci arriva l’immenso pensiero di Stefano Rodotà che da accademico, giurista, politico e da Garante della Privacy disse: “non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è, per questo solo fatto, pure eticamente ammissibile, socialmente accettabile, giuridicamente legittimo” (da intervista su Privacy e libertà).

Abbiamo anche altri esempi reali portati alla luce dalla trasmissione Report dal titolo: “l’occhio del dragone” del maggio 2021, dove Ranucci e i suoi collaboratori, si sono posti la domanda che ci poniamo anche noi: “chi controlla gli occhi elettronici che ci sorvegliano ogni giorno?”

Ne usci che era una potente azienda cinese, la Hikvision presente capillarmente nelle infrastrutture, negli Enti in Italia, e Report dimostrò che i dati ricevuti, non si riesce a capire, dove finiscano e che utilizzo ne venga fatto.

Ma cosa è la Hikvision? Semplicemente, si fa per dire, un’azienda dello Stato cinese che sviluppa software militari, infrastrutture di difesa, armi elettroniche, la CETC. Insomma, Hikvision è, per il 46%, nelle mani di un gigante strettamente legato allo stato militare cinese.

Mica poco, e la nostra sicurezza, quella per la quale ci viene fatto percepire che la telecamera serve per assicurarti serenità e libertà. Siamo proprio sicuri che sia vero? 

Oppure stiamo entrando anche qui in Italia in un tentativo governativo sottotraccia, ma che di tracce ne lascia moltissime, anzi le conserva, di un controllo totale e invasivo della nostra libertà individuale?

Qualche prova generale si è verificata: un primo passo è stato quello di condurre una massa inebetita e, probabilmente compromessa, al punto di far esternare un sorriso smagliante a 32 denti, felice di entrare in un bar con il permesso di un codice a barre che li spia, ma il peggiore è stato il ricatto per il quale, per poter lavorare, milioni di italiani, hanno pagato una innumerevole quantità di volte, 15 euro in cambio di 48 ore di socialità professionale.

Arrivò poi il primo vero caso eclatante di “spionaggio sociale” il cui primato va a Venezia dove, nelle festività pasquali del 2022, venne fatto un test, “silenzioso”, facendo un raffronto tra, quanti cellulari erano presenti nelle celle dei ripetitori, in riferimento ai pernottamenti registrati in quel periodo.

Anche qui si invocò subito la sicurezza ma, solo dopo che se ne venne a conoscenza sulla stampa, si cercò di chiarire che, si voleva conoscere, tracciare e controllare, quante persone visitano Venezia, le loro abitudini, scelte ed infine, per cercare di sviare l’attenzione dalla verità, si fece il tentativo fallito, di portare il dibattito nella direzione che l’operazione sarebbe servita per “scovare il nero”, demonizzando così gli operatori economici, perché i numeri delle presenze, non tornavano con l’occupazione dei posti letto.

Ma come mai nessuno di questi profondi conoscitori della comunicazione profusero litri e litri d’inchiostro e non si posero la semplice domanda se una persona potesse aver avuto con sé più di una sim telefonicha? 

Perché è molto diffuso il fatto che, potremmo avere due telefoni, un tablet, un modem per un computer e allora, la stessa persona non potrebbe avere più utenze secondo le proprie esigenze e, una cella telefonica, le capta tutte?

Purtroppo, no, il vero scopo era ed è quello di sperimentare il controllo: è come quando ogni giorno assistiamo all’informazione sulla guerra in Ucraina dove Putin è il cattivo e, la parola in difesa va data solo a Zelensky, ma non si può conoscere il pensiero di un politico di opposizione del governo ucraino.

Siamo arrivati all’era del controllo con un’inerzia passiva della massa, ma non di tutti, schiavizzandoci ahimè tutti, a passare molti controlli biometrici con telecamere che dal riconoscimento facciale, ci controllano tutto, dalla febbre alla mascherina storta, etc; ma ci siamo mai veramente chiesti quei dati, ad esempio quando ti scansionano per entrare in un ospedale, o in tribunale, chi li raccoglie, chi li conserva e che uso ne fa?

No, finora siamo in pochissimi a pensarci perché pare, stia passando di moda il riflettere, il porsi domande, lasciando così il vantaggio solo a chi manovra questa guerra per il controllo dei dati, dei nostri dati, dei dati di tutti noi, sia mai si disturbi il politicamente corretto, ma che se non fermiamo in tempo, ci porterà inevitabilmente verso la deriva della nostra libertà personale e fisica diventando semplici automi umani.

Andrea Caldart

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