C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi sondaggio lo stato della nostra società. Milioni di persone con lo sguardo incollato allo schermo di uno smartphone. Scorrono notizie, video, polemiche, scandali, tragedie. Si indignano, commentano, litigano, e condividono. Poi spengono il telefono e la vita continua esattamente come prima.
Questa è la più grande vittoria della nostra epoca: trasformare i cittadini in spettatori.
Da anni sentiamo ripetere che i media manipolano l’informazione, soprattutto perché sono i megafoni del potere, visto i lauti contributi pubblici, anche perché il mainstream decide quali notizie meritano attenzione e quali devono finire ai margini, spesso aiutati da algoritmi che scelgono cosa vediamo e cosa ignoriamo. È un dibattito legittimo, che merita di essere affrontato con serietà e spirito critico, non con slogan.
Ma c’è una domanda che, stranamente, nessuno ama porsi, se abbiamo capito che siamo manipolabili (pandemenza Covid docet), perché continuiamo a comportarci come se la responsabilità fosse sempre e soltanto degli altri?
Perché la manipolazione, qualunque forma assuma, non attecchisce nel vuoto, ha bisogno di un terreno fertile. E quel terreno è una società che ha smesso di farsi domande.
Oggi leggiamo un titolo e crediamo di conoscere una storia, guardiamo un reel di trenta secondi e pensiamo di aver compreso una guerra, una crisi economica, una riforma, un processo, Ccondividiamo un post senza verificarne la fonte e spesso commentiamo articoli che non abbiamo nemmeno letto.
Abbiamo sostituito la conoscenza con la reazione. Il ragionamento con l’istinto. La verifica con la tifoseria.
E poi ci stupiamo se il dibattito pubblico è diventato una rissa permanente.
La verità è che siamo diventati consumatori compulsivi di informazione, ma sempre meno cittadini consapevoli, e nel frattempo, il rumore cresce.
Ci lamentiamo della politica, delle tasse, della sanità, della scuola, della sicurezza e ci lamentiamo perfino delle persone che si lamentano.
Viviamo nell’epoca della protesta continua e dell’azione assente.
È questa la grande contraddizione del nostro tempo.
Sui social siamo tutti rivoluzionari, ma nella vita reale restiamo spesso immobili.
Scriviamo post infuocati, ma non partecipiamo a un consiglio comunale.
Pretendiamo trasparenza, ma non leggiamo i documenti pubblici.
Accusiamo il giornalismo di essere superficiale, ma non siamo disposti a sostenere chi prova a fare informazione con rigore.
Parliamo di democrazia, ma deleghiamo completamente il nostro senso critico.
Ci siamo convinti che basti lamentarsi per aver fatto la propria parte.
No. Non basta, perché la lamentela è il rifugio più comodo di chi non vuole assumersi alcuna responsabilità e soprattutto, è rassicurante pensare che il colpevole sia sempre qualcun altro, perché qualunque bersaglio va bene, purché ci permetta di evitare la domanda più difficile.
Forse dobbiamo iniziare a riflettere che il problema grave della manipolazione è l’ignavia, quella descritta da Dante come il peccato di chi sceglie di non scegliere e che oggi ha assunto forme nuove come, il cittadino che sa, ma tace o che critica ma non partecipa e, allo stesso modo pretende, ma non costruisce, aspetta sempre il salvatore di turno.
L’ignavia è la migliore alleata di qualsiasi potere, qualunque esso sia. Perché una popolazione che rinuncia a pensare, a verificare, a partecipare e a pretendere trasparenza è una popolazione più facile da orientare, più facile da dividere, più facile da convincere che nulla possa cambiare.
La libertà non scompare soltanto quando qualcuno decide di censurare una voce, perché la libertà inizia a morire quando i cittadini smettono di esercitarla, non informandosi, preferendo comode verità, sostituendo il dubbio con il pregiudizio.
O quando, peggio ancora, delegano il proprio pensiero a un titolo, a un influencer, a un algoritmo o a una trasmissione televisiva.
Ed è proprio qui che si gioca la partita decisiva, non tra destra e sinistra, non tra mainstream e controinformazione, non tra carta stampata e social network, ma tra chi sceglie di essere cittadino e chi accetta di diventare soltanto spettatore perché una democrazia vive soltanto se i suoi cittadini decidono di partecipare davvero.
Per questo il cambiamento non inizierà con l’ennesimo slogan, con un hashtag o con un post virale.
Inizierà il giorno in cui milioni di persone smetteranno di chiedere soltanto “chi ha colpa?” e avranno finalmente il coraggio di chiedersi “qual è la mia responsabilità?” È una domanda scomoda, ma è anche l’unica capace di cambiare davvero le cose.
Perché il vero nemico di una società libera non è soltanto la propaganda, né il conformismo, né il rumore dell’informazione.
Il vero nemico è un popolo che ha smesso di pensare, di partecipare e di agire.
E se c’è una rivoluzione di cui oggi abbiamo disperatamente bisogno, non è quella delle piazze virtuali, ma è quella delle coscienze, quella di pensare con la nostra testa altrimenti, vorrà dire che avremmo già consegnato spontaneamente la nostra libertà a chiunque venga a dirci cosa pensare, e la tragedia più grande, sarà quelle che non ce ne saremmo nemmeno accorti.
Andrea Caldart
Foto copertina: immgine generata dall’AI

