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La Gpa e il neonato: il grande dimenticato dalla “società dei diritti”

da | Lug 5, 2022 | Attualità

“La libertà è una cosa più complicata dei diritti, la libertà è una forma di disciplina”

G. Lindo Ferretti

Ancora si dibatte sulla definizione di quella pratica che i suoi detrattori chiamano “Utero in affitto” e i suoi sostenitori “Maternità surrogata” o, con generoso afflato, “Gestazione per altri”. 

Tuttavia, affermiamo da subito che non c’è modo per nobilitare la pratica più aberrante della nostra società arcobalenica: cedere un essere umano nel periodo dell’attaccamento ad un altro essere umano con il quale non condivide alcuna memoria uterina, chimica e affettiva.

Nella pratica della gestazione per altri è teso tutto il paradosso della nostra epoca morbosamente attenta a diritti che poi non riconosce: è così sensibile all’infanzia; tuttavia, il neonato non è riconosciuto come soggetto di diritto in quanto non ha la possibilità di verbalizzare le proprie istanze. 

I bisogni del neonato vengono puntualmente ignorati se non scimmiottati. Contatto epidermico e oculare, allattamento, basi psicofisiche dell’attaccamento, della memoria implicita e così dell’autostima: stiamo parlando dei mesi più importanti e delicati della vita, in cui si struttura la sicurezza emotiva e affettiva della persona umana. 

Solitamente la critica alla pratica di noleggio della facoltà di procreazione verte sullo sfruttamento della donna (quasi sempre costretta dalle condizioni economico-sociali degradanti a sottoporsi alla Gpa) e sulla non oggettificabilità del neonato, mentre chi scrive intende qui rilevare quanto profondo e violento sia l’abuso sul nascituro.

La donna, protagonista di tutte le battaglie per l’autodeterminazione, è tutelata in modo propagandistico, ma in realtà viene ridotta a fattrice, sfruttata come incubatrice in carne e ossa: “La tratta e la schiavitù sono già un crimine riconosciuto e condannato a livello internazionale, invece contro l’utero in affitto, la forma più odiosa di sfruttamento del corpo delle donne, bisogna combattere. Siamo ancora in tempo”. 

Lo sosteneva già nel 2015 Luisa Muraro, filosofa, pedagogista e figura di spicco del femminismo italiano.

Maternità surrogata, maternità non surrogabile

Pensiamoci un attimo, l’espressione “maternità surrogata” non ha nulla di reale. Per il neonato non vi è nulla di surrogabile di quel grembo e di quel legame che lo ha portato a nascere.

Per il neonato la madre non è mai surrogabile, quella sicurezza odorosa e affettiva del latte materno e del suo respiro e del suo battito non è mai sostituibile. 

Anche se l’utero non è in affitto ossia non vi è retribuzione, e la cessione del bambino avviene come dono, la maternità non è surrogabile per la fisiologia emotiva della donna e soprattutto del neonato. 

Per la donna la gestazione non è mai per altri, come non lo è nella psiche del neonato.

Il neonato soffre la separazione, a prescindere che sia uno scambio commerciale o un dono. 

La maternità è grammaticalmente surrogata ma resta realtà non surrogabile della persona, in quanto ontologicamente inalienabile. Nella maternità surrogata il neonato non è soggetto di diritto ma oggetto di diritto.

Nella società occidentale di oggi c’è un’attenzione quasi maniacale del diritto

Tutti sono soggetti di diritto, fuorché il neonato, il grande dimenticato della società dei diritti civili sbandierati e di quelli sociali negati, alienati e contrattati. E sono i suoi diritti che qui vogliamo rivendicare.

Il neonato non sa e non può sapere di essere stato donato, ciò che sa è che la sola e non sostituibile fonte di nutrimento e sicurezza che conosce gli è stata strappata. Un vero cataclisma psico-fisico. 

Perché accettiamo che il distacco precoce sia causa di gravi mancanze nella vita di un essere umano (come per gli orfani) ma facciamo finta che non sia così quando di tratta di Gpa?

Innanzitutto, perché consideriamo vita non il senziente ma solo il verbalizzante e verbalizzabile. 


E inoltre perché l’accusa di essere bigotti o troppo poco dirittisti, ci paralizza: ammettere che esistono regole biologiche e che non tutto ciò che desideriamo è giusto, non è più ammesso nella nostra società. 

Così scambiano diritto con consumo anche se l’oggetto di negoziazione o cessione è un bambino. 

Di più: anche se il nascituro non avesse memoria della madre biologica, scrive la filosofaRivka Weinberg, la questione etica resterebbe, infatti: Se io fossi vittima di un’amnesia e non sapessi più di essere sposata, mio marito potrebbe cedermi? Le leggi e le norme etiche delle società occidentali non lo permettono, perché subentra il concetto di proprietà e di responsabilità. In altre parole, non si può vendere o regalare qualcosa che non si possiede”.

Un essere umano non è un rene

La filosofa Michela Marzano si esprime così su La stampa il 22 aprile 2022 in merito alla Gpa: “Se la legge la avessi scritta io, avrei proposto la gratuità, come accade quando si dona un organo. Ma avrei anche chiesto un accompagnamento medico e legale per ogni donna. E se qualcuno pensa che, a queste condizioni, non ci sarebbe nessuna donna disposta a portare avanti una gravidanza per qualcun altro, gli risponderei che sbaglia, che c’è chi dona gratuitamente un rene o un pezzo di fegato, c’è chi dona costantemente tempo e amore, c’è chi dona persino la vita senza chiedere nulla in cambio”. 

Peccato, dottoressa Marzano, che un essere umano non sia una milza ma un sistema emozionale e psichico (pur non verbalizzante) che apprende ogni modello affettivo dell’attaccamento (a proposito dove sono finiti tutti gli psicologi?! Non studiano più?!) e della fiducia primaria nei primi mesi, i quali fonderanno lo schema di ogni legame.  

Quello che il neonato vive è un’esperienza abbandonica, una separazione che mette a rischio la propria sopravvivenza. 

Il neonato conosce solo quel latte, quel seno che per i suoi sensi sviluppatissimi hanno lo stesso odore dell’utero in cui si è formato. Già l’utero, quel contenitore neutro secondo i favorevoli all’esilio del neonato, è una cassa di risonanza di stimoli esterni e interni alla donna, è il bozzolo vivo, il laboratorio chimico-emotivo del venuto al mondo.

Programmare il vissuto dell’abbandono materno per farne un pacco con coccarda è quindi niente meno che un crimine contro l’umanità. 

I promotori dei diritti a ogni costo diventano fanatici dei diritti al costo dell’unico diritto davvero inviolabile: l’esperienza insostituibile del legame materno, il rapporto ontologicamente inalienabile tra madre e figlio. Per questo diciamo a chiare lettere che no, un figlio non è oggetto di dono.

“Io credo nella Scienza”…ma solo in quella che piace ad alcuni

Una provocazione però vogliamo lanciarla, che sia spunto per una riflessione. 

Proprio quelle aree della politica e del giornalismo che durante la pandemia hanno esaltato la scienza, osservato con rigore le norme dettate dagli organi che si occupano di salute pubblica ignorano invece tutte le raccomandazioni dell’Unicef, dell’Iss, del Ministero della Salute e dell’Oms sull’allattamento al seno come migliore investimento immunitario, psicologico e sociale per la vita umana. 

L’OrganizzazioneMondiale della Sanitàraccomanda il latte materno come alimento esclusivo per i primi 6 mesi di vita e, ove possibile, l’alimento di scelta da affiancare all’introduzione di cibi solidi dallo svezzamento fino ai 2 anni di età. 

I vantaggi dell’allattamento al senosono incredibili e profondi: rinforza le difese immunitarie, favorisce lo sviluppo intestinale del neonato, rafforza il rapporto mamma-bambino, abbassa il rischio di morte in culla, protegge la donna dalla depressione post-parto, dal tumore al seno, dal tumore ovarico e dall’osteoporosi. Come si concilia la scienza tanto osannata con la pratica della maternità surrogata?

Chi è il “bigotto” quando è la scienza a dirci che i primi anni del legame madre-bambino sono una fase di assoluta importanza per la salute fisica e psichica del nascituro?

Il rapporto tra madre e bambino è forse l’unica verità biologica, chimica, l’unica memoria affettiva, emotiva che possediamo. 

L’unico tesoro identitario che ci racconta di noi stessi, in cui possiamo riconoscere e amare i nostri traumi e talenti.

Il resto è delirio ontologico, perversione antropologica e abominio etico.

Giulia Bertotto

Weinberg: «Io filosofa ebrea contro l’utero in affitto»

Avvenire, 11 novembre 2015

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