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Lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore sulla vera pace

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Preg. mo Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni, 

Le scrivo nella consapevolezza che ogni responsabilità di governo è anche, in senso proprio, un atto di testimonianza: la testimonianza di un ordine di principi che precede la convenienza e il calcolo e che trova nell’idea di giustizia la sua ragion d’essere più profonda. La parola pace viene spesso pronunciata come se fosse un mero espediente retorico per velare la durezza di una politica che, nei fatti, identifica la sicurezza con l’espansione indefinita della potenza militare. 

Tuttavia, la pace, se intesa nella sua verità originaria, non è la semplice sospensione provvisoria dell’ostilità, né l’equilibrio instabile dei timori contrapposti. Essa è, piuttosto, la forma più alta di giustizia resa visibile nell’ordine delle relazioni umane e internazionali. 

Secondo la dottrina del diritto naturale classico, la pace è la “tranquillitas ordinis”: la quiete che scaturisce dall’armonia dei fini e dal riconoscimento della legge morale che vincola la libertà dei singoli e delle comunità. Ogni volta che il potere politico confonde la pace con l’accumulo di strumenti di offesa sia pure diluito nel tempo, o la riduce a un progetto di supremazia tecnologica, viene reciso alla radice il legame tra la forza e la ragione, tra l’autorità e la verità. Non è l’arsenale a rendere una comunità più libera, ma la fedeltà a quei principi universali che riconoscono nell’uomo, prima che nel cittadino (che è una mera finzione giuridica), il titolare di una dignità inviolabile. 

La corsa all’armamento non è che una forma sofisticata di inquietudine, la proiezione esteriore di un disordine interiore: un potere che non trova più la misura in un fondamento di giustizia trascendente è costretto a cercare nella minaccia l’ultima giustificazione di sé. Ora, la forza, privata della luce della ragione e della verità, diviene cieca necessità e si trasforma in un idolo che pretende sacrifici sempre più grandi. Comprendo bene che le circostanze politiche, spesso, obbligano a compromessi che paiono inevitabili. 

È possibile che un’azione diversa da parte Sua avrebbe prodotto scosse di instabilità e incrinato assetti di governo. Tuttavia, se vi è una sovranità che davvero supera i confini mutevoli degli interessi, essa è quella della coerenza interiore: il primato della coscienza sulla convenienza, della verità sull’opinione, dell’ordine giusto sulla finzione costruita per un popolo che, da tempo, si illude di essere libero mentre è sempre più vincolato a un orizzonte di necessità impersonali. 

Non vi è pace dove la ragione è subordinata alla strategia, dove la prudenza si trasfigura in calcolo tattico, dove l’idea stessa di bene comune (che non è il bene pubblico, bensì il bene dell’uomo in quanto e, per questo motivo, comune all’intera comunità) si piega a una logica di supremazia. 

La vera pace si edifica solo quando il diritto riconosce la sua origine in un ordine superiore, che nessuna maggioranza politica può violare senza rinnegare sé stessa. Si potrebbe obiettare che queste mie semplici considerazioni costituiscano una mera utopia. In realtà, non è affatto così. Semmai è una forma di realismo più profondo, perché riconosce che la forza, se non trova il suo limite nella giustizia, si autodistrugge. 

La storia dimostra che ogni sistema fondato solo sulla deterrenza e sull’accumulo di armi genera prima o poi una crisi di legittimazione che può (ci auguriamo tutti che non sia così) condurre ad esiti drammatici. Con rispetto. 

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto Copertina: credits con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT

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