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Libano sotto attacco: Washington tace, Teheran interviene

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Giovedì 4 giugno a Washington il Libano e Israele hanno firmato un rinnovo del Cessate il fuoco in vigore, anche se solo formalmente, dal 17 aprile scorso. L’accordo, la cui “implementazione” è di là da venire, è un pasticcio diplomatico che prevede “zone pilota” da cui le truppe israeliane e Hezbollah devono ritirarsi lasciando il posto all’esercito libanese – mentre IDF continua a bombardare indefessamente il Libano (3613 le vittime dal 2 marzo scorso, secondo gli ultimi dati) e la milizia sciita a colpire le linee nemiche e il nord di Israele come se nulla fosse.

L’anziano segretario di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato che il Partito di Dio rifiuta i negoziati di Washington – ai quali peraltro non è stato invitato – mentre il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato a caldo che l’accordo col Libano “non è stato finalizzato”, sconfessando Donald Trump e il deus ex machina delle trattative, Marco Rubio; dal canto suo il Ministro della Difesa israeliano  Katz ha dichiarato  che lo Stato Ebraico “manterrà la sua libertà di azione militare” in Libano e il “diritto di attaccare Beirut” con il supporto degli Usa, in risposta a ogni attacco contro il proprio territorio.

Un’immagine delbombardamento di Dahyie (Photo by Elisa Gestri)

Detto fatto, domenica giugno 7 l’aviazione israeliana – oltre ad attaccare come da routine consolidata il sud del Paese e la valle della Bekaa –  ha bombardato un “quartier generale di Hezbollah” nella Dahyie, la periferia sud della Capitale libanese, “in risposta ai tiri di Hezbollah verso il territorio israeliano”. Netanyahu ha reso noto di aver informato gli USA del raid, dichiarando che “i continui attacchi di Hezbollah” danno a Israele  “il diritto di colpire Beirut”.  Il divario militare tra la milizia sciita e l’esercito israeliano, sempre incommensurabile, si è temporaneamente attenuato grazie all’utilizzo da parte del Partito di Dio dei droni in fibra ottica, e questo è per Israele un boccone difficile da mandare giù. Pochi giorni prima, Trump aveva invitato lo Stato Ebraico, in un’intervista al media americano NBC, ad effettuare “più attacchi chirurgici su Hezbollah” con l’aiuto americano, “altrimenti posso dire alla Siria di farlo”.

Stavolta l’attacco israeliano sulla Dahyie ha però provocato inaspettatamente la risposta iraniana, seminando il panico in Israele e incrinando l’alleanza americana con Tel Aviv. Nell’immediatezza dell’attacco Ebrahim Rezaei, Presidente della Commissione parlamentare iraniana per la politica estera e la sicurezza nazionale ha dichiarato su X: “daremo una risposta decisiva e dolorosa all’attacco del regime sionista alla Dahyie. Questi cani rabbiosi devono essere disciplinati e rimessi al loro posto”, invitando gli israeliani a guardare “il cielo sopra i territori occupati stasera”.  E così, trenta missili iraniani (a cui se ne è aggiunto uno lanciato dallo Yemen) sono partiti verso Israele, dove le sirene sono suonate per tutta la serata di domenica e per tutta la notte e la mattina successive.

Dopo che il Ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha dichiarato che Teheran “deve bruciare”, l’aviazione israeliana è partita a sua volta verso l’Iran colpendo  obiettivi militari e civili, tra cui l’aeroporto di Shiraz, danneggiando il sistema di difesa israeliano in più regioni e distruggendo un complesso petrolchimico, nonostante il parere contrario di Donald Trump, che a Fox News ha dichiarato di aver chiesto a Netanyahu di non rispondere e di “non essere contento” dell’intervento di Tel Aviv. I missili iraniani si sono diretti verso la base di Ramat David, non lontana da Haifa, da cui IDF attacca quotidianamente il Libano. “Questo è un avvertimento” hanno dichiarato le Forze Armate iraniane, che nella giornata di lunedì hanno dichiarato la fine delle operazioni contro Israele – dopo che Trump aveva chiesto a entrambe le parti in causa di “smettere di sparare” – ribadendo che se l’aggressione al Libano continuerà, la risposta iraniana sarà piu estesa e colpirà gli obiettivi israelo-americani in tutta la regione. Secondo il media Israel Hayom, in un messaggio congiunto di Usa e Israele all’Iran è stato assicurato che se Teheran avesse smesso di lanciare missili non ci sarebbero stati ulteriori attacchi israeliani – messaggio che ha quasi il sapore di una resa nei confronti di un nemico più temibile di quanto i due alleati vogliano far credere.

Per l’Iran la fine dell’aggressione israeliana al Libano è una clausola imprescindibile dell’accordo con USA e Israele, mentre Tel Aviv non nasconde la volontà di continuare l’annientamento del Paese dei Cedri e Washington resta a guardare. Per l’ufficio di Netanyahu “è inaccettabile che l’Iran colpisca Israele ogni volta che IDF attacca la Dahyie”; eppure è solo grazie a Teheran e non a Cessate il fuoco fraudolenti se la presa di IDF sul Libano si è momentaneamente allentata. “Anche se abbiamo smesso di attaccare l’Iran su richiesta di Trump, le operazioni nel sud del Libano vanno avanti a tutta forza”, ha dichiarato un alto ufficiale di IDF al media israeliano Channel 12; sarà interessante osservare se l’Iran interverrà nuovamente in difesa di un Paese a cui deve moltissimo e la cui popolazione, volente o nolente, è stata sacrificata in nome dell’alleanza di Hezbollah con Teheran.

Elisa Gestri

Foto copertina: credits by Elisa Gestri

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