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Palermo ha commemorato il Generale Dalla Chiesa a 40 anni dalla morte

da | Set 4, 2022 | Attualità

Ieri la Cgil di Palermo ha celebrato il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa morto esattamente quarant’anni fa in un vile attentato mafioso; alle 09.30 la sede siciliana del sindacato ha partecipato alla commemorazione, in via Isidoro Carini, dell’assassinio di un servitore dello Stato, che diede un’occasione di riscatto ai palermitani onesti, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo.

Mario Ridulfo, segretario generale della Cgil Palermo, ha affermato: “Dalla Chiesa è stato protagonista di una stagione lunga 40 anni di lotta alla mafia e al terrorismo e la sua vita ha incrociato, nel corso delle sue esperienze di lavoro altri protagonisti come Pio La Torre e Placido Rizzotto. Il ricordo della strage di via Isidoro Carini in cui persero la vita in modo drammatico altre due vittime innocenti continua ancora a commuoverci. Il senso di impotenza che assalì i palermitani il 3 settembre del 1982 per la morte di Dalla Chiesa venne reso ancora più grande perché l’omicidio avvenne immediatamente dopo l’assassinio di Pio La Torre, ucciso quattro mesi prima. Una stagione costellata di lutti e tragedie, in una città come Palermo che precipitò in un tunnel infinito per la perdita, sia tra le forze speciali che tra le istituzioni, dei suoi uomini migliori. La morte di La Torre, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino e tanti altri sono state lievito del riscatto dei palermitani onesti”.

Il responsabile della legalità e della memoria storica Cgil Palermo Dino Paternostro ha continuato: “Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva intuito che se non fosse stato presente il consenso e la mobilitazione dei cittadini lo Stato non poteva vincere la lotta contro la mafia. Proprio per questo inaugurò la stagione degli incontri con gli studenti, con i cittadini, con le istituzioni locali. Voleva inculcare l’idea che ciò che i mafiosi facevano apparire come un favore in realtà era un diritto del cittadino. Una lezione valida ancora oggi di fronte all’acuirsi dei bisogni della gente per le conseguenze della pandemia e per la guerra in Ucraina. Ricordarlo significa mettere in atto i suoi insegnamenti, altrimenti tutto rischia di trasformarsi in vuota retorica”.

Giorgio Bocca, su “La Repubblica” del 4 settembre 1982 rievocò l’ultima intervista che fece prima che Dalla Chiesa cadesse vittima dell’eccidio per mano di Cosa Nostra e su ordine di Totò Riina che decise di far finire dopo 100 giorni nel sangue la vita di uno dei tanti servitori dello Stato morti in quegli anni.

“Perché allora un uomo così esperto, così scaltro aveva accettato la scommessa impari con la mafia? Perché fingeva di non capire ciò che il cronista arrivato da Milano su suo invito continuava a ricordargli: ma Generale, lei chiede i pieni poteri sui prefetti, sui questori; lei vuole coordinare la lotta alla mafia, controllare le banche, entrare nel commercio della droga. Ma Generale non lo vede che questa grande città vive della droga? Non lo sa che i mafiosi sono nel palazzo? Quel giorno Dalla Chiesa ebbe un momento di tetra riflessione: “Vorrei fare un gioco con lei – disse all’ ‘anti italiano’ – “vorrei trovare i nomi dei trenta o quaranta franchi tiratori che hanno fatto cadere il Governo. Scommetto che ci troviamo perlomeno cinque o sei deputati mafiosi”.

Il Direttore del quotidiano “L’Ora” Nicola Cattedra raccontò di una conversazione avvenuta tra palermitani incontrati in un ristorante della città: “Questo Dalla Chiesa può diventare una sciagura per Palermo. Se comincia a fare il super poliziotto contro i trafficanti di droga finisce che rovina questa città. Si immagini tutti quelli che oggi campano con i proventi della droga, buttati sul mercato dei disoccupati. Metterebbero a sacco le nostre case. Non potremo più uscire la sera, ci scipperebbero, ci scassinerebbero esercizi commerciali, ville, uffici. La pace verrebbe a mancare. I ristoranti non avrebbero più garantita la sicurezza, le nostre mogli non potrebbero più uscire in pelliccia. No, deve stare attento a quello che fa questo Generale piemontese”.

Quando quel maledetto 1982 finì, come riportò un titolo del quotidiano che più di tutti si occupò in modo approfondito del problema della criminalità organizzata, parliamo ovviamente de “L’Ora”, al primo dicembre Palermo registrò “136 uccisi in meno di un anno” elencando i nomi delle vittime.

Oggi la pax mafiosa continua  a durare e certamente quella stagione è definitivamente tramontata, ma attenzione ad abbassare la guardia perché, nonostante qualche intellettuale anti mafia si ostini a dire banalità del tipo che la situazione in 40 anni è cambiata facendola spacciare come una scoperta scientifica, la collusione tra ad esempio – ovviamente non tutta – una certa imprenditoria e i clan mafiosi continua a durare e basta anche solo una volta ogni tanto buttare un occhio alle cronache locali per accorgersi che sparatorie e morti ammazzati tra affiliati o comunque gente contigua alle ‘famiglie’ mafiose siciliane continuano ad insanguinare le strade dell’Isola.

Tutto ciò con buona pace di chi si sente esperto del problema mafia (intesa nella sua definizione onnicomprensiva di insieme di associazioni sovversive che mirano a sovvertire l’ordinamento democratico che disciplina la vita del Paese) e nelle prime pagine dei loro libri dedicati ai delinquenti stragisti arrivano persino a sbagliare la data della morte di Falcone.

Ma comunque viva la libertà, meglio analizzare il “cancro” e parlarne invece che stare zitti per cui bene così, basta che tutto quello che abbiamo letto non si ripeta mai più e che siano sempre presenti degli anticorpi pronti a combattere affinché il bene trionfi.

Francesco Graziano in collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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