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PSICOPOLITICA, il neoliberismo alla conquista dell’inconscio

da | Giu 27, 2022 | Attualità

Di Giulia Bertotto Roma, 27 giugno 2022 – Psicopolitica (Nottetempo 2016) di Byung-Chul Han, filosofo tedesco di origini sudcoreane è un testo illuminante per comprendere in quale vortice socio-politico siamo precipitati negli ultimi decenni. 100 pagine precise, compattamente rilegate nella loro copertina azzurro rassicurante in contrasto con la profezia retroattiva in quarta di copertina: “La libertà sarà stata solo un episodio”. Sì perché la libertà non è andare in giro senza reggiseno come vuole farci credere la bionda imprenditrice o la concessione di andare in bagno durante l’orario di lavoro.

Il neoliberismo e l’autosfruttamento del lavoratore

Han apre il suo saggio spiegando che gli insegnamenti di Marx sono ancora carichi di potenziale interpretativo, seppur da adeguare al nuovo paradigma del capitalismo neoliberista: mentre i soggetti in competizione si affannano nella disoccupazione volutamente strutturale, il capitale monopolizza i loro sforzi e da essi trae profitto. Il neoliberismo risucchia senza tregua le energie del soggetto, ed esso interpreta questa vampirizzazione come insufficienza della propria volontà o fallimento della propria capacità imprenditoriale: si sente risparmiato da costrizioni esterne mentre in realtà è un servo assoluto nella misura in cui sfrutta sé stesso. Il capitale nella sua massima espressione diabolica e geniale ha trasformato lo sfruttamento in auto sfruttamento.

“L’io come progetto, che crede di essersi liberato da obblighi esterni e costrizioni imposte da altri, si sottomette ora a obblighi interiori e a costrizioni autoimposte, forzandosi alla prestazione e all’ottimizzazione”. 

E chi “non riesce” in questo sistema economico ritiene sé stesso responsabile. 

Di conseguenza la sana aggressività sociale che veniva espressa verso il datore di lavoro ingiusto si rivolge contro sé stessi, causando depressioni e sindromi come il burnout. La lotta di classe diventa lotta contro sé stessi.

Badiamo bene, non si tratta di dispensarsi dal sano sforzo che ogni conquista implica, di sottrarsi alla “gavetta” o di deresponsabilizzarsi dagli obiettivi professionali mancati, ma di comprendere come il mercato del lavoro sia un sistema dove i lavoratori si sentono colpevoli di una realizzazione che non è ammessa nelle leggi del sistema stesso.

Il capitale oggi non sfrutta più solo la fatica dell’individuo ma anche il suo tempo libero, il suo aspetto ludico, il fare che non produce, il fare tanto per fare. Il capitalismo si appropria anche di ciò che è altro dal lavoro ed è così che il gioco perde il suo potenziale emancipativo, rientrando pienamente nella costrizione dolce e inconsapevole che l’uomo subisce. Il lusso non è oggi consumare, ma trovare attraente e poter fare qualcosa che non sia consumare.

La Rete, nuovo panottico

Secondo Milton Friedman, scrive il filosofo, in questo stato di cose lo “shock da catastrofe” rappresenta un’opportunità per una nuova articolazione neoliberale della società, per operare radicali riprogrammazioni. Come non pensare a quanto accaduto con la pandemia da Covid-19? Tracciamento tramite Qr code, smart working, scuola in dad.

In questo sistema economico si instaura una diversa e più pervicace e capillare azione di sorveglianza: la rete digitale è un nuovo panottico di benthamiana memoria. Il controllo totale raggiunge il suo apice nel pieno consenso dei suoi fruitori, infatti i cittadini contribuiscono in modo attivo ed entusiasta alla costruzione del dispositivo di sorveglianza. Tra le conseguenze esiziali quelle che riguardano la trasformazione antropologica e psichica dell’uomo del duemila: la persona si de-interiorizza. 

Il panottico è divertente, colorato, pieno di trovate, di icone colorate, di faccine spassose. Lo spiegava (quanto ingenuamente?) Baricco nel suo “The Game” a proposito del celebre video in cui Steve Jobs presentava l’Iphone. 

“C’era una cosa che tornava ossessivamente. Una parola. Simple. Very simple. Very very simple. Semplice. (…) sembra una cosa ovvia, priva di significative conseguenze. E invece. Semplice non è solo il contrario di difficile. E’ anche, e in questo caso soprattutto, il contrario di complesso. (…) Jobs non stava dicendo che aveva semplificato il telefono. Anzi stava dicendo che ne aveva fatto uno strumento complessissimo: tuttavia ci teneva a sottolineare che poi, usarlo, era maledettamente semplice. (…) era riuscito a cacciare tutta la complessità in un doppiofondo nascosto lasciando in superficie a galleggiare solo il frutto pulito di quei processi complessi, il loro cuore elementare e utile: (…) tutto il resto era stato inghiottito in un non-luogo invisibile. Come impressione era molto gradevole e bene la riassumevano quelle icone amichevoli, sorridenti, colorate. (…) beffardamente quelle icone usavano l’immagine stilizzata del tool che proprio in quel momento stavano distruggendo: la cornetta del telefono, l’ago della bussola, la busta delle lettere, l’orologio con le lancette. Perfino la leva dentata”.

Istintivo e immediato come un oggetto di transizione per un bambino molto piccolo. E paradossalmente, ma coerentemente, torneremo nella conclusione a parlare di infanzia. 

La politica come merce non come militanza

In questo scenario il cittadino figura solo come consumatore e la partecipazione politica avviene sotto forma di reclamo o lamentela, come avviene per un prodotto che non ci soddisfa, spiega Han. Vorremmo rimandare indietro il politico come un vestito che non ci dona o un elettrodomestico che non funziona, ma non vi è alcun impegno di militanza. Il potere del neoliberalismo oggi non assume la forma di costrizione ma si esplica in forma permissiva, è molto più seduttivo che repressivo, si plasma sui bisogni della psiche invece di disciplinarla o sottoporla a divieti. Per questo il like è il suo segno. 

Vengono subito alla mente le parole di Pasolini quando scriveva: “Si direbbe che le società repressive (come diceva un ridicolo slogan fascista) avevano bisogno di soldati, e inoltre di santi e di artisti: mentre la società permissiva non ha bisogno che di consumatori”.

Il Dataismo

Come ogni nuovo paradigma antropologico anche la psicopolitica ha la sua religione. Se il primo illuminismo prometteva l’emancipazione attraverso la ragione, ed era questa la sua fede, la nostra epoca vive nel culto del dataismo che si presenta con l’enfasi di un secondo illuminismo: il primo illuminismo liberava il sapere dal mito per mezzo della statistica, mentre il nuovo illuminismo pensa di potersi lasciare alle spalle ogni ideologia attraverso i dati. La fede nella misurabilità e quantificabilità della vita domina l’epoca digitale. Non più il raccontare, ma il contare, scrive Han.

Psicopolitica: alla conquista dell’inconscio

I big data rendono leggibili i nostri desideri più reconditi, quelli di cui non siamo coscienti neppure noi stessi, questi dati danno accesso al regno inconscio della nostra psiche permettendo di sfruttarla. Stiamo parlando della soddisfazione che si accende nelle zone più arcaiche del nostro cervello quando una nostra foto viene commentata o condivisa. Una dinamica biochimica che attiene all’accettazione sociale, che fa leva su quelle dinamiche di vita di gruppo sopravvivenziali per un essere umano. Infatti nonostante le rivoluzioni industriali e digitali, la fisiologia e l’emotività umana sono rimaste pressoché le stesse da quando abitiamo il pianeta. Ecco dunque perché non si tratta più di un regime biopolitico come quello descritto da Foucault, ma di regime psicopolitico, ci fa notare il filosofo.

La psicopolitica digitale è capace di influenzare le masse su un piano che si sottrae alla coscienza ed è qui il capolavoro neoliberista: stato di sorveglianza e mercato finalmente coincidono. Non è un processo inedito nella storia del Potere, tuttavia non si era mai espresso con tale insidiosa efficacia.

Resistere: idioti immanenti


Nelle poche righe in cui l’autore prova a fornirci anche una pozione all’incantesimo algoritmico che ci imprigiona, la forma di resistenza avanzata è nell’essere “idioti”, come Socrate o Cartesio dice Han. Essere non connessi, quasi far finta di non capire. Oggi essere eretico è essere immanente (Deleuze), come il neonato dice Han: “Su questo piano immanente della vita non è possibile stabilire alcun ordine dominante: il capitale si manifesta come trascendenza, che aliena la vita da sé stessa. L’immanenza come vita supera questo rapporto di alienazione”.

In questa civilissima modernità in cui la trattativa dell’utero in affitto ci viene presentata non solo come una pratica priva di barbarie ma anche come un’opportunità eticamente solidale, questa conclusione fa davvero venire i brividi

Giulia Bertotto

Pier Paolo Pasolini, “Non aver paura di avere un cuore”, Corriere della sera, 1 marzo 1975, poi in Scritti Corsari

Alessandro Baricco The Game, Einaudi 2018

Gilles Deleuze L’immanenza, Mimesis 2010

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