L’Albania sta diventando il laboratorio politico del nuovo Mediterraneo privatizzato. Le proteste esplose contro il progetto immobiliare diJared Kushnersull’isola di Sazan in Albania, non riguardano soltanto turismo di lusso, resort esclusivi o speculazione edilizia. Dietro quella piccola isola dell’Adriatico si intravede qualcosa di molto più profondo: la trasformazione del Mare Nostrum in una piattaforma geopolitica controllata da interessi israeliani e statunitensi intrecciati tra loro.
Sazan non è un’isola qualunque. È un punto strategico tra Adriatico e Ionio, una porta militare naturale nel cuore del Mediterraneo orientale. E il fatto che a mettere le mani su quel territorio sia il genero di Donald Trump non è un dettaglio mondano da rotocalco finanziario: è il simbolo di una nuova forma di potere dove relazioni familiari, capitale immobiliare, intelligence e strategia militare si fondono in un’unica architettura.
Jared Kushner non è un semplice investitore. Di famiglia ebraica è l’uomo che ha accesso diretto ai dossier mediorientali più sensibili. È stato il regista degli Accordi di Abramo, il mediatore parallelo tra monarchie del Golfo e Israele, il promotore di una diplomazia trasformata in business plan. Oggi quello stesso modello viene esportato nel Mediterraneo europeo: comprare coste, acquisire isole, creare enclavi economiche protette e trasformare territori strategici in asset geopolitici.
L’Albania, fragile economicamente e dipendente dalle reti occidentali, è diventata terreno ideale per questa espansione. Non è un caso isolato. Da anni si moltiplicano nel Mediterraneo operazioni economiche, infrastrutturali e tecnologiche legate a gruppi israeliani o a fondi vicini agli ambienti strategici di Tel Aviv. Cipro è già stata profondamente trasformata: intere aree costiere finite sotto controllo di società straniere, quartieri inaccessibili alla popolazione locale, infrastrutture energetiche integrate nei corridoi del gas dell’EastMed.
Un altro elemento che alimenta le tensioni in Albania è la presenza, sempre più discussa, di vere e proprie colonizzazioni politico-militari legate agli interessi occidentali e israeliani. Tra queste emerge il caso del MeK, l’organizzazione dei Mujaheddin-e Khalq iraniani, ospitata sul territorio albanese con il sostegno delle strutture euro-atlantiche. Per Teheran si tratta di un gruppo terroristico responsabile di attentati, omicidi e operazioni clandestine contro civili, scienziati e rappresentanti istituzionali iraniani.
La loro presenza in Albania non è soltanto una questione diplomatica. È il simbolo di un Paese trasformato progressivamente in zona franca geopolitica, dove reti di intelligence, gruppi politici radicali, interessi strategici stranieri e operazioni opache convivono sotto una protezione internazionale sempre più evidente.
Non sorprende quindi che molti cittadini albanesi guardino con sospetto anche all’operazione Kushner-Sazan. Per una parte crescente dell’opinione pubblica, l’isola rischia di diventare l’ennesima enclave extraterritoriale nel cuore dei Balcani, sottratta non solo al controllo economico locale ma perfino alla sovranità politica nazionale.
Il timore è che il Mediterraneo stia entrando in una nuova fase: non più occupazioni militari tradizionali, ma colonizzazione finanziaria, controllo tecnologico e presenza strategica mascherata da sviluppo turistico. E in questo nuovo schema l’Albania appare sempre più come un avamposto sperimentale.
Creta segue la stessa traiettoria. Il Mediterraneo orientale viene ridisegnato come una cintura energetica e militare dove Israele non agisce più soltanto come alleato regionale degli Stati Uniti, ma come centro autonomo di proiezione strategica.
E l’Italia osserva quasi in silenzio. Eppure, i segnali sono ovunque. Nel Salento avanzano progetti immobiliari e infrastrutturali legati a capitali israeliani; in Sardegna si moltiplicano presenze e investimenti opachi mentre l’isola continua a essere utilizzata come piattaforma militare del Mediterraneo. Parallelamente, Roma, con il governo di Giorgia Meloni, ha aperto enormi spazi della propria cybersicurezza a società israeliane specializzate in intelligence digitale, sorveglianza e trattamento dati sensibili.
La questione non è né etnica né religiosa. È politica e strategica. Israele sta costruendo una rete di influenza che supera la dimensione diplomatica tradizionale. Porti, gasdotti, cybersicurezza, turismo di lusso, tecnologia militare e controllo territoriale diventano tasselli di un’unica espansione.
In questo scenario Kushner rappresenta il volto “soft” dell’operazione: resort invece di caserme, investimenti invece di occupazioni, finanza invece di carri armati. Ma la logica rimane identica. Il territorio viene sottratto gradualmente alla sovranità reale delle popolazioni locali e integrato in una rete di interessi transnazionali protetti da Washington e Tel Aviv.
Ed è qui che emerge il nodo più inquietante: l’influenza personale di Kushner su Donald Trump. Ora che Trump è pienamente al potere, il Mediterraneo potrebbe diventare il principale spazio di convergenza tra l’agenda americana trumpiana e gli interessi strategici israeliani. Non più semplice alleanza, ma quasi una fusione di obiettivi geopolitici.
Kushner ha già mostrato la propria visione del mondo a Gaza, immaginata come una “Riviera” ripulita della presenza palestinese e riconvertita in paradiso immobiliare sotto controllo economico esterno. L’idea che interi territori possano essere svuotati della loro identità per essere reinseriti nel mercato globale del lusso e della sicurezza privata è il cuore del suo pensiero politico.
Sazan rischia di essere il prototipo mediterraneo di questo modello.
Le proteste albanesi nascono da qui: dalla percezione che dietro le promesse di sviluppo si nasconda la perdita irreversibile della sovranità. Quando un’isola strategica viene ceduta a un uomo che non è soltanto un magnate immobiliare ma un attore politico globale con accesso diretto alla Casa Bianca, il confine tra investimento e colonizzazione diventa estremamente sottile.
Il vecchio Mare Nostrum europeo sta cambiando pelle. E mentre Bruxelles appare paralizzata e la NATO perde centralità politica nel Mediterraneo, altri soggetti occupano il vuoto. Israele non si limita più a difendere i propri confini: costruisce profondità strategica ben oltre il Levante, estendendo la propria presenza lungo tutta la dorsale mediterranea.
L’isola di Sazan è solo una piccola pietra in questo mosaico. Ma spesso le grandi trasformazioni geopolitiche iniziano proprio da luoghi apparentemente marginali.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI







