Il 23 aprile Donald Trump ha annunciato da Washington una proroga di tre settimane del Cessate il fuoco tra Libano e Israele, entrato in vigore nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Il Presidente americano ha ospitato nello Studio Ovale della Casa Bianca l’incontro diretto tra gli ambasciatori dei due Paesi, alla presenza di Marco Rubio e JD Vance, ed ha di fatto imposto – bontà sua – a Netanyahu un nuovo periodo di “cessazione delle ostilità” che, però, non sono mai cessate.
Per il resto, i presenti alla riunione si sono trovati tutti d’accordo, compresa l’ambasciatrice libanese, sulla necessità di “disarmare Hezbollah” con il “supporto” dell’esercito israeliano offerto reiteratamente in sede diplomatica dall’ambasciatore dello Stato Ebraico Leiter.
Delle richieste del Paese dei Cedri – ritiro di IDF dal territorio libanese, rientro degli sfollati (stimati in più di un milione) nelle loro case, cessazione immediata degli attacchi israeliani su civili, soccorritori, giornalisti e della distruzione sistematica di città e villaggi del Sud – non si è, com’era prevedibile, nemmeno parlato. “A causa della presenza di Hezbollah” IDF occupa militarmente una vasta area del Sud del Libano, definita “zona di difesa avanzata” a protezione del nord di Israele, alla quale la popolazione libanese non può accedere.
Chi tenta di penetrare la cosiddetta “linea gialla” (dal colore della bandiera di Hezbollah), che comprende cinquantacinque villaggi sciiti e cristiani, o di avvicinarsi all’area adiacente al fiume Litani, a trenta chilometri dal confine, viene accolto dal fuoco israeliano. Secondo le autorità libanesi, nella sola giornata di venerdì 24 aprile – poche ore dopo l’annuncio dell’estensione delCessate il fuoco – IDF ha ucciso in Libano sei civili: due a Wadi al Houjeir, uno a Srifa, uno a Yater e uno a Toulin.

Il giorno prima, mentre a Washington si parlava dell’urgenza di disarmare Hezbollah, l’esercito israeliano ha provocato quattro vittime ad Al Tiri, distretto di Bint Jbeil, tra cui la giornalista di Al Akbar Amal Khalil, colpita proditoriamente assieme alla collega Zeinab Faraj. IDF ha impedito per ore ai soccorritori della Croce Rossa di raggiungere Khalil, intrappolata sotto le macerie di un edificio centrato intenzionalmente dai soldati israeliani.
Per quanto riguarda i villaggi che si trovano sul confine con Israele, in maggioranza cristiani ed estranei all’orbita di influenza di Hezbollah, IDF sta provvedendo a demolizioni sistematiche di abitazioni, edifici pubblici e privati, strade, scuole, ospedali, chiese, moschee, palestre, stadi e impianti sportivi a mezzo di ruspe, dinamite e bulldozer onde creare una zona desertificata a ridosso di Israele, come ha chiesto il Ministro israeliano della Difesa Katz. In alcune località, come Rmeish, i residenti si sono rifiutati di lasciare le loro case e sono tagliati fuori dalle vie di comunicazione; attendono l’apertura di corridoi umanitari che permettano l’arrivo di derrate alimentari, farmaci e personale sanitario.

Frattanto Hezbollah – che non è stato invitato al tavolo delle trattative e non riconosce i negoziati in corso – continua a lanciare razzi verso la Galilea e verso le postazioni di IDF in territorio libanese. Il “Fronte della Resistenza” ha diffuso giorni fa una mappa che illustra i principali scontri degli effettivi della milizia sciita con IDF, tra cui una battaglia durissima durata settimane a Bint Jbeil, al momento quasi completamente demolita da IDF.
Secondo il Ministero libanese della Salute Pubblica le vittime dell’aggressione israeliana in tutto il Paese sono salite a quasi 2500 (quasi 8000 i feriti), a fronte delle 2294 registrate al momento dell’entrata in vigore del Cessate il fuoco il 17 aprile.
Elisa Gestri inviata da Beirut
Foto copertina: credits by Elisa Gestri
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