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Verso la tassazione senza consenso: la nuova schiavitù del controllo globale

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C’è un filo sottile, ma sempre più visibile, che unisce la progressiva erosione delle libertà economiche al consolidamento di un potere centralizzato e privo di contrappesi. Non si tratta più di tassazione nel senso tradizionale del termine, ma di un nuovo modello di controllo che agisce in profondità, penetrando la vita quotidiana e condizionando la possibilità stessa di partecipare all’economia.

Un tempo la tassazione era il prezzo da pagare per vivere in una società organizzata. Oggi rischia di diventare il simbolo di una sottomissione silenziosa: non più un contributo al bene comune, ma una cessione forzata di libertà. Si parla sempre più spesso di tassazione senza consenso, una forma implicita di prelievo che non riguarda più soltanto il reddito, ma l’accesso stesso alle risorse, ai beni, ai servizi, perfino al diritto di possedere qualcosa.

In questo nuovo paradigma, non è lo Stato a decidere, o meglio, non uno Stato sovrano, ma un insieme di strutture sovranazionali, piattaforme e organismi economico-finanziari che, sotto il velo del progresso e della sostenibilità, stanno ridisegnando i confini del potere.

Il fenomeno non avviene per caso. Tutta la politica nazionale e internazionale sta lavorando affinché questi passaggi si realizzino attraverso un apparente dialogo e informazione pubblica, ma dietro questo si cela una strategia precisa di delegittimazione delle istituzioni. L’attività di lobbying nelle istituzioni europee è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, creando un network transatlantico che coinvolge, sia i conservatori, che i promotori della sovranità. Ma attenzione: questo network non mira a restituire sovranità ai popoli, al contrario, rafforza strumenti e strutture per dominare e controllare le comunità, rendendo le nazioni dipendenti da poteri esterni.

La famosa dichiarazione del WEF: “Non avrai nulla e sarai felice” non è una frase tratta da un romanzo distopico, ma una proclamazione che da anni riecheggia negli ambienti del World Economic Forum. Dietro la promessa di una felicità condivisa, si cela un messaggio inquietante: la proprietà privata non sarà più un diritto, ma un privilegio concesso, e revocabile, da chi controlla le infrastrutture economiche e digitali. Chi possiederà davvero i beni, le case, le imprese, i dati, non sarà il cittadino, ma l’entità che gestisce il sistema. E se “non avremo nulla”, qualcuno, inevitabilmente, avrà tutto.

Parallelamente, si assiste a un progressivo indebolimento della magistratura, della stampa indipendente e degli organi di garanzia. Le istituzioni che dovrebbero limitare gli abusi del potere vengono impoverite, depotenziate o cooptate. Al loro posto, emerge un potere di controllo unico, centralizzato e tecnologicamente onnipresente, che monitora, giudica e regola comportamenti e transazioni.

Il denaro, ormai sempre più digitale, diventa il principale strumento di sorveglianza: chi controlla i flussi economici controlla le persone.

Per realizzare tutto questo si usa una trappola perfetta dove, con il suo meccanismo subdolo, si distribuiscono sussidi, bonus, incentivi, e intanto si erode la libertà economica reale. Le economie nazionali si indeboliscono, i popoli perdono la sovranità, le imprese locali vengono inglobate in reti globali controllate da pochi colossi. Attraverso il denaro si compra il consenso, mentre la dipendenza economica diventa la nuova forma di schiavitù.

La tassazione senza consenso, dunque, non è solo una questione economica: è il principio fondante di una nuova architettura di potere. Una struttura che non ha bisogno di dichiararsi dittatura, perché esercita il controllo non con la forza, ma con la necessità. Quando ogni accesso, al cibo, all’energia, alla sanità, ai servizi digitali, passa attraverso un sistema controllato da pochi, la libertà individuale diventa un ricordo.

Il rischio è chiaro: stiamo entrando in un’epoca in cui la rinuncia alla proprietà e alla sovranità viene venduta come progresso e giustizia sociale. Ma dietro la promessa della felicità universale, si nasconde la costruzione di una nuova forma di sudditanza globale, sostenuta da una politica internazionale e da network transatlantici che delegittimano le istituzioni per consolidare il controllo. Quando ci accorgeremo di non possedere più nulla, forse sarà troppo tardi per accorgerci che, insieme alle cose, avremo perso anche noi stessi.

Andrea Caldart

Fuori dal Silenzio

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dott. berardi domenico specialista in oculistica pubblicità