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Amori fatali. Oltre le panchine rosse dinamiche emotive complesse, intervista a Catia Acquesta

da | Gen 9, 2023 | Costume e società

Ognuno di noi deve avere il coraggio di chiudersi alle spalle il portone della sofferenza e uscire a vivere la propria vita e le proprie passioni. Di slancio”.

Lo scrive Catia Acquesta nel suo libro Mia o di nessun altro. Il lato impervio dell’amore (2020, Caosfera). 

Acquesta è Giornalista professionista, editrice, autrice, scrittrice e coordinatrice UNAVI Unione Nazionale Vittime. 

E’ stata componente della Commissione nazionale, coordinatrice regionale delle Pari Opportunità e ideatrice dello sportello “Tutela donne giornaliste”. 

Da novembre 2018 è portavoce e responsabile della comunicazione di Mede@, Associazione contro la violenza di genere e in genere.

Dottoressa Acquesta, il suo libro Mia o di nessun altro. Il lato impervio dell’amoreracconta tre storie di cronaca, ma è anche un viaggio nell’interiorità, dal calvario emotivo alla rinascita.

Sì, il comune denominatore di queste tre storie è lo stalking. Ho scelto queste vicende per abbracciare il dolore delle vittime e per trasformarlo in un’esperienza utile e spero preziosa per le donne che si trovano in una situazione analoga. 

La prima vicenda è quella di Daria, perseguitata per tanti anni, che è stata costretta a cambiare città, abitudini, lavoro, amici, per sfuggire al suo aguzzino; ha dovuto rinunciare perfino alla sua femminilità, per un periodo usciva solo con tute nere, i capelli nascosti nel cappuccio, per mimetizzarsi nelle sembianze di un ragazzo. Il suo ex la cercava per ucciderla e per salvarsi non aveva scelta, ha dovuto escogitare una fuga anonima, facendo perdere prima le sue tracce. 

Fino al 2009 infatti non c’era neppure la legge sullo stalking. Lei ce l’ha fatta e da questa storia ho stilato il decalogo delle regole anti-stalker che si trova nel testo. 

Anche la seconda storia racconta di una donna che ce l’ha fatta ed è quella di Francesca. 

Anche Francesca si è salvata dopo aver subito violenza domestica per 18 anni. Percosse, insulti, minacce, ingiurie. Ha sopportato per tanti anni perché, oltre alla paura e alla spirale psicologica in cui la donna si sente di meritare tutto questo, non ci sono concrete proposte di aiuto sul territorio. 

A volte il problema è solo logistico. Pensi: “Ora lo lascio, ma poi dove mi nascondo? Come faccio a non farmi trovare?”. 

Lei ha voluto attendere la maggiore età di suo figlio per mettersi in salvo.

Anche io sono stata vittima di queste esperienze, anche se i luoghi e i nomi sono camuffati racconto anche la mia vicenda personale. 

L’ultima storia racconta di una donna che non ce l’ha fatta invece. 

Luca Delfino ha ucciso Antonietta Multari con 40 coltellate nel corso principale di Sanremo, tra la folla del primo pomeriggio, ed era addirittura con un’amica. In una mano teneva una collanina che voleva regalarle e nell’altra un coltello. 

Quando lei gli ha comunicato che era davvero la fine della loro storia lui ha deciso di usare il coltello.

È sempre più prudente non accettare quelli che possiamo definire “incontri chiarificatori” perché molte volte sono proprio quelli fatali. 

Inoltre, accettare di vedere qualcuno che ci manipola e maltratta dopo avergli già comunicato la nostra scelta di chiudere il rapporto può dargli forza, offrendogli la prova che non siamo poi così decise della nostra scelta. Questo ci mette in una posizione di vulnerabilità.

Nel libro ci sono anche due esclusive: una è l’intervista al papà di Delfino e la lettera da parte dei genitori che porgono le loro scuse alla famiglia e chiedono una seria pena dato che lui ha fatto solo dieci anni di carcere per omicidio di Antonella. 

È impressionante come il contenuto delle mani dell’assassino ne mostri l’ambivalenza interiore: in una mano un dono e nell’altra la morte. Da una parte l’affettività e dall’altra il possesso morboso e il delirio di onnipotenza sulla vita dell’Altro(a).

Il colmo è che oggi Luca Delfino sta per uscire dal carcere. Credo che questo sia davvero ingiusto, sia a livello penale che come monito sociale: il messaggio della Giustizia sembra essere “puoi uccidere una persona e verrai punito per una decina di anni”

Io credo che una persona che toglie la vita ad un’altra non debba tornare in società, tanto meno dovrebbe ottenere riduzioni o sconti di pena in caso di omicidio.

Tuttavia, è anche vero che l’istituzione carceraria ha la funzione di reintegrare la persona non solo di punire il reato. Altrimenti la prigione diventa vendetta e cade il senso stesso della sua esistenza.

È vero, ma dipende dai reati commessi e dalla condizione psicologica dell’omicida. 

Inoltre, questo sarebbe da tenere in considerazione se le nostre carceri offrissero un serio e costante supporto psicologico capace di reinserire il reo nella vita sociale, invece le nostre carceri, sovraffollate e violente, quasi sempre abbrutiscono i detenuti. 

Si cerca di sensibilizzare al tema della violenza di genere con simboli come le panchine e le scarpette rosse, i quali certamente hanno una valida funzione sociale, tuttavia questa estetica mediatica senza psicologia del profondo, è una prevenzione superficiale che non educa al rispetto autentico dell’alterità e della volontà dell’altro. La causa delle dinamiche di violenza è nella famiglia. Gli adulti che oggi si ritrovano nelle dinamiche di vittima/carnefice sono bambini che non hanno attraversato l’esperienza della desimbiotizzazione dalla mamma, che sono state bambine con problematiche di dipendenza affettiva e autostima, oppure che hanno avuto un modello di padre violento o madre abbandonica sono soggetti a rischio. Insomma non si può arginare davvero il fenomeno degli omicidi sentimentali se non si esplorano le dinamiche che fondano i nostri imprinting reconditi e inconsci. Parliamo quindi di prevenzione emotiva e familiare. Di fronte a questi vissuti ancestrali le panchine rosse sembrano non poter fare molto.

Questa analisi è molto profonda e corretta. L’amore sano è un sentimento raro e possiamo imparare a coltivarlo. I

In ogni scuola dovrebbe esserci l’ora dell’amore, dedicata a questo tema, proprio come si studia scienze o lingue straniere, tenuta da psicologi ed esperti di empatia. 

Lo dico da tempo e lo ribadisco con convinzione. Ci sono famiglie in cui il modello affettivo è compromesso ma in questo modo questi bambini possono conoscere altri modelli da imitare per sviluppare la loro affettività.

Tuttavia, non potendo controllare il fenomeno fin dall’infanzia, credo che le panchine rosse o altri simboli servano a far conoscere il fenomeno a chi sta intorno alle persone coinvolte. 

A volte poi anche loro stesse possono chiedere aiuto. 

Ci sono anche aguzzini (uomini o donne che siano) che quando si rendono conto di avere un problema con la gestione delle proprie emozioni chiedono aiuto. La panchina e la scarpa rossa servono a comunicare a queste persone che il loro problema esiste e non sono sole, sia che esse siano nel ruolo di aguzzini sia che siano nel ruolo di vittime.

A questo proposito inoltre, nel libro, c’è una sezione in cui dialogo con il professor Domenico Carbone, psicologo e psicoterapeuta, spiegando cos’è l’amore “malato”, come capire fin dai primi campanelli d’allarme quando una storia sentimentale è tossica e come uscirne. Anche all’inizio quando il rapporto sembra una favola e il corteggiamento è dolce, ci possono essere atteggiamenti di rabbia e frustrazione riconoscibili da cui prendere immediatamente le distanze. 

A proposito della mia storia personale vorrei dire alle persone che tendono a cadere in storie morbose, di investire la loro energia nella creatività. 

La passione per ciò che ci piace è una forma di amore che fa anche da antidoto e deterrente a queste situazioni morbose, soprattutto come ulteriore forma preventiva. 

Nel mio caso è stato la gioia dell’andare in moto, un’attività che adoro e che mi ha aiutata ad uscire dal vortice. 

La creatività e la realizzazione personale è una buona notizia in questo quadro molto preoccupante. C’è un’altra buona notizia?

Un’altra buona notizia è che sul territorio sono aumentati i centri antiviolenza, ci sono numeri che si possono chiamare ad ogni ora del giorno e della notte, i quali vedono rispondere professionisti preparatissimi in questo ambito come avvocati e psicologi. 

Questi centri altamente specializzati orientano la vittima di violenza e consigliano in quale modo lasciare la persona violenta e dove recarsi. 

Alcune associazioni invocano anche sportelli pubblici e con finanziamenti pubblici per la violenza di genere che compiono le donne a danno degli uomini, è un fenomeno di cui non si parla molto eppure esiste, con modalità diverse dall’abuso fisico. Spesso si tratta di donne che ricattano gli uomini strumentalizzando i figli, impedendo ai compagni di vederli, vampirizzando ogni risorsa economica del partner.  

Esiste eccome, e a volte questo fenomeno non è meno cruento di quello che vede vittime le donne. 

Per questo Mede@, si chiama Associazione contro la violenza di genere e in genere.

Come coordinatrice del Lazio dell’Unione Nazionale Vittime posso confermare che noi abbiamo anche uomini che si sono rivolti a noi per essere aiutati. 

Un ragazzo che è stato sfregiato dalla sua ex con l’acido sul viso ha cercato le nostre tutele. 

Appoggiamo anche quelle persone che si sono difese da ladri entrati nelle loro case e ora si trovano a dover pagare nei tribunali per essersi difese. 

Questo è assurdo e inaccettabile. Le tipologie di vittime sono dunque tantissime, noi portiamo avanti anche la battaglia perché vi sia una figura garante delle vittime, come giustamente la hanno i detenuti. 

L’orrore purtroppo è ovunque e il lavoro da fare è enorme, ma non dobbiamo scoraggiarci, dobbiamo parlare e scrivere di questi temi. 

Nessuno è solo, se lo vuole.

Giulia Bertotto

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