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“Cent’anni di Psicanalisi e il mondo va sempre peggio”. La Psicoterapia da cellula rivoluzionaria ad ancella del potere Psicopolitico?

da | Lug 28, 2022 | Costume e società

Cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio (Best seller con prima pubblicazione datata 1992) è un brillante libro intervista – con un intermezzo in forma di scambio epistolare – tra il celebre filosofo e psicanalista James Hillman e lo sceneggiatore Michael Ventura. 

Una sorta di dialogo socratico dei nostri tempi, operazione di maieutica moderna che dà alla luce un saggio divertente e audace in cui gli autori riflettono su come la psicanalisi abbia contribuito a fiaccare l’odio di classe, indebolire la volontà di cambiare il mondo, smorzato la partecipazione sociale e l’impegno politico.

Gli autori spiegano che il comandamento della psicoterapia e delle pratiche spirituali occidentali è “trasforma te stesso perché non solo non è in tuo potere cambiare il mondo, ma sarebbe l’ennesimo tentativo di fuga dai tuoi mostri”, (resistenza nel registro psicanalitico). 

Il dogma diffuso oggi negli ambienti della “consapevolezza” è: “tentare di cambiare l’esterno sarebbe delirio di onnipotenza. L’esterno muterà quando la tua frequenza sarà diversa”.

Niente di più vero, l’energia di cui siamo costituiti funziona mediante leggi attrattive anche secondo le più recenti e strabilianti scoperte della fisica dei quanti. Eppure. 

Psicanalisi, “Cellula della rivoluzione”

Eppure, secondo gli autori occorre tarare questo atteggiamento, perché esso -anche se prezioso perché responsabilizza ciascuno – ci può spingere a dispensarci dall’attivismo collettivo finendo per chiuderci in un circuito di autocommiserazione e inazione. 

La psicanalisi, secondo Hillman, ha eccessivamente interiorizzato le cause del disagio facendoci dimenticare che non possiamo stare bene individualmente mentre si bucano i tossicodipendenti alla stazione, se soffrono i cuccioli nei canili, se le acque sono inquinate, se le radici soffocano sotto l’asfalto, se i palazzi sono lattine di famiglie in scatola. 

La realtà esterna a noi e quella interna non possono non specchiarsi e l’una riflettere l’altra. Come possiamo essere felici se intorno a noi c’è degrado culturale, etico e civile?

Hillman ci invita allora all’entusiasmo, a adottare un cane, a raccogliere firme per mobilitare sull’emergenza abitativa, ad usare quell’acqua e lavorarla nella creta e nella pittura, perché la psicanalisi torni ad essere invece la “cellula della rivoluzione”. 

Aprire il proprio dolore alla comunità, smettere di sentirsi speciali e vittime nel proprio dramma, che certo non si vuole d’altro canto negare. 

La psicanalisi ha assunto, (inconsciamente?!) un compito che piace al potere e al capitale: assorbire il disagio, contenerlo e normalizzarlo. Quando invece del disagio occorre fare creatività, arte e impegno politico. 

La psicanalisi nasceva per liberare l’uomo dalle catena dello stigma della malattia mentale cercando di interpretare le dinamiche interiori che lo portano alla follia o alla nevrosi e alla ripetizione di comportamenti sabotatori. 

Poi -asservita alle esigenze del potere- ha finito per sedare il sano sconforto, rabbia e dolore del mondo per plasmare individui adatti e adattati alla malattia del mondo.

Cent’anni di psicanalisi: da forza sovversiva a dispositivo individualista e consumista 

La psicanalisi, questo lo aggiungiamo noi, nasceva sovversiva come il primo cristianesimo, per poi istituzionalizzarsi, accomodandosi tra le fila di quei poteri che non vogliono fare del disagio rivoluzione sociale, ma un problema esclusivamente personale da analizzare nello studio dello psicoterapeuta. 

Ma questa non solo è un’illusione come tante altre, ci dicono gli autori. È un’illusione che il potere di coloro che ci governa pilota con interesse.

E se è un’illusione cambiare il mondo, continuano i due dialoganti, lo è anche pensare di potersi salvare tagliandosi fuori da una realtà che ci tiene invece ontologicamente connessi e spiritualmente legati. 


La terapia è oggi consumistica, individualista e stimola a rimuginare invece di invitare all’agire. Il disagio è una forma rozza di capacità creativa di mettere mano alle cose. In tal senso l’effetto della psicoterapia diventa deresponsabilizzante.

La psicanalisi nasceva ribelle come il cristianesimo dei millenaristi più esaltati e poi è diventata ancella del controllo psicopolitico.

Il culto dell’infanzia

Hillman spiega che la nostra società vive nel culto dell’infanzia, la quale avrebbe una volta per tutte segnato il nostro destino emotivo: “Enfatizzando l’archetipo del fanciullo, riducendo le nostre sedute a rituali in cui si evoca l’infanzia e si ricostruisce la fanciullezza, ci escludiamo dalla vita politica. 

Venti o trent’anni di terapia hanno relegato le persone più sensibili e intelligenti della nostra società, e alcune delle più ricche, nel culto dell’infanzia. 

E questo si è diffuso in modo subdolo (…) di conseguenza la nostra politica precipita nel caos e nessuno va a votare! Attraverso la terapia stiamo privando noi stessi del potere”. 

Insomma, più siamo infelici e più alimentiamo questa infelicità sul lettino dell’analista, in un circolo vizioso che ci fa sentire ancora più impotenti in un mondo che va…sempre peggio.

Originale la concezione dell’infanzia in Hillman: per lo psicanalista statunitense il talento non nasce per rispondere ad un trauma. 

Nel bambino che viene al mondo c’è da sempre un demone (nel senso socratico), una vocazione che già sa di doversi esprimere e dispiegare. 

Non ci sono bambini che compensano il disagio facendone un talento, ma quel talento è sempre stato in loro e il disagio è il pungolo di quel portento che vuole emergere. 

Il talento non è una evoluzione alchemica ma quasi una lotta intestina per emergere.

Facciamo un esempio: il balbuziente non ha smesso di balbettare e per compensazione è divenuto uno speaker radio di successo: ma balbettava perché tremava nel sapere che avrebbe dovuto esprimere quell’enorme dono linguistico e di comunicazione.

Tutta colpa di…Cartesio


La psicanalisi ci offre un mondo interiore da salvare e uno esterno a noi che possiamo quasi esclusivamente accettare in modo passivo. Ma cosa c’entra con questo Cartesio? 

Cartesio ha separato l’anima dal corpo, l’interno dall’esterno, decretando che solo l’interiorità umana è viva, mentre non lo sono gli animali, le stelle e il vento, il nostro mondo è vissuto come inanimato. 

Amare il mondo all’interno del paradigma cartesiano viene “pensato come necrofilia” perché per il modo di pensare scientifico e cartesiano concepisce tutto ciò che non è umano come morto

Quando invece sono vive le strade, l’architettura, l’aria, e anzi al contrario della visione cartesiana la cura è in una sorta di panteismo che ci risvegli alla vita di tutte le cose.

L’amore romantico poi, dice Hillman, si fa complice di Cartesio nell’uccisione del mondo, in quanto “mantiene morto il mondo”. 

L’amore romantico (di cui non dobbiamo fare a meno, ma che non deve tentare di sostituire la nostra missione nella comunità vivente) è un altro mito che ci impedisce di indirizzare il nostro amore al tutto, ecologico, politico, spirituale e universale.

Il mio amore deve invece andare verso la comunità e non solo verso il “crescere me stesso”, che è un mito occidentale e borghese accompagnato dal “due cuori e una capanna e chi se ne importa del resto”.

La storia umana è catastrofe, l’apocalisse sembra dietro l’angolo, il nichilismo appare lucidamente ragionevole, eppure dobbiamo restare umili nella tragedia, perché non possiamo conoscere il fine di quello che ci accade.

Dobbiamo agire anche andando incontro allo sfacelo: “Azione politica, disobbedienza civile, anche se sappiamo che perderemo. 

Perché la memoria delle azioni intraprese è il modo in cui le cose si tramandano di generazione in generazione”. 

Giulia Bertotto

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