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Consigli di lettura: “C’ero anch’io su quel treno”, edito dalla Solferino

da | Set 17, 2022 | Costume e società

L’autore è lo studioso e documentarista Giovanni Rinaldi.

Da anni viviamo immersi nel tempo della cronaca, la Storia, non da oggi ma da almeno un trentennio con il tramonto delle ideologie, appare come un pugile suonato relegato all’angolo dal suo avversario pronto a sferrare il colpo del definitivo Ko; la nostra vita è scandita dallo sciocchezzaio caratterizzato da due colori, il ‘nero’, delle tragedie che hanno fatto penetrare, con la forza dell’immagine elettronica, nelle nostre abitazioni ‘l’osceno’, ossia quello che allo spettatore degli spettacoli dei padri fondatori del  teatro greco veniva negato alla vista – con ciò intendo naturalmente matricidi, fratricidi, patricidi e tutto il materiale che il tubo catodico mostra e ha mostrato in modo ‘pornografico’ a noi spettatori privi di strumenti utili per “ leggere” il mezzo televisivo –  e il rosa del gossip, su cui il sistema mediatico in tutte le sue diramazioni ha puntato per massimizzare gli ascolti, ovvero i profitti, rendendoci un esercito di lobotomizzati, incapaci di ragionare, sospesi tra il male assoluto (Il delitto di Cogne con tanto di modellino della villa dove avvenne l’infanticidio del piccolo Samuele, mostrato in diretta in uno studio televisivo come fosse un giocattolo da porre nella cameretta del proprio figlio; il delitto di Novi Ligure con due ragazzi che sterminarono la loro famiglia e che oggi fortunatamente, seppur con molta fatica, hanno ritrovato una strada con un manto magari non perfetto ma percorribile). 

Negli aperitivi sovente udiamo argomentare, anche con un certo coinvolgimento, dell’ultimo amorazzo estivo di questa velina o quel calciatore. 

Mostriamo sdegno per l’invasore Putin e solidarietà per un Nazione invasa senza aver mai conosciuto la crudeltà della guerra. 

Dopo il nove novembre del 1989 e il crollo del Muro pensammo tutti, sbagliando clamorosamente, di cominciare a  vivere finalmente in un mondo  pacificato e invece da quel giorno felice in poi è stato un susseguirsi di spargimento di sangue, e perdita di vite umane in abbondanza (le guerre nel Golfo, in Afghanistan; in Georgia; in Ucraina e via discorrendo) e disillusione nei confronti della Politica (nei ‘Vaffaday’ vidi lo stesso qualunquismo che portò una banda di esagitati, indignati contro “i politici corrotti” che sedevano in  Parlamento , a lanciare  monetine contro un ex Presidente del Consiglio dei Ministri che di lì a poco sarebbe diventato latitante in Tunisia al grido di “ Onestà!”; “ Onestà!”) la quale per una certa generazione aveva rappresentato un mito positivo, un esercizio di solidarietà tra persone anche militanti per partiti diversi ma che erano legati da ideali comuni proprio perché la sofferenza, quella vera, fatta di mancanza di cibo; di un’istruzione; di cure sanitarie adeguate l’avevano conosciuta e vissuta sulla loro pelle.

Il libro di Giovanni Rinaldi “C’ero anch’io su quel treno. 

La vera storia dei bambini che unirono l’Italia”, edito dalla Solferino, ha il merito di riportare all’interno del dibattito intellettuale italiano (ed era ora!) un sano storicismo che per chissà quale motivo è stato abbandonato dalle nostre scuole e università in mezzo alla strada; motivo in più per portare dentro le aule non solo degli atenei il testo scritto, di cui oggi intendiamo scrivere, del ricercatore pugliese, da anni attivo nel raccogliere testimonianze orali dei braccianti della Puglia. 

Chi per scelta professionale o per semplice passione, si sarà accorto che forse qualcosina si sta smuovendo nel campo degli studi storici, i quali sembrano sempre più orientati a dare spazio nei saggi, non ad una asettica e fredda successione di eventi da trasmettere in modo meramente mnemonico ad uno studente svogliato, ma alle persone. Mi sembra che finalmente si stia andando versa questa direzione anche se è come voler spostare una montagna forse qualcosa nella didattica sta cambiando; naturalmente si può non essere d’accordo, questo sarebbe un ottimo spunto di riflessione e dibattito.

Giovanni Rinaldi parte proprio dall’essere umano, venutosi a trovare in un periodo storico drammatico, finendo la sua narrazione non perdendo mai di vista il punto focale della sua opera: il racconto delle persone fatto “in presa diretta”.

A differenza del teatro Sofocleo che ad un certo punto – tra le tante innovazioni introdotte nella drammaturgia – divise il coro in due semicori per permettere al corifeo di staccarsi agevolmente per dialogare con gli attori- nella pubblicazione di questo intellettuale poliedrico di Foggia tutti i personaggi hanno la loro importanza; il coro di voci che popola questo saggio è ugualmente importante, nessuno finisce per sovrastare o diventare più importante dell’altro, e tutti quanti – nel tempo della lettura – ci regalano il dono di farci uscire dalla porta dell’eterno presente in cui – come ho scritto sopra- ci hanno costretto a vivere, anche con la nostra – seppur innocente – disattenzione.

Impossibile raccontare tutti i personaggi meravigliosi contenuti in questa storia. Fin dalle prime pagine il lettore proverà amore per tutti.  

Severino – il primo di cui si racconta la storia nei dettagli – ti vien voglia di abbracciarlo per le vicende incredibili che ha vissuto. 

Figlio di due braccianti agricoli – Carmine Cannelonga ed Elvira Surianni – rimase ‘orfano’ dopo che il papà e la mamma vennero arrestati a seguito degli scontri scoppiati, durante lo sciopero dei contadini, nel marzo del 1950 (dopo due anni di processo furono assolti e tornarono liberi potendo finalmente ricongiungersi con i loro figli; sorte analoga a quella di tanti altri) a San Severo. 

Con la famiglia decapitata in tronco, cinque bambini restarono da soli in casa con la matrigna del padre e poi con la nonna vivendo sempre senza alcun aiuto economico. 

Fortunatamente entrò in azione il Comitato di solidarietà democratica, un’organizzazione su scala nazionale dei partiti della sinistra, fondato per aiutare tutti i compagni e i lavoratori e le loro famiglie che per motivi politici attraversavano ostacoli di varia natura: denunce, arresti, discriminazioni e metteva a disposizione dei legali affinché potessero difendersi nelle sedi opportune. 

Furono una settantina i bambini mandati nelle varie città italiane come Pesaro, Ancona, Ravenna e Livorno. Racconta Severino: “Le donne di Ancona, non le dimenticherò mai, ci accolsero con amore ripulendoci da capo a piedi: poi vennero compagni di altre famiglie che ci presero in consegna portandoci con loro. 

Vissi per due anni con un uomo che si chiamava Silvio e la sua famiglia fino a quando gli imputati al processo per i disordini di San Severo non vennero assolti “per non aver commesso il fatto”. 

In quei 24 mesi una sorella di Severino, Anna, fu ospitata da Luigi Ruggeri, Anconetano, e senatore del Partito Comunista; Lucia andò prima dalle famiglie di Augusto Capitani a Chiaravalle e dopo dai coniugi Venanzi a Falconara. 

La famiglia di Silvio Franchini fece un grande sforzo per far studiare Severino (“mangiavo quasi tutti i giorni la carne, cosa per me inconsueta”).

Dopo due anni di dibattimento e come detto l’assoluzione i genitori andarono a riprendere i loro figli; dopo una vita passata in prigione Carmine divenne ben presto uno stimato amministratore della città.

Nel sedicesimo canto dell’Odissea, Telemaco e Ulisse, davanti la capanna del porcaro Eumeo si rincontrano e Telemaco comprende che per riportare la legge ad Itaca deve riunirsi con il padre, in quel meraviglioso passo i due si abbracciano facendoci comprendere come può essere salvifico l’amore e terribile l’odio, capace come il diavolo tentatore, di tenerti incatenato ai tuoi dolori tutta la vita.

Quello che è più importante, alla fine dei conti, non è tanto chi siano i tuoi genitori biologici ma la lezione che determinate persone – a seguito di circostanze particolari – ti lasciano in eredità.

Lo spiega bene nelle battute finali lo stesso Severino: “L’aver vissuto questa esperienza, il clima che mi attorniava impressero una profonda svolta nella mia vita. 

Tante volte ho pensato: cosa avrei fatto, come mi sarei ridotto, quale sarebbe stato il mio destino senza questo aiuto? Credo che abbiano contato molto nella mia successiva formazione l’educazione e l’esempio dei miei genitori ma anche l’affetto e l’aiuto datomi dalla famiglia Franchini. 

Qualche anno fa ci siamo rivisti. Ho portato da loro mia moglie e i miei figli per dare prova alla famiglia degli “zii”, così li chiamavo, dell’affetto che ancora nutro per loro e mostrare ai miei figli il valore della solidarietà fra gli uomini”. 

Commovente.

Francesco Graziano in collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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