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“FIRE OF LOVE” Storia vera di un’ardente ossessione mistica

da | Set 25, 2022 | Costume e società

Fire of Love (Sara Dosa, Usa 2022) racconta con immagini autentiche e spettacolari la mirabolante vita dei vulcanologi francesi Katia Conrad e Maurice Krafft, attivi tra gli anni ’70 e ’80, dal loro primo incontro all’impresa che è costata loro la vita.

La coppia, che forse si è conosciuta in un elegante caffè francese o forse alla proiezione di un documentario (neanche a dirlo, sui vulcani) decide di unirsi in matrimonio a Stromboli e celebrare la sua promessa con lo stratovulcano dell’Arco Eoliano come testimone. Lei geochimica, lui geologo, decidono che non avrebbero avuto figli e si sarebbero dedicati solo alla loro missione scientifica, alla loro ossessione sensuale eppure, tesa a scavalcare la materia e il divenire.

Una passione focosa quella dei coniugi Krafft, che colpisce lo spettatore senza nemmeno l’inquadratura di un bacio. Il docufilm è stato costruito grazie al fascino vintage del loro archivio personale, mentre impazzava il ’68 e imperversava la guerra del Vietnam.

Anche per la vulcanologia sono anni di fermento, in cui si impone la rivoluzionaria teoria della tettonica delle placche, secondo la quale la crosta terrestre è divisa in molte placche.

Il montaggio magistrale alterna immani bocche sputafuoco, draghi tellurici, erotiche scie di fiumi di lava, ipnotici giochi di fluidi incandescenti che all’immediato contatto con l’atmosfera si fanno roccia solida, tarocchi animati di lapilli, carillon di geyser di carta, funghi di fumo densissimo, maestose caldere come quella del Krakatoa in Indonesia, bombe dalla fucina del pianeta terra.

Scienziati della terra, filosofi della Meraviglia

Katia e Maurice sono buffi, indossano maschere antigas che sembrano musi deformi di asini nella prima guerra mondiale, tute ignifughe di amianto che li fanno somigliare ad alieni giocattolo.

Passano le giornate a catalogare frammenti rocciosi, fotografare e classificare polveri, osservare guglie di cenere, trasmettere i dati alla comunità scientifica e divulgarli nei libri. E soprattutto se ne stanno a contemplare, come monaci erranti. Katia e Maurice sono filosofi della Meraviglia.

E’ una parabola avvincente quella degli innamorati votati ad Efesto, rabdomanti del fuoco, sempre connessi con le faglie stridenti del mondo, chirurghi delle tracce fossili, con la testa negli ombelichi di Gea.

Portano la loro ironia piroclastica nei salotti televisivi, iconica la scena di un uovo al tegamino cotto istantaneamente sulla pietra incandescente di una cucina magmatica.

I Krafft dividono in sole due categorie l’immenso albero genealogico dei vulcani: i rossi o effusivi, dalle sinuose colate laviche, e i grigi esplosivi, gli assassini; uno di quei mostri sismici che li ucciderà, sarà la colata piroclastica del Monte Unzen, nel 1991 in Giappone, a travolgerli.

Katia e Maurice si avvicinano sempre troppo ai loro totem geologici, nessuno tra i loro colleghi ha lo stesso coraggio, o la stessa inclinazione al sacro, al sacrificio: si fanno chiamare vulcanologi itineranti, come pellegrini di un cammino spirituale o un duo circense, funamboli tra la vita e la morte.

Dove i governi evacuavano, loro accorrono. Quello che l’istinto animale fugge, la loro anima brama, la loro follia anela.

Avanzano in senso contrario alle leggi del corpo, alla pulsione della fuga per la sopravvivenza. Come monaci buddhisti che mirano al distacco o martiri che smaniano per la forca.

Mistici sotto copertura

Tra le testimonianze che scorrono sullo schermo incendiato del cinema è rivelatrice l’intima confidenza di quella malinconia che li aveva segnati da bambini, poi trasformata nell’incanto per i vulcani, così grandi e indifferenti, ma mai come gli umani.

“Ci siamo appassionati di vulcanologia perché eravamo delusi dall’umanità” dichiarano. I vulcani li hanno salvati, i vulcani li hanno condannati, anzi ai vulcani si sono immolati.

La dipartita terrena di Katia e Maurice non sembra una sciagura ma una scelta maturata tutta la vita, un progetto di vita coronato da una morte da realizzare nella fusione con le viscere della terra.

Un suicidio rituale, un impulso estatico. Le televisioni li intervistavano in qualità di scienziati ma in realtà erano due mistici, asceti sotto strati di positivismo anticombustione.

E come due mistici hanno cercato la fusione assoluta nella potenza della natura, non per sfidarla o vincerla come vuole la facile interpretazione, ma per superarla, nel mistero trascendente dell’esistenza.

La loro storia racconta una sorte annunciata in morte, e sembra manifestare una legge del destino in vita.

Quante possibilità c’erano che due esseri umani, nella stessa epoca, in età “compatibile”, due ricercatori di una disciplina non comune, condividessero nel medesimo modo spericolato, la stessa passione estrema, la stessa chiamata spirituale, la stessa vocazione artistica per questi giganti di gas?

I vulcani nell’immaginario poetico

I vulcani hanno sempre ammaliato lo sguardo umano, le religioni animiste li venerano e temono, in Giappone sono sacri, i culti popolari di tutto il mondo ne hanno fatto soggetti di devozione.

E’ in un vulcano islandese che i tre protagonisti del romanzo di Jules Verne Viaggio al centro della Terra, cercano i segreti dell’esistenza.

Nello straziante romanzo Storia di una capinera di Verga, la protagonista è una giovane, ingenua ed entusiasta orfana di madre che viene costretta a farsi suora dalla matrigna, mentre lei vorrebbe danzare, prendere marito, diventare madre.

E in un momento di febbrile esaltazione dice di non volersi chiudere in un convento perché può sentire Dio nei fili d’erba, nel vento, nel Monte Ilice, cono inattivo su un versante dell’Etna.

Giordano Bruno e Giacomo Leopardi furono entrambi rapiti e ispirati dal Vesuvio, un “grigio”.

Nel periodo in cui Leopardi ha soggiornato, a Torre del Greco, alle falde dello “sterminator Vesevo” scrisse infatti La ginestra:

“E tu, / lenta ginestra, / Che di selve odorate / Queste campagne dispogliate adorni, / Anche tu presto alla crudel possanza / Soccomberai del sotterraneo foco, / Che ritornando al loco / Già noto, stenderà l’avaro lembo / Su tue molli foreste”. 

Gli opposti sono fertili, nessun terreno è rigoglioso come dopo un’eruzione: dalle forze Amore e Odio secondo Empedocle (V secolo a. C.) nascono tutte le cose, così senza acqua non si genera il fuoco e senza il fuoco non scorre acqua.

Vulcano e siepe, simboli dell’Infinito

Bruno, nato alle pendici del Monte Cicala, a Nola, nel De Immenso (II, 8) ricorda come da piccolo pensasse che non ci fosse nulla oltre quel monte perché nulla poteva scorgere, invece proprio da lì si apriva l’infinito.

Il Nolano osserva che se il Monte Cicala gli appare dai contorni definiti e lussureggianti, “avvolto d’edera, coperto dai rami d’olivo, del cornio, dell’alloro, del mirto e del rosmarino, circondato da castagni, querce, pioppi, olmi, lieti per l’unione con le viti feconde”, il Vesuvio invece gli sembra fosco e mortifero, “Tanto lontano di qui, così brutto, coperto di fumo, non produce alcun frutto, né mele, né uva, né dolci fichi”.

Sale allora sul sinistro Vesuvio e su questo crinale spaventoso il filosofo comprende che proprio ciò che non può essere visto apre all’unico vero panorama: l’infinito.

La siepe leopardiana che “Il guardo esclude” e il vulcano che oscura la vista rappresentano lo stesso dispositivo simbolico che ri-velando allude allo sconfinato. La siepe e il vulcano sono simboli di ciò che vorrebbero afferrare, ma a cui possono solo rinviare: l’Infinito. La scalata, antico archetipo alchemico, assume un respiro metafisico; come oltre il Vesuvio c’è ancora mondo, così al di là dei corpi celesti che svetta uno spazio senza limiti.

E’ nel tempo finito che Katia e Maurice hanno scoperto l’amore terreno, nell’eterno ancora stanno alla dolce beatitudine.

Giulia Bertotto

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