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Genio e follia: dissidenti politici e anticonformisti sono spesso stati etichettati come folli

da | Giu 19, 2022 | Costume e società

L’opera più famosa di Vincent Van Gogh, La notte stellata, venne dipinta dalla finestra del manicomio di Saint-Remy, dove il pittore venne ricoverato dopo essersi amputato l’orecchio in seguito a una lite con il pittore Paul Gauguin.

I pazienti di un manicomio nel XIX secolo venivano storditi col bromuro, purghe e salassi, le normali cure contro la “follia” o venivano appesi al soffitto in delle arcaiche camicie di forza, al fine di placare i loro “eccessi”. 

Quello di Van Gogh fu un destino condiviso da tante altre “vittime”: donne che in virtù del loro essere anticonformiste venivano internate, dissidenti politici, individui che pensavano e sentivano diversamente. 

Il manicomio fu il luogo di reclusione di uomini e donne che per qualche ragione non volevano conformarsi. 

La scultrice francese Camille Claudel, l’amante del celebre Rodin, venne rinchiusa in manicomio perché era una donna sola ed aveva l’ardire di essere una scultrice. 

Furono i suoi stessi parenti, sua madre in primis, ad averla fatta segregare e ad aver costretto i medici a tenerla imprigionata per più di cinquant’anni. Se nelle classi ricche vi era una maggiore tolleranza alle stravaganze e alle eccentricità, nelle classi povere o nei ceti medi gli “anti conformisti, i ribelli, i dissidenti” erano etichettati folli.

Ma nell’ambiente terrificante e degradante del manicomio Van Gogh dipinse alcuni dei suoi quadri più belli. 

Venne preso da un vero e proprio furore creativo, continuamente chiedeva al fratello Theo di inviargli materiale per dipingere, pennelli e colori. 

Con la forza della propria immaginazione riusciva a rielaborare la misera realtà che percepiva con i suoi occhi in qualcosa di sublime, d’immortale.

La luce e i colori nei suoi quadri sono accecanti, un’esplosione di vita colta con la finissima sensibilità che gli era propria. 

Quando tentò di avvelenarsi bevendo il cherosene delle lampade, fu segregato in una stanza spoglia e minuscola, priva di mobilia, ma continuò lo stesso a dipingere. 

Si attestano circa 900 dipinti e 1100 disegni realizzati prima della sua morte, a 37 anni.

Van Gogh non era matto, eppure venne emarginato da una società che vedeva in lui soltanto un folle. Non aveva amicizie influenti, mecenati o patroni che lo introducessero nella giusta cerchia. 

I suoi dipinti ai suoi contemporanei apparvero mediocri, “brutti”. 

A ciò si aggiunse anche il carattere ombroso di Van Gogh che proprio per questo venne rinchiuso in manicomio dove veramente perse la ragione. 

La sua è una storia tristissima e al tempo stesso commovente, perché a dispetto di tutte le circostanze avverse, della solitudine e della povertà continuò a dipingere, a far parlare le sue “tele” facendo dell’arte appunto una forma di resistenza, di ribellione

Pochi artisti sono riusciti a esprimere le sofferenze della propria vita con la stessa intensità di Van Gogh.

“Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole – qualcuno che non ha posizione sociale né potrà averne mai una; in breve, l’infimo degli infimi. 

Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno.”

Chi riuscì infatti a cogliere con maggior sensibilità lo spirito dell’uomo moderno se non questo emarginato che ci parla della solitudine dell’uomo, delle sue insopprimibili tristezze? 

Non è tanto la straordinaria maestria pittorica a colpirci in un artista quanto la sua capacità d’immortalare qualcosa di più profondo, che sia un enigmatico sorriso come nella Gioconda o la dolente bellezza di un cielo stellato che sovrasta due amanti come nella Notte stellata sul Rodano. 

È questa l’arte: l’espressione delle battaglie umane, dei suoi trionfi, delle sue vittorie ma anche dei suoi momenti più bui. 

Sulla soglia dell’eternità di Van Gogh come il Guernica di Picasso o il 3 Maggio di Goya, che immortala la tragica disfatta della resistenza madrilena contro l’occupazione francese, sono una meditazione sulla sofferenza. Questo è uno dei compiti dell’arte: testimoniare, quando la parola non basta poiché silenziata o inascoltata, le brutalità e le ingiustizie che gli uomini compiono.

G.Middei

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