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Il voto: nel deserto dei tartari

da | Giu 23, 2022 | Costume e società

In attesa dei ballottaggi del 26 giugno, proviamo ad analizzare quanto accaduto domenica scorsa.

La disaffezione alla politica impera. Poco più del 50% degli aventi diritto al voto si è presentato alle urne. Ai referendum vincono i SI ma il quorum è ben lungi dall’esser raggiunto.

L’astensione dal voto è certamente una opzione legittima di esprimere il proprio giudizio, più difficile è l’interpretazione. 

Se a promuovere i referendum fossero stati esponenti di sinistra la destra avrebbe commentato il mancato raggiungimento come una precisa vittoria loro e così infetti è accaduto in questa ultima circostanza però a posizioni invertite.

I 5 quesiti referendari sulla Giustizia erano stati promossi da 9 regioni a guida Lega e così, il PD, la cui politica del consenso si alimenta con l’attaccamento morboso al nemico, ha avuto campo libero e favorevole per screditare l’avversario cattivo.

Ma ancora è da comprendere quale sia una posizione chiara dei politici sulla questione giustizia, un argomento tanto caro al popolo e ancor più ai tanti che hanno avuto la sfortuna di confrontarsi con essa. 

Infatti, anche se dopo 10-12 anni di supplizi l’inquisito viene finalmente assolto, dai giudici d’appello o di cassazione, la sua vita è stata distrutta. Distrutta economicamente, distrutta socialmente e spesso anche fisicamente.

E nonostante tutto costui deve molto a quei togati che l’hanno liberato dalla vergogna e dall’isolamento sociale e lavorativo.

Se una interpretazione è consentita, Il tasso d’astensione così alto può facilmente voler dire che i quesiti erano eccessivamente tecnici e perciò di competenza esclusiva dei quasi mille che frequentano il Transatlantico.

Ma anche la maggioranza di SI hanno dimostrato che la maggioranza vorrebbe una riforma capace di liberare la giustizia dalla velleità politica di molti esponenti che dovrebbero invece dedicarsi diligentemente ad amministrarla. 

Diverso invece il caso delle elezioni amministrative. 

Il dato che viene confermato per l’ennesima volta è la disaffezione verso il voto.

Continua infatti la riduzione costante e sensibile di coloro che si presentano alle urne. 

E non consola che il fenomeno sia diffuso anche negli altri Paesi perché, al tempo della prima repubblica, eravamo orgogliosi dell’alto tasso di partecipazione e la fedeltà ai partiti era ferma e solida. 

Oggi invece si assiste, da una chiamata elettorale alla successiva, al trasferimento di massa da una forza all’altra. 

Si veda il caso di Renzi prima maniera poi caduto sui referendum, piuttosto che il più eclatante caso grillino; dall’ascesa in firmamento agli inferi e in ultimo l’avanzata poderosa di Fratelli d’Italia a sfavore della Lega, in primis, ma non solo.

Una fluidità che dimostra come da destra a sinistra ci siano fattori comuni che di volta in volta sono maggiormente evidenti e comunicati da uno o da un’altra esponente.

Ma a ben guardare il tema è sempre il solito: la chiamata alla rivoluzione perché il potere, relegato a Roma, va frantumato.

Come un buco nero, invece, il Parlamento tutti modifica a sua immagine e somiglianza. 

E’ stato così per la Lega Nord del motto “Roma Ladrona”, è stato così con il mondo dei “VAFFAgrillini, nemici del PD, oggi con loro solidali in modo vomitevole e pure propensi a togliere le limitazioni alle ricandidature.

Unico e sempre uguale a sé stesso è il PD, perfettamente interpretato dal Letta Junior, che invece di proporre attacca i propri nemici. 

È infatti la politica della costruzione di un “nemico”, vero o presunto, che il partito riesce a trattenere i propri adepti, militari chiamati a difendere la Patria da una scheda di fascisti che non si trovano quasi più nemmeno sui libri di storia.

Eppure, senza il nemico fascista, il PD e la sinistra più in generale perderebbe elettorato a man bassa con una massa di soggettai capaci di trasmigrare anche verso forze tradizionalmente non di sinistra.

In conclusione, prendo a prestito alcune prime conclusioni tratte dal professor Daniele Trabucco

1) l’affluenza dei votanti attestata al 54%. E non c’è da stupirsi con un Esecutivo che opera al di fuori della dialettica politica e che procede a prescindere dai partiti anche se con il loro beneplacito; 

2) il fallimento del Movimento 5 Stelle che, già in profonda crisi di legittimazione, ha dimostrato tutta la sua impalpabilità politica anche con il nuovo corso del prof. avv. Giuseppe Conte. La sua non nuova difficoltà in occasione del voto comunale ha certificato la necessità del “campo largo” offerto dal Partito Democratico, un tempo nemico ed oggi traino per una forza imbarazzante sia sotto il profilo delle competenze, sia sotto quello della proposta politica; 

3) la Lega, con la sua svolta nazionale “a metà” (anche con poca presenza al sud), ha perduto, da un lato, quel ruolo di “partito del territorio” che l’aveva contraddistinta (la partita autonomista non approderà ad alcunché sia per i tempi, sia per l’inadeguatezza dell’art. 116, comma 3, della Costituzione vigente), dall’altro ha pagato a caro prezzo l’appoggio al Governo della Repubblica guidato da Mario Draghi e la svolta liberal-atlantista-europeista di Giancarlo Giorgetti che, insieme ad alcuni Presidenti delle Giunte regionali, ha affossato con grande luciditá ed abilitá la leadership del segretario federale On. Matteo Salvini. Il dato della cittá di Verona, feudo leghista, é chiaro: il partito con l’effige di Alberto da Giussano si é fermato solo al 6%; 

4) il consolidamento di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che, sfruttando il mancato sostegno all’Esecutivo Draghi e la “ripulitura” dei nostalgici, si riprende il posto occupato dalla Lega e dall’esuberanza salviniana; 

5) il Partito Democratico tiene al centro-nord, ma non brilla nonostante le dichiarazioni trionfalistiche del segretario nazionale On. Enrico Letta. Tre esempi: a Genova, capoluogo della Regione Liguria, cinque anni fa raccolse 43mila voti, oggi sono 39mila. Lo stesso a Padova dove la lista ha perso circa 4mila voti rispetto al 2017. Infine, Feltre, in Provincia di Belluno, ove il distacco considerato sicuro dell’ex assessore ai Lavori pubblici giá al primo turno non solo non si é verificato, ma ha visto l’affermazione della candidata di centro-destra sia pure con una percentuale di 203 voti di scarto in attesa del secondo turno. Da qui la necessità di nuove alleanze, in primis con Azione di Carlo Calenda; 

6) Forza Italia, nel pieno delle manovre per un nuovo centro, ottiene nei Comuni sopra i 15.000 abitanti una media del 4,6% come lista. Se alle prossime elezioni politiche nessuno dei due schieramenti dovesse prevalere, sarà il solito ago della bilancia nei Governi delle ammucchiate e delle emergenze. Attenzione, però, a proiettare tutto in chiave nazionale poiché in questa tornata si sono presentate innumerevoli liste civiche nelle quali la figura del candidato ha assunto un ruolo fondamentale, rassicurante e, spesso, decisivo (si pensi a Belluno con Oscar De Pellegrin).

Lamberto Colla in collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

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