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La legge è sempre giusta?

da | Set 10, 2022 | Costume e società

È questa una delle domande che ci poniamo, leggendo l’Antigone di Sofocle.

La tragedia ha inizio quando Creonte, Re di Tebe, ordina di lasciare insepolto il cadavere di Polinice (Polinice infatti aveva assediato Tebe, tradendo la sua patria).

Antigone però infrange il decreto affinché il suo spirito possa riposare in pace.

Scoperta, Antigone viene arrestata e quando viene condotta dal Re suo zio, non nega di aver commesso il fatto, anzi afferma che la sepoltura di un cadavere è un rito voluto dagli dei, potenze superiori a Creonte.

Il re reagisce furiosamente e la condanna a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta.

In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche dei famigliari, Creonte decide di liberarla, ma è troppo tardi: Antigone si è impiccata.

Questo porta al suicidio il figlio di Creonte, (promesso sposo di Antigone), e poi la moglie di Creonte, lasciando Creonte solo a maledire la propria intransigenza.

Creonte è il difensore della legge (nomos), Antigone invece è mossa dalla pietas, dal rispetto dei legami di sangue e dei valori familiari.

Agisce seguendo la legge divina che è più forte dei divieti del Potere.

Entrambi, sia Creonte sia Antigone, esprimono due concezioni egualmente legittime e al tempo stesso inconciliabili.

Per Gustavo Zagrebelsky, professore di diritto costituzionale, l’Antigone è la tragedia del “confronto negato”.

Creonte e Antigone si fanno portatori di due posizioni irriducibili, non riescono a trovare un terreno d’incontro, a dialogare, e la loro incapacità di comprendere e di ascoltare il punto di vista dell’altro innesca la tragedia. 

Creonte giuridicamente parlando aveva l’autorità per imporre un simile divieto.

Ma allora perché rappresenta una figura negativa? Perché incarna l’intransigenza, l’inflessibilità del governante, della Legge che non ammette eccezioni, che invece di farsi serva dell’uomo, ambisce a fare dell’uomo un servo.

Antigone al contrario incarna la pietas che è superiore a qualsiasi legge, perché la trascende.

Antigone non contesta la punizione dovuta a un traditore, ma riconosce che nella morte tutte le colpe vengono lavate.

Nella vita di tutti i giorni ci sono tanti Creonte, individui cioè inflessibili, arroccati nelle proprie certezze, incapaci di confrontarsi con i punti di vista diversi dal loro, di mediare un compromesso. 

L’Antigone ci spinge anche domandarci: come dobbiamo agire?

Obbedendo ciecamente alle leggi che ci sono state tramandate o agendo secondo coscienza?

È un conflitto ancora insanabile tra ciò che sentiamo giusto e ciò che ci viene imposto, un amletico braccio di ferro tra l’individuo e la società che si ripresenta con drammatica potenza ogni qual volta l’uomo s’interroga su nuove questioni etiche.

In un mondo ideale i legislatori agiscono con saggezza e varano norme che abbiano lo scopo di migliorare la qualità della vita umana.

Ma ciò non accade sempre, ecco allora che si ripresenta questo antichissimo conflitto.

I miti greci sono tanto affascinanti perché raccontano di antichi conflitti e complessi psichici che ancora oggi, a distanza di millenni, continuano a essere attuali.

Se da una parte l’uomo anela alla giustizia, è consapevole al tempo stesso di vivere in una società che non contempla necessariamente la giustizia.

La legge non è sempre giusta e infallibile. Le leggi razziali furono uno degli esempi di leggi ingiuste condivise però e supportate da un’ampia fascia della popolazione.

Per questo la filosofa Hanna Arendt ha definito il male “banale”.

Il male più agghiacciante non è frutto di menti malate o personalità diaboliche (come potevano esserlo i malvagi delle tragedie shakespeariane) ma nasce all’obbedienza cieca e acritica.

Non avevamo altra scelta, non potevamo agire diversamente, obbedivano soltanto a degli ordini, così si giustificarono nel processo di Norimberga i membri dell’apparato nazista.

Ecco la giustificazione, l’eterna giustificazione di chi abdicando alla propria umanità, alla propria coscienza, alla propria dignità di essere pensante in grado di discernere il bene del male, semplicemente rinuncia al proprio essere uomo per trasformarsi in un ingranaggio del sistema. 

G. Middei

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