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La letteratura italiana fine ‘800 e primo ‘900. Il Verismo

da | Gen 7, 2022 | Costume e società

La cultura arricchisce lo spirito e la conoscenza. La letteratura di questo periodo rappresenta una fotografia della vita sociale, utile per la comprensione del periodo storico attuale e contribuisce a cogliere la nostra esperienza della realtà. La letteratura affina la mente a guardare oltre l’apparenza e a interrogarsi.

QuotidianoWeb intende, con una serie di pubblicazioni, essere utile a studenti e appassionati che potranno avere il piacere di leggere, dato che esiste un centro che si chiama ideale o spirito di un secolo, di un’epoca, il quale sviluppandosi forma un circolo… e i circoli tornano. 

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Il Verismo

Il verismo si afferma come corrente letteraria nel corso dell’Ottocento grazie a Giovanni Verga e Luigi Capuana. Racconta i fatti di vita quotidiana, quelli reali, e si dedica alle classi meno abbienti.

Il passaggio dalla Scapigliatura al Decadentismo si avverte quasi del tutto nei romanzi prodotti nell’arco dell’esperienza verista che si apre ufficialmente nel 1879 con il romanzo “Giacinta” di Luigi Capuana. Nel 1881 Giovanni Verga pubblica i “Malavoglia” e Antonio Fogazzaro “Malombra”. Nel 1882 Gabriele D’Annunzio esordisce con “Terra vergine”, nello stesso anno Guy de Maupassant pubblica “Une vie” e Verga le “Novelle rusticane”, nel 1884 Matilde Serao il suo “Ventre di Napoli”. Altri romanzi contemporanei che si riallacciano all’esperienza verista, seguono negli anni successivi. Così “Mastro don Gesualdo” del 1888 e, nello stesso anno, “Nana” di Émile Zola, che nel 1890 pubblica anche “La bête humaine”; infine “I Viceré” di Federico De Roberto. Ultimi, nel 1895, i romanzi di Grazia Deledda, “Anime oneste” e “Piccolo mondo antico del Fogazzaro. Infine, nel 1913 “Canne al vento” della Deledda. Lo scopo di tale elenco é quello di far notare come le produzioni letterarie dei vari autori si intersecano per poi fondersi tutte nell’ambito dei presupposti del Verismo. 

 Luigi Capuana (1839 – 1915)

Luigi Capuana é stato da molti considerato il teorico del Verismo. Egli ha seguito canoni scientifici, riuscendo a mantenersi sempre al di fuori delle vicende narrate. Innamorato del vero e, nello stesso tempo, aperto alle correnti artistiche del suo tempo, egli ne subì gli influssi anche quando erano in contraddizione con le sue concezioni.

Capuana che, si potrebbe dire, apre il ciclo di produzione verista con “Giacinta”, sente in particolar modo il problema del rapporto tra il romanzo ed il periodo nel quale si colloca. Pertanto tenta d’introdurre in Italia la tipologia narrativa simile a quella di Zola, fondata sui documenti e sul racconto del presente. Ciò comporta una posizione di conquista rispetto ai problemi politici, economici e sociali di un’Italia reduce dalla Terza guerra d’Indipendenza e dalla presa di Roma che accusava grandi interferenze, come quelle del centralismo amministrativo e del trasformismo politico. Ciò significa, di conseguenza, rifiutare nettamente e, diversamente a come aveva tentato di fare la Scapigliatura, i personaggi eroici del romanzo storico, il dualismo d’osservazione e immaginazione e le falsificazioni pseudostoriche per attenersi allo studio del vero, del mondo contemporaneo, quasi a pretendere dalla realtà persino l’assurdo nelle manifestazioni di ogni genere. Tutti questi motivi fermentano nella personalità del Capuana che, in primo luogo, cerca di mettere in evidenza la differenza tra i propositi veristici e quelli naturalistici, rivendicando parimenti il metodo dell’impersonalità dell’arte come mezzo d’azione tecnico-narrativa per realizzare il romanzo contemporaneo. In tal modo egli intende il Verismo come metodo di lavoro, da applicare alla rappresentazione della realtà, come consapevole acquisto di un punto di vista sociale. La realtà da osservare e trascrivere é quella dei dislivelli e delle depressioni regionali del popolo arretrato, specialmente nel Meridione, dei più elementari bisogni: pane, lavoro, casa, che la recente unificazione cercava di mascherare. Contro il centralismo Capuana, come Verga, Serao, De Roberto e gli altri veristi in genere, esprime la propria fede regionalistica. Ora il romanzo verista, in virtù dell’impersonalità, deve eludere i binari delle astratte convenzioni patriottiche e superare l’impasse soggettiva del romanzo scapigliato, per aderire alla vita paesana delle regioni e per variare il panorama uniforme della civiltà nazionale.

Capuana sembra quasi impossessarsi dei precetti del naturalismo che convertono fin nella prima edizione di “Giacinta”, dedicata a Zola, ove i tipici ingredienti sperimentali vengono elaborati nella storia dell’abbrutimento di Beppe, il servitore che usa violenza a Giacinta. Il Capuana vorrebbe spiegare, in chiave deterministica, i continui ricorsi traumatici e le turbe erotico-eversive del comportamento di Giacinta, a causa di ciò che ha subito da bambina. Essa sposa il Conte Giulio Grippa di San Celso per poi offrirsi anima e corpo, nel giorno stesso del matrimonio, al suo amante, il giovane Andrea Gerace. In questo romanzo Capuana si fa interprete della teoria dei “documenti umani” di Zola, ma il suo merito consiste nel tendere a penetrare il segreto di certe azioni e la coerenza del comportamento di Giacinta. Egli cerca di mostrare che, anche ciò che non riguarda le leggi della natura, rientra nei canoni di un sistema e come le manifestazioni umane rispondano ad alcune alterazioni.

Di conseguenza Capuana oscillò tra i due indirizzi che cercava incessantemente di fondere: il principio desanctisiano della corrispondenza tra forma e contenuto, espressione della concezione hegeliana dell’arte, e gli influssi che gli provenivano dagli scrittori naturalistici. Ma, ritenendo che l’arte fosse in costante regresso e che si spostasse dalla concezione della spontaneità a quella della riflessione, egli la ravvicinò alla filosofia ed alla scienza, per cui l’unico metodo per attuarla era quello naturalistico a sfondo scientifico, rappresentato dai canoni dell’osservazione positiva e dell’impersonalità artistica dei romanzieri francesi, da Balzac a Zola.

Questa teoria trovò la sua espressione in una concezione della storia come progresso e del progresso come evoluzione che fu propria del Positivismo. In seno a tali concezioni, Capuana sostenne che l’opera d’arte dovesse essere un “organismo” da giudicare come un fenomeno naturale secondo il metodo scientifico. Soprattutto in essa doveva essere evidente quel carattere di organicità e di coerenza. Di conseguenza l’artista doveva avvedersi affinché non fosse turbato l’ordine interno del romanzo ed i personaggi dovevano essere presentati nella loro immediatezza e naturalezza. In tutti i modi Zola ed il suo realismo rappresentarono per Capuana il completamento di quel sistema unitario delle scienze umane che aveva ipotizzato. Ma lo Zola di Capuana fu soprattutto quello che cercò di mostrare come tutte le manifestazioni umane, naturali ed istintive siano tali anche se i loro prodotti “prendono il nome convenuto di virtù e di vizi”. Capuana accettò solamente in parte uno Zola che parlava di “basses classes en marche à travers le corp social”.

Quindi possiamo dire che Capuana concepì il romanzo come un “album di fotografie” di situazioni di vita e dal quale escluse ogni influsso politico e sociale. In effetti i suoi romanzi sono caratterizzati da un profondo studio del costume che costituisce nella struttura solo l’ambientazione di un racconto e non il luogo dei punti essenziali. Del resto la caratteristica di romanziere del Capuana consiste nella descrizione di pianure inondate dal sole della Sicilia, di strade polverose percorse da carri variopinti, di contadini sofferenti e nobili decaduti, di donne passionali e fanciulli generosi. Descrizioni che presero forma evidente nel “Marchese di Roccaverdina”. In questo romanzo Capuana crea personaggi che agiscono secondo la propria vitalità in seno alla tragicità della storia. 

Antonella Di Luzio

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