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Letteratura e Mafia: Il primo Sindaco socialista di Corleone

da | Ago 26, 2022 | Costume e società

“Testimoni sepolti”, Bernardino Verro e il ruolo del giornalista politico.

Nelle prime pagine del bel romanzo di Michele Rondelli “ Testimoni sepolti” di cui abbiamo scritto  viene citato un personaggio vissuto nei primi anni del XX Secolo, che ai più è sconosciuto, ma che ha lottato fino all’ultimo respiro per affermare gli ideali di libertà e di giustizia di cui ogni italiano onesto, che provenga dal Trentino o da un paesino sperduto della Sicilia, sente il bisogno di diffondere nel proprio piccolo pezzo di realtà che lo circonda, ci stiamo riferendo a Bernardino Verro.

Alla maggioranza delle persone questo nome non dirà nulla, a parte ai siciliani imbevuti di storicismo; orbene Verro è stato il primo sindaco socialista di Corleone (“Negli ultimi anni di ginnasio e nei primi due di liceo tutto sembrava filare liscio nella mia vita: studiavo, tornavo a casa a Corleone per le vacanze e ad attendermi c’era mia madre, mio padre raramente”, scrive l’autore nella prima pagina del libro).

Anche chi – legittimamente- di mafia non si è mai occupato, soprattutto quelli con qualche anno in più sulle spalle, sanno bene grazie ai cronisti (il protagonista Ruggero De Robertis non a caso di mestiere è un giornalista)  cosa hanno significato per l’Italia intera gli anni delle stragi, non solo quelle di Capaci e via d’Amelio, ma tutte quelle che per più di vent’anni- a partire da quella di Viale Lazio del dicembre del ’69- hanno insanguinato il Paese fino a sfociare nel Maxi Processo o “ Processone” celebrato a Palermo e messo in piedi da Giovanni Falcone e dal pool antimafia dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta.

Bernardino Verro fu tra i primi ad aver capito cos’era quell’organizzazione criminale verticistica con dei capi e gregari successivamente ribattezzata Cosa Nostra e lottò come un matto per sconfiggerla; non perché fosse un ‘eroe’ ma perché era semplicemente una persona normale.

Fin dalla fine dell’Ottocento a Corleone c’era un sistema mafioso che stava in piedi grazie allo sfruttamento del più forte sul più debole e soprattutto grazie alla paura di quest’ultimo a ribellarsi. 

Bernardino Verro e i suoi amici avevano fondato il circolo repubblicano-socialista “La Nuova Età” e nel giro di un paio di mesi erano riusciti a diventare antipatici al capo dei “ fratuzzi” di Corleone Don Piddu Battaglia. 

Il nove settembre nacque il Fascio contadino. Come Placido Rizzotto anche Verro esortava i contadini a ribellarsi e tutto ciò naturalmente non poteva essere accettato. I campieri, i gabelloti costituivano l’organizzazione della mafia del feudo. Quando all’alba nelle piazze ci si radunava sperando di essere scelti per andare a lavorare nei campi erano loro che decidevano chi avrebbe lavorato e chi no. Un vero e proprio mercato delle braccia composto da disperati. 

Questi gabelloti mafiosi erano chiamati “fratuzzi” di cui abbiamo notizie certe in Sicilia della loro presenza fin dall’ultimo decennio dell’Ottocento. 

Il capo dei “ fratuzzi” all’inizio cercò di avvicinarsi a Verro con le buone attraverso dei suoi collaboratori che fingevano di vederlo di buon occhio e “ ne impedirono l’assassinio voluto dai proprietari terrieri”. 

L’impegno di Verro diede i suoi frutti allorquando anche in altri paesi dell’Isola sorsero delle sezioni di Fasci decisi ad attuare una rivendicazione seria e concreta contro lo sfruttamento dei padroni. 

Riunitisi a Corleone il 30 luglio del 1893 le sezioni dei Fasci della provincia di Palermo approvarono i “ Patti di Corleone”, quasi una sorta di contratto sindacale ante litteram il quale voleva arrivare – tale contratto- a qualcosa di straordinario- ovvero da sfruttati i contadini volevano riunirsi per non subire più le pretese assurde dei padroni. 

Purtroppo, l’intervento del Governo Crispi portò al disfacimento del Fascio di Corleone avvenuto il 17 gennaio del 1894 quando venne sciolto per decreto e i capi dei Fasci arrestati, processati e condannati dai tribunali militari. 

Verro venne condannato a dodici anni e potè rientrare a Corleone solamente il 16 marzo 1896 grazie all’amnistia concessa dal Governo Di Rudinì chiamato a sostituire Crispi dopo la disfatta di Adua.

Le agitazioni contadine ripresero con vigore e questa volta Verro dovette scappare negli Stati Uniti da dove ritornò solo con l’avvento dell’esecutivo di Giovanni Giolitti la cui impronta liberale diede il via ad una stagione di maggiore impegno politico.  

Dopo l’ottimo risultato ottenuto alle elezioni del 1899 grazie al quale potè entrare in consiglio comunale il Nostro continuava attraverso un giornale – “Lu Viddanu” – ed una penna usata come un fucile ad attaccare i mafiosi della peggior specie.

Spesso il giornale di Verro venne portato in tribunale ma eccetto che per una volta, mai ricevette una condanna per i suoi articoli grazie a “sentenze di non luogo a procedere”. 

Molte cose successero nella vita di questo che fu uno dei primi uomini che si batterono contro la mafia fino al 26 luglio del ’14 quando divenne il primo sindaco socialista di Corleone con la consapevolezza che “ la mafia non potendo vincermi con altri mezzi finirà con il sopprimermi”; purtroppo l’amara predizione si avverò il 3 novembre del 1915 quando fu vittima di un agguato da parte di alcuni sicari che con quattro colpi alla nuca posero fine alla vita di questo politico che in un contesto dove a regnare sovrana era l’omertà non aveva paura, nei suoi furiosi comizi, di lanciare strali contro i primi cittadini di Corleone colpevoli – a suo modo di vedere – di aver reso – come disse una volta- “questo paese la Cassazione della mafia”. 

Teniamo sempre viva la memoria perché chi ha il potere è il più anarchico di tutti e se gli si lascia campo libero farà ciò che vuole. 

Questa è la lezione che Verro e non solo – a parere di chi scrive – ha voluto lasciarci in eredità anche a costo della vita. 

“Testimoni sepolti”, il romanzo di questo autore di cu aspettiamo con ansia assolutamente un’altra opera, inizia la sua narrazione proprio durante quell’anno fatale: il 1915.

Francesco Graziano

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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