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Lo storico Gianfranco Stella e l’omicidio del marchese De Buoi

da | Dic 29, 2022 | Costume e società

Dopo oltre 70 anni non si placano le polemiche attorno alle vicende che videro coinvolti i partigiani, durante e dopo la fine della Seconda guerra mondiale. 

L’attività di Gianfranco Stella, coraggioso storico ravennate nonché autore di numerosi saggi di storia contemporanea italiana, ha avuto come principale interesse la Resistenza italiana. Nel suo libro “Compagno Mitra”, pubblicato nel 2018, egli trattò del caso Paderni. 

Ma, chi era Amleto Paderni?

Iscritto al P.C.I., egli ricoprì la carica di primo cittadino di Scandiano. 

Nel periodo bellico, Paderni era a capo di un battaglione di partigiani comunisti e Gianfranco Stella, in possesso del fascicolo giudiziario in cui i partigiani risultavano indagati (beneficeranno poi dell’amnistia), scrisse che Paderni fu mandante e autore insieme ad altri due partigiani dell’uccisione del nobile Luigi De Buoi, marchese e medico, nonché archeologo e scopritore della celebre Venere di Chiozza. 

A quanto pare, Stella non era a conoscenza di una sentenza di assoluzione a favore di Paderni, risalente al 1951. 

E la vedova e le figlie dell’ex sindaco Paderni hanno citato in giudizio lo storico per diffamazione. 

In questi giorni si avvia a conclusione il procedimento legale, apertosi presso il Tribunale di Ravenna. 

Nell’udienza del 6 Dicembre 2022, l’avvocato difensore di Gianfranco Stella, Luca Tadolini (appartenente al foro di Reggio Emilia), ha prodotto i documenti storici che il suo assistito aveva ricevuto da Mario Frigeri, quest’ultimo ricercatore di Istoreco recentemente scomparso: tali documenti portavano “ad indicare in Paderni l’uccisione del medico De Buoi” (cit. Reggio Report).

Il giudice ha fissato la data del 31 Gennaio 2023 per le ultime repliche. 

Appare utile ascoltare l’avvocato Luca Tadolini, anche lui autore di interessanti saggi storici sul periodo che ci interessa, a cui ho rivolto alcune domande sull’intera vicenda.

Cosa manca nella narrazione su esposta del fatto? Pongo la domanda a lei in qualità non solo di difensore, ma anche di studioso di storia, per fornirci un quadro completo degli avvenimenti.

Il problema è come e quanto la ricerca storica possa liberamente confrontarsi con le sanguinose vicende del 1945 italiano, della guerra civile, che scavallò certamente la data formale di conclusione delle ostilità. A quasi 80 anni di distanza la storia deve ritenersi quella scritta nelle sentenze di quel dopoguerra? Si devono ignorare le terribili condizioni in cui si svolgevano le indagini e si arrivava ad una sentenza? Un clima di paura, omertà, intimidazioni. L’Avvocato Pellizzi, del Partito d’Azione, prefetto del periodo, scrisse che dopo la Liberazione nel reggiano vennero uccise un migliaio di persone dai partigiani ancora in armi. Un famoso partigiano cattolico, Giorgio Morelli, giornalista, cominciò a denunciare i delitti partigiani dal giornale la Nuova Penna.  Scrivendo, nel Maggio 1946, delle indagini relative all’omicidio di Don Jemmi da parte di alcuni partigiani, Morelli riferì di pressioni comuniste “presso la magistratura di Bologna affinché i responsabili vengano assolti in istruttoria”. Poco dopo Morelli fu vittima di un attentato che lo ferì a morte. Si dice che la politica è la continuazione della guerra in tempo di pace, ma anche i processi possono esserlo. Non bisogna dimenticare che Togliatti fino al luglio 1946 fu il Ministro della Giustizia. Nei processi ad ex fascisti ed ex partigiani si giocò una importante partita del nuovo potere in Italia. Nel 2022 possiamo scrivere la storia di quella stagione o stiamo ancora giocando partita?

Che ruolo ha avuto (ammesso che ne abbia avuto uno) l’Anpi nella vicenda inerente a Stella?

Quando il 10 Novembre 2018 il dottor Gianfranco Stella venne a Reggio Emilia a presentare il libro “Compagno Mitra, saggio storico sulle atrocità partigiane”, con numerosi capitoli dedicati a questo territorio, l’associazione dei partigiani mobilitò i propri militanti in piazza con un presidio a poche decine di metri dalla sala della conferenza. Non solo: subito l’Anpi minacciò querele nei confronti di Stella, dando ampia notizia ai mezzi di stampa di questa intenzione. La polemica proseguì per una settimana. Alla fine, il clamore fu tale che venne più gente ad ascoltare Stella che al presidio partigiano. La stampa reggiana tirò le somme censurando la mobilitazione dell’associazione partigiani, che aveva portato in piazza anche il sindaco del capoluogo e il segretario del Pd, chiedendosi se una tale contestazione del libro non aveva avuto l’effetto inverso di aumentare l’interesse verso i delitti partigiani del 1945.  Alle parole seguirono i fatti. Mi risulta che le uniche querele a Stella per quanto scritto nel libro Compagno Mitra sono venute sempre da Reggio Emilia. E il presidente reggiano dell’Anpi presenzia alle udienze a Ravenna.

Ancora oggi, quando qualcuno osa parlare delle attività “opache” che videro coinvolti i partigiani, rischia di essere messo alla gogna – nella migliore delle ipotesi – oppure di venire trascinato davanti alla Giustizia. Mi viene alla mente Gianpaolo Pansa, ma si potrebbero citare altri. Perché accade questo? 

A Reggio Emilia nel dopoguerra vi era un coraggioso sacerdote, monsignor Pignagnoli, che veniva additato come l’uomo più querelato della città perché aveva pubblicato scritti sui delitti partigiani. Qui clamorosa fu la contestazione a Gianpaolo Pansa nel 2006 quando venne a presentare il libro “La grande bugia”. La spiegazione può essere quella che diede privatamente un responsabile dell’associazionismo partigiano: se si lascia tirare via anche un solo mattone, crolla tutto. Il muro che crollerebbe è quello dell’omertà sui delitti partigiani, su cui s’infranse agli inizi degli anni ’90 il famoso “Chi sa parli!” di Otello Montanari. Il risultato è una sorta di Guerra dei cent’anni, tanti sono scoccati ormai dalla Marcia su Roma. Evidentemente ci sono ancora forti interessi politici che giustificano una così capillare e costante opera di contrasto alla conoscenza storica di una guerra civile.

Il 2 settembre del 1945 ebbe fine la Seconda guerra mondiale. Si può/deve auspicare, anche nel nostro Paese, una Memoria storica condivisa? Cosa ne pensa?

All’inizio del processo di Ravenna ho offerto alle parti offese – i parenti del comandante partigiano che poi fu anche sindaco del Pci nel comune di Scandiano – di portare la disfida dal piano giudiziario a quello storico e culturale, con un convegno pubblico dove esporre e confrontare, in libertà e civiltà, la vicenda di questo delitto del 1945 alla luce delle ragioni di entrambi. L’invito non è stato accolto. 

Matteo Pio Impagnatiello

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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