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Alienazione, nevrosi, angoscia e liberazione

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Innanzitutto un brano dalla Lettera agli Ebrei cap. 2, verss. 14-18:

“Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli [Cristo] ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura (cfr. Is 41, 8. 9). Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova“.

In questo testo del Nuovo Testamento si parla delle schiavitù interiori, da cui Cristo è venuto a liberare. 

Oggi in Psicologia si parla molto, in modi talvolta discutibili, del tema delle dipendenze. 

Kiko Arguello, il fondatore del cattolico “Cammino Neocatecumenale”, nelle sue catechesi spiega che Cristo può liberare dalle dipendenze interiori, che poi portano al peccato, perché libera dall’angoscia di morte che ad esse è sottostante. 

Si dipende dagli affetti, dalla sessualità, dai soldi, dal successo sociale, dalle droghe, dal gioco, dall’attivismo politico e da mille altre cose, alienandosi in esse, perché si sta in realtà cercando di sfuggire alla propria paura più profonda, spesso inconscia, rimossa, dimenticata: la paura della morte. 

Tutte le dipendenze si pongono come schermo e difesa psicologica, come narcotico e bene succedaneo (sostitutivo), che dà un sollievo materiale immediato, ma poi in realtà è nocivo, tossico, velenoso, e crea appunto dipendenza.

I sociologi da decenni hanno messo in evidenza che la società post tradizionale del benessere, sviluppatasi in Occidente soprattutto negli ultimi 70 anni, ha tra le sue caratteristiche la rimozione della morte. 

La gente non ci pensa e non ci vuole pensare, si occupa sempre e solamente dei suoi bisogni/problemi personali materiali immediati, di solito senza grandi ideali, e cerca di realizzare i suoi obiettivi esistenziali, mutuati dai modelli culturali di massa, che sono fondamentalmente relativi agli affetti, ai soldi, alla sessualità, al successo (che è una forma sostitutiva di affetto) e ad altre forme di realizzazione, che è in realtà alienazione, se l’uomo è la sua anima, come diceva già Socrate, prima di Cristo, che poi ha detto: 

Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?”. 

Tali dipendenze, dicevo, declinate nella subcultura di appartenenza (la cultura di massa varia nei ceti e gruppi sociali, pur avendo tratti di fondo comuni), sono idolatrie, configurano cioè culti materialistici sostitutivi rispetto al cristianesimo tradizionale dell’Occidente, ormai secolarizzato e modernizzato. 

L’uomo occidentale contemporaneo è quindi in realtà, come tutti i popoli della Storia, molto religioso, ma in modo diverso: la sua è una religione senza Dio, incentrata sul culto di sé e dei propri bisogni materiali. Tale egotismo (culto di sé), che porta all’egoismo, sistematicamente occultato sotto false ragioni e nobili ideali, è promosso ed esaltato, e in certa misura indotto, non solo dai processi educativi e di socializzazione in cui si è fin dall’infanzia coinvolti, ma anche largamente dalla cultura dominante imposta dall’élite capitalista dominante, che crea, soprattutto con i media e secondariamente con manuali e libri, i modelli culturali/di comportamento che la gente insegue, applica, in questa corsa frenetica, precaria, “liquida” e ansiogena che è diventata la vita contemporanea. 

I modelli culturali occidentali poi sono stati negli ultimi decenni globalizzati, sovrapponendosi alle culture locali, ed hanno così prodotto un pianeta di folli alienati e infelici, impegnati in una pazza corsa verso il baratro. La vita materialistica di massa è generalmente basata su credenze superficiali, anche per i laureati. 

Quanta gente fa studi profondi e specialistici sulla natura della scienza e i suoi contenuti, sulla religione, la filosofia, la psicologia, la sociologia, ecc.? Al più ci si limita in genere alla manualistica corrente e ad aggiornamenti preconfezionati, standard, com’è tutta la vita conformistica attuale. Le masse vivono vieppiù in una crassa e deprimente ignoranza, ma riempita di luoghi comuni mediatici, che danno l’illusione del sapere e, nella molteplicità delle informazioni, creano la Babilonia, corrotta, empia e saccente, che è diventato il pianeta Terra. Ognuno parla e ascolta soltanto la propria lingua, mentre più o meno tutti vivono nel vizio (lussuria, superbia, materialismo, ecc.), e credono di sapere e di valere. 

L’unilateralità egoica, egolatrica, egoistica delle visioni, altrettante forme di cecità, porta ai conflitti, anche violenti, micro e macro-sociali. Schiavi delle passioni, si vuole realizzarle a tutti i costi, le si legittima con gli schemi culturali fatti propri, che diventano costanti pregiudizi. La costruzione psicologica soggettiva della realtà immediata, delle situazioni, è ormai una costante inconsapevole, ma la si pensa obiettività. Chi si oppone alla realizzazione della passione specifica del momento diventa il nemico da combattere, con ogni mezzo, e la frustrazione genera aggressività, che va dalla critica alla violenza fisica, e i “drogati” non fanno sconti a nessuno, neanche agli affetti più cari. 

E dietro a tutto questo? Un’inconfessabile e/o incosciente paura della morte. Le anime sono infatti spiriti che hanno una percezione meta-razionale, che si manifesta talvolta nei sogni.

Secondo Ernesto de Martino, noto filosofo marxista, dunque materialista ed ateo, e padre dell’Antropologia culturale in Italia, la funzione fondamentale delle culture dei vari popoli e gruppi sociali è, fornendo norme, modelli di comportamento e valori, insomma orizzonti esistenziali, difendere proprio dall’angoscia della morte. La cultura occulta/allontana la morte, ma, nelle culture tradizionali, le dà un senso, la rende accettabile. Il tutto può essere, ovviamente, in parte o completamente, un inganno, un’illusione. 

Certa Psicologia umanistica, in senso lato, del ‘900 (Fromm, Allers, in Italia Luigi De Marchi, e altri,) aveva a suo tempo identificato come fondamentale la certezza della morte, questione non affrontata, diceva De Marchi, (rimossa?) neanche da Freud. La nevrosi, e ogni altra forma di alienazione psicologica, era stata correttamente ricondotta alle sue radici esistenziali, quindi, anche da psicologi laici, ma è stata poi rimossa anch’essa, nella cultura dominante di massa, abilmente creata dall’《industria culturale》, proprietà dei capitalisti al Potere, che pubblicano e promuovono solo la manualistica universitaria e la letteratura, scientifica e non, di loro gradimento. Questo fa sì che pure tante forme di psicoterapia siano scarsamente efficaci, o addirittura dannose, cercando, in modalità ideologica e pseudo scientifica, soltanto la causa materiale immediata di fenomeni che hanno radici ben più profonde, spirituali.  

Dunque, dichiarato morto Dio, una dichiarazione di morte presunta e mai provata, questo mondo occidentale non ha più speranza, anche nel senso che in fondo, dietro la facciata superficiale, mantenuta anche con sé stessi, e la folle corsa quotidiana, le persone sono spesso disperate, perché ognuno in fondo avverte il nulla sostanziale, il vuoto e la precarietà della propria vita. I beni succedanei, le “droghe”, gli idoli suddetti, proposti e utilizzati, in fondo non soddisfano e non tolgono l’angoscia di morte sottostante. Si tira di solito a campare, finché la crisi non esplode di fronte a problemi (una malattia grave, la morte improvvisa di un caro, ecc.) che sopravanzano le capacità personali e gli schemi laicisti di comportamento acquisiti. Certi problemi infatti si presentano come troppo grandi, senza soluzione, più gravi di quello che l’individuo-massa possa affrontare con la sua pseudo logica consolidata.

Che fare allora?

Insistere con gli stessi schemi di comportamento e sprofondare sempre più nel vizio, nella dipendenza, nell’alienazione e nell’oblio? Così si arriva ad annientarsi, psicologicamente e fisicamente. Invece, l’angoscia e Dio sono terapeutici, diceva Kierkegaard, sono una medicina magari amara, ma che libera dalle “finitudini”, cioè fa vedere la pochezza delle cose terrene, affetti, soldi, sesso, successo, ecc., per cui si sta vivendo. Dio, per il filosofo danese, mostra chi si è veramente e libera dalle idolatrie, dalle schiavitù interiori, per portare alla vita eterna. 

Che avesse ragione Kierkegaard?

In effetti nelle crisi a qualcuno, non a tutti, viene in mente di gridare a Dio, magari dopo anni di abbandono, di risuscitarlo e scopre che Altri lo ha già fatto da tempo per lui. Il problema della morte, a cominciare dalla morte psicologica che si sta vivendo, diventa risolvibile. Quella è la Pasqua di chi risorge interiormente con Cristo.

Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002

Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino 

Docente di Filosofia e Storia nei Licei

Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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