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Chi governerà le macchine governerà l’uomo

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La sfida globale lanciata dal nuovo Papa

L’epoca contemporanea ha una singolare capacità di trasformare ogni crisi in un mercato. Le fratture internazionali, le tensioni sociali, le paure collettive non sono più soltanto problemi da risolvere: diventano occasioni da gestire, risorse da amministrare, strumenti da valorizzare. È in questo scenario che l’intervento di Leone XIV assume un significato che supera di gran lunga il perimetro ecclesiale.

Per molti anni la voce della Chiesa è sembrata relegata a un ruolo di commento morale, spesso ascoltata con rispetto ma raramente considerata una forza capace di incidere sugli equilibri globali. Oggi, invece, il Pontefice sembra voler occupare nuovamente uno spazio di iniziativa. Non si limita a richiamare principi astratti: entra nel cuore della questione che definirà il XXI secolocioè chi stabilirà i limiti del potere tecnologico.

La posta in gioco non riguarda soltanto l’innovazione. Riguarda il modello di società che verrà costruito attraverso l’innovazione. Quando gli algoritmi iniziano a orientare il lavoro, la comunicazione, la conoscenza e perfino le relazioni umane, la domanda decisiva non è più che cosa siano capaci di fare le macchine. La domanda è chi avrà il diritto di decidere ciò che le macchine dovranno fare agli esseri umani.

In questo senso la nuova enciclica Magnifica Humanitas appare come un tentativo di riportare al centro una categoria che il dibattito pubblico tende a considerare un ingombro: la persona. Non l’utente, non il consumatore, non il dato statistico, non il profilo digitale. La persona. Una parola apparentemente semplice che però rappresenta il principale ostacolo per ogni sistema che aspiri a trasformare l’uomo in una variabile calcolabile.

La forza politica del messaggio pontificio sta proprio qui. Non nella nostalgia di un passato idealizzato, ma nella critica di un futuro progettato esclusivamente secondo criteri di efficienza. Un futuro in cui il valore di un individuo rischia di essere misurato dalla sua produttività, dalla sua utilità economica o dalla sua capacità di adattarsi alle trasformazioni tecniche.

È significativo che questa sfida venga lanciata proprio mentre le grandi potenze sembrano incapaci di produrre una visione condivisa del mondo. Da una parte si moltiplicano le promesse di crescita e innovazione; dall’altra aumentano le disuguaglianze, l’insicurezza e la percezione di essere sostituibili. La tecnologia viene celebrata come soluzione universale, ma sempre più spesso si evita di interrogarsi sulle conseguenze che produce.

Leone XIV entra in questa contraddizione e lo fa scegliendo il terreno più difficile: quello dei principi. Perché la politica può negoziare interessi, l’economia può amministrare convenienze, la tecnica può ottimizzare processi. Esistono limiti che non possono essere fissati dal mercato e valori che non possono essere delegati a un software.

La vera novità non è dunque che un Papa parli di intelligenza artificiale. La vera novità è che la questione dell’intelligenza artificiale è ormai una questione di potere. E chi controlla le regole di questa trasformazione non governerà soltanto una tecnologia, ma definirà l’idea stessa di umanità che accompagnerà il secolo appena iniziato.

Per questo la sua voce disturba. Non perché ostacoli il progresso, ma perché costringe il progresso a giustificarsi. E ogni potere che sia abituato a procedere senza rendere conto delle proprie scelte, considera sempre una minaccia chi gli chiede non quanto sia forte, ma per chi e a quale prezzo intenda usare la propria forza.

Andrea Caldart

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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