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“Cinemanifesto” L’uomo dei sussurri: il fast fashion del thriller

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Netflix confeziona l’ennesimo thriller annacquato, in cui la suspense si perde tra reminiscenze del grande crime americano e un De Niro che prova a metterci del suo.

C’è qualcosa di quasi rassicurante nei thriller Netflix: basta mettere insieme un bambino scomparso, un serial killer, una musica di suspense, qualche filastrocca infantile e una detective tormentata perché tutto sia pronto per girare (il famoso F4 degli sceneggiatori di Boris).

Diretto da James Ashcroft, tratto dal romanzo di Alex North e disponibile dal 28 agosto sulla piattaforma, L’uomo dei sussurri (The whisper man) non fa eccezione. Anzi, sembra costruito precisamente per arrivare alla paura. Peccato che lo spettatore lo sappia già a metà film.

Il riferimento al thriller americano degli anni Novanta è evidente: Il silenzio degli innocenti, Seven, Copycat, Prisoners. Un po’ come la copia contraffatta di un vestito di alta moda, si avvicina all’originale, ma la stoffa si rompe alla prima sfilata.

Inoltre, da un regista come James Ashcroft era lecito aspettarsi un film con maggiore personalità. Il suo precedente The Rule of Jenny Pen (2024), ambientato in una casa di riposo e costruito attorno a un confronto assai più fisico e disturbante, aveva mostrato un gusto per l’inquietudine che ne L’uomo dei sussurri sembra completamente abbandonato, dove la tensione viene spesso sacrificata per darci un prodotto totalmente preconfezionato, anonimo e levigato.

E poi c’è De Niro. Bob è uno di quegli attori che hanno ormai il privilegio – o la condanna – di portarsi dietro la propria storia. Non deve fare molto per dare a un personaggio una silhouette, una biografia, un modo di occupare lo spazio. Nel film interpreta Pete Willis, il classico detective consumato dal caso della sua vita e da un rapporto fallito con il figlio. Premesso che non salva il film, gli impedisce almeno di essere completamente anonimo.

Forse è proprio qui che L’uomo dei sussurri diventa interessante, suo malgrado. Non tanto per quello che racconta, quanto per il modo in cui si inserisce nella grande abbuffata contemporanea del crime. Il crimine è ormai uno dei linguaggi più riconoscibili dell’intrattenimento, e Netflix ne ha fatto uno dei suoi terreni privilegiati.

Da anni le grandi piattaforme utilizzano il genere crime come punta di diamante delle proprie produzioni, facendone non più soltanto un genere ma un’abitudine dello spettatore. È un modo di raccontare qualsiasi cosa, e soprattutto un modo estremamente efficace per trasformare la curiosità in permanenza davanti allo schermo.

L’uomo dei sussurri sfrutta quella familiarità senza riuscire a trasformarla in un vero punto di vista, restando così un thriller mediocre con qualche buona scena di suspense e un cast che, tra De Niro e un disturbante Michael Keaton, ci ricorda il vecchio grande cinema.

Il problema è che chi costruisce il cinema sulla base delle reminiscenze riuscirà, nella migliore delle ipotesi, a restituire soltanto un sussurro di quella genialità che serve per rendere un film davvero indimenticabile. Ma forse l’intenzione di questi progetti non è affatto quella di diventare immortali, bensì di essere consumati finché il pubblico ne avrà voglia. Come un prodotto di fast fashion, il fast cinema vive di immediatezza e consumismo: si indossa, si consuma e si sostituisce. “Aò, mica stamo a fa’ Kubrick!”

Samuel Campanella

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

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