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Contro l’idolatria dei valori: l’intelligenza artificiale davanti all’ordine dell’umano

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Il discorso contemporaneo sull’intelligenza artificiale si raccoglie, con crescente insistenza, attorno al lessico dei valori: trasparenza, inclusione, equità, sostenibilità, sicurezza, responsabilità. 

Tale lessico, apparentemente nobile e rassicurante, rivela, tuttavia, una debolezza teoretica profonda, poiché il valore, quando viene assunto come criterio ultimo, non indica necessariamente ciò che è giusto in sé, bensì ciò che una volontà, una cultura, una procedura o un consenso storico reputano meritevole di promozione. 

Il valore, in quanto tale, non fonda, esprimendo una preferenza qualificata, un orientamento pratico, una stima sociale, una scelta collettiva o individuale. 

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

Proprio per questo esso può mutare, entrare in conflitto con altri valori, essere bilanciato, negoziato, sacrificato, riformulato secondo l’equilibrio mutevole delle forze dominanti (si veda l’insegnamento di Carl Schmitt). Una filosofia che pretende di governare la tecnica attraverso i valori finisce così per consegnare l’umano a un criterio instabile, perché privo di radicamento nell’essere delle cose. 

La questione decisiva non consiste, dunque, nel chiedersi quali valori debbano orientare l’intelligenza artificiale, bensì se essa sia conforme o difforme rispetto all’ordine oggettivo dell’uomo, alla sua natura razionale, relazionale, libera e finalizzata al bene. 

Ciò che è conforme al diritto naturale non vale perché qualcuno lo sceglie, lo approva o lo proclama. Esso obbliga perché corrisponde alla verità della persona e alla misura intrinseca dell’agire umano. 

Qui si trova la differenza essenziale: il valore dipende da un atto di valutazione, mentre il giusto precede la valutazione e la giudica; il valore può essere prodotto dalla volontà, mentre il bene umano deve essere riconosciuto dall’intelligenza; il valore chiede adesione, mentre il diritto naturale esige conformità alla realtà. Applicata all’intelligenza artificiale, questa distinzione diventa decisiva. Una tecnica può essere detta “etica” secondo il linguaggio dei valori e, nello stesso tempo, risultare disordinata rispetto all’uomo, qualora riduca la conoscenza a calcolo, la libertà a opzione prevedibile, la decisione a procedura, la responsabilità a tracciabilità, la persona a dato elaborabile. 

Non basta che l’algoritmo rispetti valori dichiarati, se tali valori non sono misurati dalla verità dell’umano. Una giustizia ridotta a equità statistica, una libertà ridotta a consenso informato, una dignità ridotta a non discriminazione, una responsabilità ridotta a imputazione tecnica conservano il nome di princìpi morali, eppure ne perdono la sostanza, perché non custodiscono più la persona come soggetto ordinato al vero e al bene. 

La critica dell’intelligenza artificiale deve, pertanto, liberarsi dall’equivoco assiologico. Non occorre aggiungere valori alla macchina come ornamenti morali di un potere tecnico crescente; occorre stabilire se quel potere sia subordinato all’ordine dell’uomo oppure se contribuisca a ridefinirlo secondo categorie funzionali, operative e produttive. Nel primo caso la tecnica rimane strumento, nel secondo diventa criterio. Ed è precisamente quando la tecnica diventa criterio che l’uomo, pur celebrato nel linguaggio dei valori, viene silenziosamente destituito dalla sua posizione propria. Per questo il problema non è costruire un’intelligenza artificiale “valoriale”, formula ambigua che lascia intatta la sovranità della volontà umana o del sistema tecnico che seleziona i valori da applicare. Il problema è ricondurre l’intelligenza artificiale alla misura del giusto naturale, cioè a ciò che conviene all’uomo in quanto uomo, prima di ogni decisione positiva, di ogni convenzione sociale e di ogni ingegneria normativa.

Solo ciò che è conforme alla natura razionale e morale della persona può essere realmente giusto; ciò che si limita a essere “valorizzato” resta esposto alla mutevolezza del potere che valuta. Una civiltà che sostituisce il diritto naturale con il catalogo dei valori crede di umanizzare la tecnica, mentre in realtà prepara il terreno alla più sottile delle alienazioni: quella in cui l’uomo non viene negato apertamente, bensì reinterpretato secondo ciò che la tecnica è capace di misurare.

Daniele Trabucco – Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario “san Domenico” di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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