Esiste un momento esatto in cui il progresso tecnologico smette di essere un miracolo e diventa una gigantesca, asfissiante rottura di scatole.
Quel momento è oggi! Siamo ufficialmente entrati nell’era della AI Fatigue, la spossatezza da Intelligenza Artificiale, una strana patologia collettiva che non si manifesta con la paura che i robot ci rubino il lavoro, ma con la certezza che ci abbiano già rubato l’anima e, cosa ancora peggiore, che l’abbiano sostituita con un testo formattato benissimo, privo di errori ortografici e fatalmente noioso.
Fino a ieri l’imperativo era automatizzare, oggi, per le strade digitali del nostro sfinimento culturale, si consuma una rivolta silenziosa ma spietata: la santificazione dello sbaglio.
Se navigate sui social o leggete le newsletter più cool del momento, noterete un fenomeno bizzarro. Testi con refusi macroscopici, verbi saltati, dita in più nelle immagini, video sgranati dove il protagonista balbetta senza sosta.

Non è pigrizia. È marketing dell’autenticità. È il disperato tentativo dell’essere umano di urlare al mondo: “Guardatemi, faccio schifo, dunque sono umano!”
Siamo passati dal correttore automatico al feticismo della macchia di caffè sul foglio. Se un’e-mail di lavoro è scritta in un italiano impeccabile, fluida, con la giusta alternanza di coordinate e subordinate, non pensiamo più: “Accidenti… che persona colta”. Pensiamo: “Ecco il solito pigro che ha dato in pasto il prompt a ChatGPT”.
La perfezione è diventata il marchio d’infamia della macchina.
Se scrivi bene, sei un robot. Se scrivi “Ci risentiamo domani, un abraccio con una b”, allora sì che mi fido di te; sento il calore del tuo polpastrello impreciso che ha mancato il tasto sullo schermo dello smartphone.
L’incompetenza grammaticale è stata elevata a baluardo della resistenza umanista.
Jean-Paul Sartre diceva che l’inferno sono gli altri; oggi l’inferno è un algoritmo che non sbaglia mai un congiuntivo.
Il paradosso antropologico è servito. Per decenni gli scienziati hanno studiato come avvicinare l’intelligenza artificiale al cervello umano, dotandola di reti neurali capaci di simulare l’intuizione.
E noi, cosa facciamo? Compiamo il percorso inverso. Ci sforziamo di essere disastrosi per non sembrare finti. Nascono corsi di “scrittura imperfetta”, fotografi che buttano migliaia di euro in vecchie macchine a pellicola degli anni Novanta per avere l’effetto sgranato e lo sviluppo fallato, musicisti che lasciano nelle tracce audio il rumore della sedia che cigola o lo schiarirsi della gola prima del canto. Cerchiamo l’errore con la stessa foga con cui un tempo si cercava la purezza. È la transizione ecologica del braintrend: dal bio alimentare al bio intellettuale, dove il verme nella mela è la prova che non ci sono pesticidi chimici e l’anacoluto nella frase è la prova che non c’è silicio nel cervello.
È proprio qui che scatta l’incongruenza sistemica che “Io Rompo” non può non fare a pezzi: la pianificazione a tavolino della spontaneità.
Conoscendo la nostra specie, l’autenticità non poteva rimanere tale. È già diventata una posa. Immagino già i copywriter delle grandi agenzie di comunicazione, pagati migliaia di euro, passare le notti a scervellarsi su dove inserire il “refuso strategico” nella campagna pubblicitaria per farla sembrare più vicina al popolo.
Immagino i manager che cancellano appositamente una virgola per dare al testo quel sapore ruspante di “fatto in casa”. Abbiamo industrializzato l’errore.
Il punto non è la tecnologia, siamo sempre noi.
Siamo una razza meravigliosamente ridicola che prima crea uno specchio perfetto e poi lo prende a martellate perché si spaventa della propria stessa faccia senza rughe. Non sappiamo convivere con i nostri limiti, ma non sopportiamo nemmeno la loro assenza.
Quindi, cari lettori, se in questo articolo troverete una ripetizione di troppo, una sintassi zoppicante o un concetto un po’ bislacco, vi prego di non mandarmi una mail di protesta. Non è un errore. È la mia firma biologica. È il mio orgoglioso, imperfetto, difettoso e pigrissimo cervello umano che vi saluta, o forse è solo quello che l’algoritmo vi vuol far credere.
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio
Foto copertina: immagine generata dall’AI

