Esiste una sottile e logorante strategia che domina il dibattito politico contemporaneo, una formula ormai collaudata che ha superato il vecchio concetto di compromesso o di semplice scontro ideologico.
Se un tempo la politica si fondava su visioni contrapposte del mondo, oggi assistiamo a una costante e scientifica produzione di rumore di fondo.
Il meccanismo è tanto semplice quanto perverso: creare confusione, alimentare la polemicasul nulla e sollevare polveroni mediatici basati su corbellerie quotidiane.

L’obiettivo finale? Gettare il popolo in un costante stato di disorientamento, allontanando lo sguardo collettivo dai problemi reali che affliggono la vita di tutti i giorni.
Questo fenomeno si manifesta in modo particolare attraverso una precisa dinamica di ribaltamento della realtà. Quella che una volta veniva definita come “normalità” – intesa come il buon senso comune, la stabilità sociale, i valori condivisi e i bisogni primari dei cittadini – è diventata il bersaglio principale di una narrazione distorta.
Oggi si avverte la forte sensazione che il cittadino comune debba accettare passivamente una nuova normalità calata dall’alto.
Chi si oppone, chi pone domande legittime o chi semplicemente esprime un dubbio basato sulla logica, viene immediatamente etichettato con la peggiore delle accuse: quella di essere “fascista“.
La colpevolizzazione del dissenso è diventata l’arma di distrazione di massa, preferita da una certa controparte politica, storicamente identificata con la sinistra progressista, più impegnata a cavalcare battaglie ideologiche di nicchia che a risolvere le emergenze economiche e sociali.
La vera gravità di questo scenario non risiede solo nello scontro verbale, ma nella progressiva istituzionalizzazione di questo attacco alla normalità.
Non ci si limita più a boicottare il buon senso attraverso i media o i social network; oggi assistiamo all’invenzione di veri e propri processi, sia mediatici che giudiziari, volti a criminalizzare chi non si allinea al pensiero unico. Si creano casi dal nulla, si imbastiscono teoremi assurdi e si trascinano alla sbarra della pubblica gogna istituzioni, figure pubbliche o semplici cittadini, colpevoli unicamente di voler difendere una stabilità logica e tradizionale.
La magistratura e il sistema sanzionatorio vengono così talvolta strumentalizzati per diventare il braccio armato di una fazione che ha perso il contatto con la realtà del paese, trasformando il dissenso culturale in un reato da perseguire.
In questo caos pianificato, il cittadino si ritrova completamente disorientato, mentre la discussione pubblica viene monopolizzata da controversie sterili e provocazioni quotidiane, i nodi cruciali rimangono irrisolti: il potere d’acquisto che diminuisce, la sanità pubblica in affanno, la mancanza di tutele lavorative e la sicurezza carente nelle città.
La confusione generata ad arte serve proprio a questo: a coprire l’inefficacia dell’azione politica e l’assenza di soluzioni concrete. Quando il popolo è distratto a litigare su polemiche artificiali, smette di pretendere risposte sui problemi strutturali.
Per uscire da questa trappola, è necessario riscoprire il valore del pensiero critico e avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Rifiutare la provocazione sistematica, non farsi trascinare nel fango delle polemiche create ad arte e pretendere che la politica torni a occuparsi della realtà concreta, sono i primi passi per restituire dignità al dibattito pubblico.
La normalità non può essere una colpa, né il buon senso può diventare l’oggetto di un processo.
Questa tendenza a voler processare la realtà stessa ricorda il paradosso descritto da George Orwell in 1984, dove l’ortodossia del pensiero unico esigeva che l’ovvio venisse negato, e dove l’eresia delle eresie era il buon senso.
Si assiste a una riedizione moderna del tribunale di Socrate o dei sofisti della Grecia classica: retori abilissimi che usavano l’artificio verbale, non per cercare la verità, ma per confondere gli ascoltatori e condannare i giusti, ribaltando i valori della polis.
Siamo di fronte a un vero e proprio “sonno della ragione” di goyana memoria, dove i mostri generati non sono incubi notturni, ma futili polemiche diurne che divorano il tempo e l’attenzione pubblica.
Nel XVII secolo, il filosofo Blaise Pascal, parlava del divertissement, la distrazione sistematica che l’essere umano cerca per non guardare in faccia la propria miseria; oggi la politica ha industrializzato questo concetto, trasformandolo in un’arma di distrazione di massa.
Ci costringono a discutere dell’infinitamente futile per impedirci di guardare l’infinitamente urgente.
È tempo di rompere questo meccanismo di distrazione e riportare al centro della scena ciò che conta davvero per la vita dei cittadini.
Dobbiamo rivendicare il diritto all’ovvio, la bellezza della linearità e la sacralità di quel buon senso che Cartesio definiva come “la cosa meglio distribuita nel mondo”.
Rompere il caos non è un atto di nostalgia, ma un dovere di sopravvivenza.
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 LuglioLabirinto14luglio@libero.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

