I recenti passaggi parlamentari alla Camera dei Deputati, in materia di riordino e rinnovo delle professioni, hanno riacceso i riflettori su una crisi che consuma da tempo il mondo dell’informazione.
Non si tratta solo di una questione di codici, albi o riforme burocratiche.
Il vero nodo è identitario, culturale e qualitativo.
Oggi assistiamo a una paradossale guerra fratricida in cui una schiera sempre più rumorosa di operatori improvvisati – da me definiti “giornalastri” – muove guerra a quella ristretta cerchia di giornalisti professionisti, che tentano faticosamente di difendere la dignità della categoria.

L’accusa? Quella di essere “spocchiosi“, ma la realtà, al contrario, è rappresentata da una dinamica ben diversa, dove il rigore viene scambiato per superbia e la mediocrità viene elevata a sistema, trasformando le redazioni in succursali del dilettantismo allo sbaraglio.
Per comprendere la radice di questa frattura, basta scorrere le pagine dei quotidiani o navigare sui portali web d’informazione.
La prima, drammatica evidenza è il crollo verticale della padronanza linguistica. Una parte significativa di chi oggi pretende di fare informazione non conosce le regole basilari della lingua italiana.
La sintassi è frantumata, la consecutio temporum è considerata un optional per nostalgici del Novecento, e il lessico è ridotto a cliché stereotipati da social network.
Si scrive male, si titola peggio, pur di inseguire l’algoritmo impietoso del clickbaiting.
Assistiamo così, a lanci d’agenzia grotteschi e articoli in cui i verbi transitivi transitano verso il baratro e i congiuntivi vengono abbattuti senza pietà.
Quando i pochi professionisti rimasti sollevano il problema, chiedendo il rispetto delle regole deontologiche e della qualità della scrittura, la risposta è il risentimento corporativo della mediocrità.
Chi non sa scrivere si difende aggredendo, etichettando la competenza come “spocchia” aristocratica o snobismo intellettuale.
La richiesta di sinergie e di standard elevati, viene percepita come un insulto personale da chi vive l’informazione come un semplice mestiere di copia e incolla, facilitato oggi da intelligenze artificiali usate nel peggiore dei modi per produrre testi privi di anima e di verifiche.
Il merito, in questo scenario degradato, è diventato una variabile del tutto indipendente.
Il tesserino da giornalista o l’accesso a spazi di visibilità televisiva e cartacea non sono più il traguardo di un percorso di sacrifici, studio matto e disperatissimo e una sana gavetta nei precariati delle redazioni locali.
Al contrario, la selezione avviene, sempre più spesso, tramite canali totalmente esterni alla professione.
Da un lato ci sono gli sponsor economici e le sponde politiche: leader di partito o gruppi di pressione che piazzano i propri fedelissimi nei posti chiave, garantendo loro una cattedra da opinionista o una firma in prima pagina, senza che vi sia alcuna reale competenza alla base.
Dall’altro lato, si assiste al fenomeno ancor più avvilente delle cooptazioni legate a dinamiche puramente relazionali o sentimentali.
È il segreto di Pulcinella di molti ambienti editoriali nostrani: pseudo amanti di uomini di potere, figure prive di arte né parte, che si ritrovano improvvisamente catapultate sul palcoscenico dell’informazione mainstream con la stessa disinvoltura di un attore che sbaglia copione.
Persone capaci di inanellare strafalcioni logici e grammaticali in ogni dichiarazione pubblica, ma che ciò nonostante vengono regolarmente invitate ai talk show di prima serata, ottengono rubriche fisse sui settimanali e, ironia della sorte, ricevono persino prestigiosi premi giornalistici.
Questi riconoscimenti, un tempo massima aspirazione per chi spendeva la vita sul campo a caccia di notizie consumando le suole delle scarpe, sono stati svalutati e trasformati in gettoni di presenza per dinamiche di cortigianeria e passerelle mondane.
Vedere premiare l’incompetenza più sfacciata, mentre i veri cronisti precari lottano per portare a casa pochi euro a pezzo rischiando querele temerarie, è lo schiaffo definitivo a una professione storica.
Il rischio di questa deriva non è solo il destino dei giornalisti professionali, ma la tenuta democratica del Paese.
Un’opinione pubblica nutrita da un’informazione sciatta, servile e priva di strumenti critici è un’opinione pubblica facilmente manipolabile.
Quando il “giornalastro” vince sul giornalista, il cittadino perde il suo cane da guardia e si ritrova con un megafono del potere, un cortigiano della tastiera pronto a compiacere il potente di turno per un briciolo di visibilità.
La riforma delle professioni passata alla Camera dovrebbe essere l’occasione d’oro per blindare i criteri di accesso, per pretendere esami severi sulla lingua, sulla geopolitica e sulla deontologia, e non per sanare situazioni di comodo o regolarizzare l’abusivismo culturale.
Se il giornalismo vuole sopravvivere a sé stesso e alla sua stessa caricatura, deve ritrovare il coraggio dell’élite intellettuale: non per isolarsi in una torre d’avorio, ma per tornare a essere un faro di verità, etica e precisione linguistica contro il fango dell’incompetenza diffusa
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio
www. francescadellavalle.com
Foto copertina: immagine generata dal’AI

