Con l’AI si può leggere: 《Israele (dall’ebraico Yisra’el) significa principalmente “Colui che lotta con Dio”, “Dio combatte” o “Dio prevalga”》.
Ci sono altri significati, cioè altre interpretazioni, sopra non riportate, di questo antico nome.
Ad esempio: “uomo che vince Dio”, “uomo forte con Dio”.
Il fatto biblico
Giacobbe, mentre si reca verso il fratello Esaù con l’intenzione di placarlo [gli aveva rubato il diritto ereditario], accampatosi una notte presso il fiume Yabbog, lotta a lungo con uno sconosciuto [un angelo, Dio] il quale, non riuscendo a vincerlo, lo tocca all’anca rendendolo zoppo, poi gli chiede d’esser lasciato andare, perché l’alba è prossima; ma Giacobbe rifiuta, se prima quegli non lo benedica. E l’altro, consentendo, gli annunzia che il suo nome sarà cambiato in quello d’Israele, perché “hai lottato con Dio (o “con dei?”) e con uomini e sei rimasto superiore”.
(Dall’Enciclopedia Treccani, 1933)
Israele-Giacobbe è una tipologia biblica, è il capostipite e al tempo stesso è l’archetipo dei figli di Dio. Le sue caratteristiche sono quelle degli altri figli di Dio successivi, di tutte le epoche e culture. Egli non è in origine assolutamente una persona perfetta, anzi, all’inizio si distingue, e si avvantaggia materialmente, con la disonestà. Insomma, Giacobbe, figlio di Isacco, nipote di Abramo, è un peccatore. E va in crisi, è in un grosso problema, perché deve affrontare il fratello che vuole vendicarsi di lui, cioè vuole ucciderlo.
Poi, una notte, egli si trova a lottare con uno sconosciuto, e dopo capisce che è Dio, o un suo inviato. Quindi Giacobbe-Israele rappresenta chi fa resistenza alla volontà di Dio, chi non vuole obbedire, chi “lotta” con Lui. Siccome Giacobbe è una persona forte, Dio non riesce a piegarlo, a vincerlo. Allora Dio è costretto a colpirlo e gli procura un’infermità/sofferenza/croce permanente: sarà zoppo per il resto della vita. E Giacobbe-Israele da allora per camminare dovrà sempre appoggiarsi a un bastone di legno. Nella Scrittura il legno è figura, simbolo, della Croce, la Croce di Cristo e la croce di ognuno, ovvero la problematica dominante della vita propria, ognuno ha la sua.
“Chi vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” ha detto Gesù.
Quindi nel cambiamento del nome da Giacobbe a Israele è raffigurato il processo della conversione: da persona che fa resistenza alla volontà di Dio, a persona che per camminare, cioè per vivere, si appoggia a Dio e alla sua croce, a quella sofferenza che gli consente però di avanzare nella vita spirituale. Senza la croce personale non si è spinti a diventare vieppiù spirituali e quindi non ci si salva, perché si resta schiavi delle passioni. Questo hanno spiegato i Santi, dall’antichità a oggi.
Ma per portare la croce, per averne la forza senza essere sopraffatti e uccisi, bisogna appoggiarsi a Dio (cioè alla Croce di Cristo, con la preghiera, i Sacramenti, ecc.). Così da Lui si ha la benedizione, cioè la forza, l’aiuto per vivere serenamente in questo mondo per arrivare poi a quello eterno. Giacobbe-Israele infatti, alla fine della lotta, chiede di essere benedetto, cioè riconosce che l’altro è Dio e che lui Gli stava facendo resistenza, mentre ha invece bisogno del Suo aiuto.
Ma la conversione è un processo, un cammino di vita anche nel deserto, cioè nella sofferenza. Il figlio di Dio allora avanza e arretra, gira in tondo, non si vuole convincere, non cambia subito modo di pensare e di essere, cioè la sua natura di peccato, si ribella di nuovo a Dio, cade, poi chiede perdono e si rialza, e riprende il cammino sulla giusta via, verso la Terra promessa, che è poi un altro pianeta, perfetto, chiamato Paradiso. Ma la Terra promessa definitiva ha delle anticipazioni nella vita terrena, che sono le soddisfazioni dei desideri legittimi di quaggiù, che ci motivano quotidianamente all’azione di comuni mortali, bisognosi anche di cose terrene, necessarie o da cui facciamo fatica a staccarci e Dio, paziente e misericordioso, parzialmente le concede, per non gravare il cammino aldilà delle forze del singolo. Ma sono solo parziali anticipazioni, momenti, la vera felicità è altrove, cosicché il nostro cuore non possa attaccarsi a nulla di terreno diventando di nuovo idolatra, schiavo delle passioni, affetti naturali eccessivi compresi: la nostra destinazione è eterna, è Dio.
Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002.
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino
Docente di Filosofia e Storia nei Licei
Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: credits by http://collection.imamuseum.org/artwork/78755/

