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Il Tabù della donna libera: perché il sangue della cronaca non ferma l’ossessione del possesso

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Esiste una sotterranea grammatica del possesso, un’antica e mai spenta radice arcaica, che annoda l’orrore delle ultime notizie di cronaca a un’ipocrisia sociale strutturale che non abbiamo ancora il coraggio di nominare.

Nella mia rubrica, oggi, voglio rompere la narrazione preconfezionata sul femminicidio e sulla violenza di genere. Voglio rompere il linguaggio consolatorio dei talk show, la Babele dei decreti d’urgenza e, soprattutto, quel pietismo mediatico che riduce le donne a eterne vittime sacrificali o a comparse della vita altrui, perché se i casi continuano in maniera imperterrita, la risposta non sta nell’ennesimo inasprimento di pena, ma nell’ autopsia di un fallimento culturale profondo.

Francesca della Valle

Il vero tabù contemporaneo è l’immagine della donna indipendente.

Una donna che esiste, cresce e trionfa al di fuori e a prescindere dal legame con un uomo.

È questa autonomia, questa pretesa di autodeterminazione sganciata da qualsiasi tutela maschile, a scatenare il collasso identitario in chi considera l’altro non come un soggetto, ma come un’estensione del proprio io.

Prendiamo l’ultimo, agghiacciante caso di Firenze: la morte di Lorena Isceri. Una donna brutalmente aggredita, legata con le fascette ai polsi, segregata nel bagagliaio di un SUV e poi scaraventata nel vuoto da un viadotto dell’A1 dal suo ex compagno.

Nei venti minuti di disperata telefonata al 112 dal buio di quel portabagagli non c’è solo il racconto di un assassinio: c’è la declinazione fisica della reificazione.

 Il carnefice che la riduce a un oggetto da stipare e distruggere, non tollerando che quella donna avesse deciso, semplicemente, di riprendersi la propria vita e la propria libertà dopo le vacanze.

È il narcisismo patologico che non accetta il limite dell’io e trasforma il rifiuto in una sentenza di morte.

L’ex compagno non ha colpito per un raptus, ma per riaffermare una giurisdizione proprietaria violata dall’emancipazione di lei.

La logica del disprezzo e del possesso cambia solo d’abito, non di sostanza, quando ci spostiamo nelle periferie degradate della giustizia, dove la tutela delle vittime si scontra con una burocrazia della clemenza intollerabile.

A Torino, il commesso di un minimarket violenta tra gli scaffali una ragazzina di appena 13 anni.

Eppure, dopo sole quarantott’ore, il Gip decide per la scarcerazione: l’uomo si è mostrato “collaborativo” e “pentito”, difendendosi con il classico e meschino “avevo bevuto”.

Quell’idea secondo cui un abuso devastante possa essere liquidato o alleggerito perché l’aggressore “ha promesso che non lo farà mai più” svela il valore infimo che le istituzioni attribuiscono al corpo e alla dignità femminile.

La donna, persino se bambina, viene vista come un territorio di conquista estemporaneo, un danno collaterale derubricabile di fronte al presunto pentimento del suo predatore.

C’è una drammatica continuità tra il bagagliaio di quel SUV a Firenze e la cella vuota di Torino: in entrambi i casi, la centralità del trauma femminile viene subordinata alle dinamiche e alle giustificazioni dell’uomo.

Qual è, dunque, la reale immagine della donna che emerge da questo specchio deformato?

È l’immagine di un soggetto subordinato.

Ancora oggi, nel dibattito pubblico e persino nelle dinamiche del potere, assistiamo a un fenomeno strisciante: troppe donne arrivano alla ribalta e al successo mediatico o professionale perché etichettate come “mogli di”, “amanti di”, o comunque legate a doppio filo a figure maschili che ne legittimano la presenza, quasi avessero bisogno di un passaporto patriarcale per circolare liberamente nello spazio pubblico.

 Quando invece emergono donne straordinarie, autonome, intellettualmente ed economicamente indipendenti, scatta un meccanismo sociale di rigetto, di sospetto o, nei casi più estremi e patologici, di violenza annullatrice.

La società tollera la donna di successo solo se disposta a pagare il dazio della rassicurazione maschile.

Finché la libertà femminile verrà trattata come una concessione e non come un diritto nativo, le leggi saranno solo fogli di carta bagnata. 

C’è un uso distorto della giustizia che punisce ex post ma non protegge ex ante, e c’è una scuola che abdica totalmente al proprio ruolo emotivo e pedagogico, ridotta a un esamificio che ignora l’alfabetizzazione sentimentale.

Io rompo questo silenzio: il femminicidio non si ferma con la retorica dell’emergenza, ma scardinando il presupposto arcaico che la donna debba sempre appartenere a qualcuno per avere il diritto di esistere. 

Dobbiamo smetterla di educare le ragazze a difendersi e iniziare a educare i ragazzi a tollerare la libertà dell’altro.

Solo quando l’autonomia di una donna non sarà più vissuta come una minaccia o un tabù, ma come la normalità democratica di questo Paese, potremo dire di aver interrotto la catena di sangue.

Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile

Presidente di Labirinto 14 Luglio

Labirinto14luglio@libero.it

www.francescadellavalle.com

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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