Il giornalismo italiano sta attraversando una delle sue crisi più profonde. Una deriva inquieta che non minaccia la libertà di stampa, ma qualcosa di altrettanto sacro: la libertà dalla spettacolarizzazione.
Per capire il punto di rottura, occorre guardare al passato.
Un tempo esisteva un confine etico e professionale netto: l’inchiesta era una cosa seria — fatta di mesi di verifiche, silenzi e rigore — mentre i talk show facevano intrattenimento dichiarando apertamente la propria natura.

C’era un’onestà di fondo con il pubblico.
Oggi, quel confine, è stato devastato.
Programmi di puro spettacolo come Le Iene o i contenitori pomeridiani sulla scia del vecchio Pomeriggio 5 pretendono di fare inchiesta, travestendo la ricerca del sensazionalismo da battaglie civili.
La televisione ha mutuato i codici spietati del processo sommario: non si cerca la verità dei fatti, si sceglie semplicemente il colpevole del giorno da dare in pasto al pubblico per fare ascolti.
Non esiste che un’inchiesta o un salotto si trasformino in tribunale prima ancora che la giustizia faccia il suo corso.
La trappola è una macchina narrativa perfetta: si individua un bersaglio, si isola il contesto e si confeziona una “verità emotiva” — costruita con montaggi frenetici, musiche ansiogene e domande tendenziose — infinitamente più potente della realtà. È un finto giornalismo che seleziona, in modo calcolato, la realtà per dimostrare una tesi preconcetta e alimentare l’indignazione pubblica, ma l’aspetto più ipocrita emerge quando questa macchina si inceppa: non appena vengono denunciati o subiscono una querela fondata, ecco che corrono ai ripari.
Si sgonfiano, fanno marcia indietro con rettifiche microscopiche o nascondono la mano dopo aver lanciato la pietra, dimostrando che dietro i loro toni da giustizieri non c’è coraggio, ma solo calcolo commerciale.
Nel frattempo, chi finisce sotto questo tritacarne subisce un calvario disumano.
Io lo so bene, l’ho vissuto sulla mia pelle.
La mia storia d’amore con Lando Buzzanca, una storia pubblica e reale, è stata trasformata in un’arena mediatica per fare share.
Ho visto opinionisti sentenziare senza conoscere gli atti e studi televisivi trasformarsi in corti di giustizia improvvisate.
La vita, la professione, gli affetti più cari: tutto viene screditato, calpestato e messo in dubbio. E questo per cosa? Solo per alimentare la convenienza editoriale di chi, alla prima conseguenza legale, scappa dalle proprie responsabilità.
Questo vizio è ormai sistemico e infetta persino le trasmissioni che si professano più “alte”.
Al di là di quanto ho già espresso nel mio precedente articolo, all’interno della mia rubrica Io Rompo…, il caso che ha coinvolto Sigfrido Ranucci fa emergere interrogativi ancora più inquietanti.
Dinanzi a un attentato mediatico e deontologico di questo tipo, che colpisce persino chi si professa “amico”, la domanda sorge spontanea: come si fa a rimanere così? Come si può restare immobili o indifferenti? Io avrei comunque preteso la verità, al di là di chiunque si decidesse di attaccare.
Questa melina, questa freddezza strategica, non fa che alimentare forti sospetti sull’intera vicenda e sulla reale buonafede di chi gestisce queste narrazioni.
Quando la magistratura finalmente assolve i cittadini, i medici o i generali triturati da questo sistema, cala il silenzio. Non una parola di scuse.
Non un passo indietro per restituire l’onore a chi è stato linciato mediaticamente.
Questa non è informazione. È lotta per il controllo della narrazione attraverso il terrore psicologico.
Eppure, in questo scenario nero, c’è una svolta salutare: il pubblico ha iniziato a diffidare.
I cittadini hanno finalmente imparato a riconoscere il trucco: avvertono il montaggio costruito, il dettaglio usato come condanna e l’indignazione prêt-à-porter. È una stanchezza sana verso un potere mediatico che pretende di sostituirsi ai giudici e perfino alla coscienza delle persone.
Il giornalismo non può essere un plotone di esecuzione. Il suo compito è illuminare ciò che il potere nasconde, non distruggere le vite umane.
Come donna e come giornalista, continuerò a battermi perché la dignità e la verità non vengano mai più sacrificate sull’altare dello share.
La verità ha bisogno di coraggio, di rigore e di quel limite etico, che questo Paese deve urgentemente ritrovare.
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio
Foto copertina: immagine generata dall’AI

