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L’illusione del giornalismo: se la professione più complessa diventa un lavoretto da cinque euro

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Oggi, in Italia, per fare il giornalista sembra non servano più lauree, specializzazioni o anni di severa e silenziosa gavetta.

Nell’era del digitale e della comunicazione istantanea, la percezione pubblica di questa professione è crollata verticalmente, scivolando verso un’idea pericolosa: che sia il mestiere più semplice del mondo, accessibile a chiunque sappia mettere insieme tre frasi su una tastiera.

La burocrazia d’altronde parla chiaro. Basta collezionare i famigerati settanta articoli retribuiti, presentare la documentazione richiesta e il tesserino da pubblicista è servito, ma dietro questa apparente democratizzazione dell’accesso all’informazione, si nasconde una realtà drammatica fatta di sfruttamento sistematico, svalutazione delle competenze e precariato cronico.

Chi ha investito anni della propria vita nello studio teorico, Master specialistici e una dura pratica sul campo, si ritrova oggi a competere in un mercato del lavoro completamente distorto.

In questo scenario, la qualità e la profondità dell’analisi sono spesso gli ultimi dei requisiti richiesti dagli editori.

La realtà quotidiana, per migliaia di professionisti formati, è fatta di tariffe che definire offensive è un eufemismo: un articolo viene pagato mediamente tra i cinque e i dieci euro lordi. Una miseria che non copre nemmeno i costi vivi di connessione, figuriamoci il tempo speso per ricercare, verificare e redigere la notizia.

A questa svalutazione economica si unisce una precisa barriera anagrafica. Le redazioni e i grandi gruppi editoriali cercano ossessivamente profili “under 30“. Non si tratta di una genuina volontà di dare spazio ai giovani o di rinnovare i linguaggi, ma di una cinica strategia economica per accedere a sgravi fiscali, incentivi statali e contratti di stage a costo quasi zero.

Raggiunta la soglia dei trent’anni, quando il lavoratore comincia a pretendere giustamente tutele e una retribuzione dignitosa, viene spesso sostituito dal ventenne successivo in una catena di montaggio che consuma entusiasmo e competenze senza mai capitalizzarle.

In un contesto così impoverito, il merito e la preparazione passano inevitabilmente in secondo piano.

Per fare il salto di qualità, per ottenere quelle pochissime posizioni contrattualizzate o per conquistare una visibilità che permetta di sopravvivere, la competenza professionale conta meno delle giuste connessioni.

Essere “sponsorizzati politicamente” o essere inseriti nei giusti cerchi di influenza diventa la vera, e talvolta unica, corsia preferenziale.

L’informazione rischia così di trasformarsi: da cane da guardia del potere, pronto a monitorare le istituzioni nell’interesse dei cittadini, rischia di diventare il suo megafono compiacente, gestito da chi non può permettersi il lusso dell’indipendenza economica.

Le conseguenze di questo sistema non ricadono solo sui giornalisti sfruttati, ma colpiscono la qualità della democrazia e il diritto dei cittadini a essere informati.

A cinque euro a pezzo, è impossibile fare inchiesta, viaggiare per verificare una fonte o dedicare giornate al controllo dei fatti.

La logica del “clickbait“, della quantità industriale di notizie copia-incollate e della velocità esasperata, ha sostituito l’approfondimento.

I lettori percepiscono la crescente superficialità dei contenuti e si allontanano dai media tradizionali, alimentando un circolo vizioso di sfiducia e disinformazione.

Il giornalismo non è un hobby per cuori generosi, né un “passatempo writer” per chi cerca una gratificazione social o una visibilità effimera.

È una professione complessa, un pilastro democratico che richiede studio profondo, rigore etico, memoria storica e sacrifici personali immensi.

Continuare a tollerare che venga trattato come un “lavoretto” sottopagato e svuotato di ogni dignità intellettuale significa condannare a morte la qualità della nostra opinione pubblica.

È tempo che i lettori, gli editori e le istituzioni capiscano che un’informazione stracciona produce inevitabilmente una società più povera e meno libera.

Basta ipocrisia: questa povertà non è solo economica, è un collasso culturale che ha svuotato le redazioni dall’interno. Assistiamo attoniti a una mutazione genetica in cui il passaporto per l’opinione pubblica non si conquista più consumando le suole sui marciapiedi della cronaca o i libri di storia nelle biblioteche.

Le cattedre dell’informazione sono state espugnate da una nuova fauna mediatica, in un’inversione grottesca del percorso professionale: ieri si studiava per decodificare la complessità del mondo, oggi basta superare un televoto in prima serata.

Siamo passati, senza alcuna transizione immunitaria, dai maestri del giornalismo d’inchiesta ai reduci dei reality show e agli influencer da bacheca social.

È la consacrazione del dilettantismo eletto a sistema: individui privi di qualsiasi spessore culturale o memoria storica vengono catapultati nei talk show geopolitici o sulle prime pagine, solo perché capaci di monetizzare un bacino di follower.

Il confine deontologico è stato raso al suolo: la notizia non si verifica più, si “tagga“; la complessità si riduce a uno slogan a prova di analfabeta funzionale e la credibilità si misura in clic, non in verità.

Non è più solo una crisi editoriale. È il suicidio assistito della nostra intelligenza collettiva.

Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile

Presidente di Labirinto 14 Luglio

Labirinto14luglio@libero.it

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