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La Biblioteca del lavoro: Antonio Sciotto

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Trappola in blu. The illusion of the Working Class

Il blu delle divise da lavoro è il colore della solitudine. “Sempre più blu. Operai nell’Italia della grande crisi” è la cronaca della fatica quotidiana di operai, operaie, imprenditori responsabili e gruppi di lavoro in un’Italia declinata a una solidarietà al ribasso, con tutele sbiadite. Antonio Sciotto racconta per Editori Laterza, in un libro datato ma tristemente attuale, la fatica del lavoro.

Fatti circostanziati

Definire date e contesti ha poco rilievo. Come i nomi dei grandi gruppi industriali citati nel libro. Molto interessanti, invece, sono le dinamiche sociali. Il mood di sottofondo ai contesti descritti è fatto di solitudine, fatica, disillusione.

I testimoni intervistati sono tutti lavoratori. Le loro narrazioni sono deposizioni senza spiragli di futuro, cronache di fatica e stanchezza.

Il lavoro, quando c’è, è esasperazione delle potenzialità psicologiche e fisiche. È richiesta eccessiva di disponibilità. E quando finisce, la disoccupazione si trasforma velocemente in depressione, con risvolti personali, familiari e sociali.

Dal 2011 il mercato del lavoro non è migliorato. Diverse fabbriche sono in disuso; il lavoro nero e quello sfruttato, spesso sotto traccia, sono ancora fortemente diffusi.

Difficile alzare lo sguardo verso una condizione lavorativa migliore, in una cornice di crisi perenne e ispirata al consumo di tutto: beni, persone, ambiente.

La fotografia della società, nella sintesi della fatica del lavoro di fabbrica, è a tinte fosche. Altro che orgoglio di appartenenza alla classe operaia. Se è vero che la Storia è storia di lotta di classe, possiamo dire che la storia della lotta di classe si è trasformata in un incubo.

Le fabbriche, come luoghi sociali di produzione e trasformazione dei beni, sono una sintesi significativa della società.

La tuta blu è scomoda. L’autore dà voce e spazio a diverse categorie di lavoratori e lavoratrici. Le testimonianze parlano, ciascuna a suo modo, di fallimento e isolamento. Descrivono un futuro in trappola, finito nel labirinto di una stanchezza quotidiana che non vede la luce della salvezza.

Sud e nord

Il minimo comune denominatore tra i due poli del Paese è la precarietà, vissuta in modo diverso.

Dal Sud ci si trasferisce al Nord per lavorare. Oppure si affrontano distanze giornaliere di centinaia di chilometri per raggiungere le fabbriche. Quando si arriva al lavoro si è già stanchi: si è dormito poco, si è guidato a lungo, si affrontano turni che non danno tregua. La vita diventa una funzione del lavoro.

Al Nord le cose non vanno diversamente. Si lavora e si lavora. I subappalti peggiorano le condizioni contrattuali e richiedono presenza costante, lavoro incessante, fedeltà alla produzione fino allo sfinimento. Sfuma il tempo libero per se stessi. È una corsa continua, con il fiato in gola.

Il 2008, anno della flessione negativa delle economie nazionali, ha portato con sé una lunga onda di incertezza. Le conseguenze sono state funeste: casi di suicidio, imprenditori non più in grado di pagare gli stipendi ai lavoratori, operai finiti nella morsa dell’indebitamento e della difficoltà a riemergere dalle sabbie mobili della disoccupazione.

Da allora le condizioni del mercato del lavoro non sono migliorate.

Donne lavoratrici

Organizzazione e gestione della fabbrica hanno poca attenzione per le donne. Le lavoratrici intervistate raccontano richieste di supporto quotidiane ascoltate dai capi-turno, prevalentemente uomini, ma non comprese. Le soluzioni operative arrivano spesso in ritardo.

Parlano di una bassa, quando non nulla, rappresentanza femminile tra i delegati sindacali e della difficoltà a trasmettere le proprie esigenze di lavoratrici e, prima di tutto, di donne. Con un corpo e bisogni fisici diversi rispetto a quelli degli uomini.

La tuta blu è unisex. Ma i lavoratori sono diversi. L’organizzazione del lavoro sembra dimenticare peculiarità e bisogni, nonostante i proclami.

Molto diretti, i racconti delle operaie. Sono concreti e quotidiani. A partire dall’organizzazione della fabbrica come luogo fisico: l’attenzione per le esigenze delle donne è bassa. Servizi igienici non adeguati, lenta sostituzione del personale in caso di necessità. Una scarsa comprensione delle esigenze femminili, spesso sottovalutate.

Anche la stanchezza delle donne e degli uomini è diversa. Le donne sole con figli a carico devono garantire cura e tutela anche quando sono assenti dal lavoro. La responsabilità affettiva condiziona il tempo del lavoro e impedisce quella concentrazione esclusiva sulla produzione che, in alcuni casi, può perfino proteggere dagli infortuni.

«Le donne sono stanche il doppio rispetto ai colleghi maschi», fa notare un’intervistata. A casa non trovano un secondo turno di riposo, ma altre responsabilità.

Giovani senza futuro

La fabbrica è una trappola dove il tempo si ferma nel qui e ora della stanchezza. Si va alla ricerca di un’illusione. Non più di progetti per il futuro, ma di palliativi per combattere la fatica. Lo sguardo non va oltre il perimetro della fabbrica.

E arriva la chimica ad annullare la rassegnazione e sostituirla con una temporanea potenza fisica, capace di imprimere un ritmo più alto alla produzione.

È alta la diffusione delle sostanze stupefacenti nelle fabbriche indagate dall’autore attraverso le testimonianze raccolte. Il consumo personale spesso si trasforma in spaccio. L’assunzione diventa funzionale alla tenuta fisica, che però è temporanea e illusoria.

È la forza della cocaina e di altri stupefacenti. Si cerca la forza bianca durante la pausa e si rientra in turno con una grande energia. L’effetto è fisico e psicologico: ci si sente forti e si dimenticano, almeno per qualche ora, stanchezza e delusioni.

La diffusione delle sostanze diventa contagiosa. Capita che gli operai ne propongano il consumo anche alle fidanzate e alle mogli.

Agli occhi degli operai di lungo corso sono evidenti le fragilità delle giovani tute blu, formate emotivamente e professionalmente con orizzonti incerti e frammentati.

Licenziamenti selettivi

Gli immigrati sono l’ultimo anello della catena. La loro fragilità più evidente è legata alla scadenza del permesso di soggiorno. Senza un contratto di lavoro, il documento è prorogabile per attesa occupazione.

Il lavoro diventa così causa dell’ansia e della disponibilità al ribasso, un fattore che inquina profondamente il mercato del lavoro e i rapporti sociali.

In stato di precarietà si getta via ciò che si conosce meno, chi è meno riconoscibile, ciò che è più lontano dall’immaginario. La persona che si dimentica con maggiore facilità.

Gli immigrati intervistati lo ricordano nelle testimonianze raccolte da Antonio Sciotto: quando le aziende entrano in crisi, i primi licenziamenti riguardano spesso le persone provenienti da altri Paesi.

È difficile entrare in fabbrica come operaio. Facilissimo esserne espulsi in tempo di crisi.

La disoccupazione amplifica per gli immigrati l’incertezza legata alla durata del permesso di soggiorno e può trasformare la depressione in disponibilità allo sfruttamento lavorativo.

Il blu della tuta da lavoro diventa così il colore di una solitudine che non è soltanto individuale. È una condizione sociale. È il colore di chi lavora fino allo sfinimento, di chi perde il lavoro, di chi lo cerca e di chi accetta condizioni sempre peggiori pur di conservarlo.

La fabbrica raccontata da Antonio Sciotto non è soltanto un luogo di produzione. È lo specchio di una società nella quale il lavoro, invece di costruire futuro, finisce troppo spesso per consumarlo.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

Antonio Sciotto, Sempre più Blu. Operai nell’Italia della grande crisi, Editori Laterza, Bari, 2011

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