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La Biblioteca del lavoro: Bay Mademba

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Prima di Ceuta. Crossing Hope

l lavoro degli immigrati raccontato da chi lo ha vissuto. Con la lente di ingrandimento di una persona arrivata dal Senegal, dopo avere attraversato il deserto e il mare.

Datato 2011, “Il mio viaggio della speranza” anticipa temi diventati di forte impatto emotivo.

Bay Mademba ha affidato il suo racconto alla casa editrice Giovane Africa Edizioni, che ha iniziato l’attività grazie a Fatou Ndiaye e a Giuseppe Cecconi nei primi anni Dieci del Duemila per poi chiudere i battenti.

Una collana di libri agili per numero di pagine e per la comunicazione diretta a testimonianza delle aspettative, fatiche e cultura dei migranti che hanno raggiunto l’Italia alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Lettura critica

A oltre quindici anni dalla pubblicazione è d’obbligo una lettura critica. Negli ultimi quindici anni sono stati continui i flussi di migranti provenienti dall’Africa.  Non è un’emergenza, se mai lo è stata. E’ un fenomeno strutturale. La tipologia dei migranti è cambiata.

Prima: migranti soprattutto di genere maschile e di età lavorativa con qualche esperienza professionale alle spalle; migranti uomini e donne per motivi economici hanno raggiunto il Paese e si sono integrati, qualcuno per ricongiungimento familiare e altri per motivi di lavoro. Oppure in fuga dalla guerra.

Oggi: si è drasticamente abbassata l’età media; in arrivo un numero sempre maggiore di minori stranieri non accompagnati; aumenta il numero di donne con bambini in età prescolare oppure neonati; in forte crescita anche il numero di persone portatrici di fragilità fisiche e psichiatriche.

Il racconto di Bay Mademba è diretto e spontaneo, ma inscritto nel decennio di riferimento. Le dinamiche sociali sono in veloce evoluzione. Alcuni spunti sono ancora attuali. La cornice di riferimento è diversa rispetto ad allora.

Il lavoro: tra possibilità e disponibilità

Il livello di occupabilità di Bay Mademba è alto. Giovane uomo esperto in lavori di falegnameria con una buona salute. La ricerca del lavoro è uno dei motivi forti alla base del suo spostamento territoriale.

Nell’affondo dedicato alla ricerca di un’occupazione emerge un riferimento chiaro alla preoccupazione per i documenti che tardano ad arrivare e la difficoltà ad accettare un lavoro dipendente.

In poche battute descrive le sue disponibilità e il mercato del lavoro dell’epoca: “Ma come fare? Certo non avrei venduto gli orologi, come in Turchia. Troppo pericoloso. E nemmeno volevo avvicinarmi al mondo semi illegale dei cd, degli occhiali, delle borse. Potevo semmai vendere maschere di legno africane, ma per far ciò occorreva mercanteggiare nei centri storici delle città dove gravitavano i turisti, mettendosi a repentaglio dei continui controlli delle forze dell’ordine. Un’altra possibilità era quella di lavorare da sottoposto, utilizzando il permesso di soggiorno di qualche senegalese che mi assomigliasse molto. Ma al di là del mestiere di falegname, che in Senegal avevo praticato utilizzando antichi sistemi artigianali, non mi sentivo in grado di inserirmi in un ciclo produttivo industriale.

In tempi di utilizzo diffuso dell’intelligenza artificiale ci si domanderebbe se lo stile della scrittura appartenga davvero all’autore. Significativa la formula: “lavorare da sottoposto”, in una cornice occupazionale come quella italiana regolata dai contratti collettivi di lavoro, strumenti di tutela del lavoratore.

E ancora: “Inoltre a me piace parlare con la gente, stare in mezzo alle persone, scherzare con tutti, imparare e insegnare le cose. Ecco, io ho una vera passione per il genere umano: sono curioso, avverto che l’incontro mi arricchisce e mi dà gioia.“ 

Obiettivo primo: il lavoro. Motivazione al lavoro: alta ma confusa. E non è una nota positiva. La disponibilità eccessiva è la conseguenza della disperazione. E, molto spesso, della necessità di saldare il debito del viaggio, somme fuori scala rispetto alle possibilità economiche delle famiglie di origine e delle condizioni di provenienza.

Bay Mademba per sé cerca un lavoro che gli permetta la libertà della relazione fuori dai vincoli dettati dal lavoro subordinato: il luogo di lavoro e gli orari definiti. Per questo motivo sceglie di vendere i libri per la strada per la casa editrice che gli permetterà la regolarizzazione grazie a un contratto di lavoro. E questo tipo di lavoro lo permetterà a lui e ad altri.

La porta del non ritorno

Il ricordo del viaggio disperato verso l’Europa accentua la disponibilità al lavoro, più di una volta acritica

Il viaggio descritto da Bay Mademba è una gimcana di sopravvivenza fisica e psicologica. Attraverso il deserto i migranti resistono nella bolgia compressa di corpi ammassati. Durante il viaggio le persone sono soprattutto il loro corpo.

Poi le accoglienze, a partire da quelle in terra africana, verso la frontiera marittima del Mediterraneo e sulla costa. I primi alloggi, da questa parte del mare, sono le prigioni. Anche quelle. Dove finiscono quasi tutti.

La liberazione psicologica avviene nel centro di accoglienza greco, descritto dall’autore come un nuovo inizio.

Grecia, Italia: passaggio in nave fino ad Ancona, dichiarandosi francese. La permanenza in Italia inizia con l’accoglienza da parte di una famiglia amica dell’autore.

Nella quotidianità del migrante Bay Mademba è quotidiano e forte il ricordo dei familiari e la motivazione della migrazione, ma anche delle condizioni di vita dalle quali si è allontanato.

La porta del non ritorno è un’immagine che si ripete a più riprese nel libro. E’ l’isola di Gorée, di fronte a Dakar, oggi patrimonio dell’Unesco. Era il luogo di compravendita degli schiavi e la base di partenza per le Americhe.

Un simbolo alternato alla narrazione dei viaggi contemporanei motivati dalla ricerca del lavoro e di migliori condizioni di vita. Indelebile appunto mnemonico. Come la rielaborazione in versione familiare e personale della colonizzazione europea.

Rifugiati climatici

L’autore dedica una parentesi al cambiamento climatico vissuta anche in Africa.

La digressione è collegata alla motivazione del viaggio e alle aspettative. Il riverbero dell’informazione dall’Europa all’Africa propone una falsa immagine della vita europea. Cioè: una quotidianità ricca, leggera e facile e alla portata di tutti. Il primo approccio con una città italiana per Bay Mademba è deludente. Si aspettava di vedere macchine grandi e persone eleganti e vestite alla moda per la strada. Vede invece persone molto impegnate negli spostamenti casa-lavoro, attraversate da mille pensieri e affaticate nell’aspetto e nell’atteggiamento. Nonostante la fatica, lo stile di vita dell’Occidente trabocca di consumo. E il consumo porta allo sperpero energetico. Che destabilizza e contribuisce al surriscaldamento del pianeta. Dal caldo estremo e dai fenomeni metereologici estremi si fugge. L’ambiente arrabbiato smette di essere ospitale.

Le ventole applicate ai soffitti delle case africane aumentano invano la velocità. Mentre sempre più persone se ne vanno. Alla ricerca una vita migliore, che dipende anche dal clima.

Rifugiati politici

Da rifugiati politici a rifugiati climatici.  Si trasforma la motivazione ai trasferimenti verso l’Europa. Un rifugiato politico chiede asilo perché vittima di una persecuzione, politica oppure di altra natura. Un rifugiato climatico è impossibilitato a vivere nel proprio Paese per motivi ambientali e climatici. Entrambi sono in fuga.

Bay Mademba affronta il tema nel libro. Diventa un argomento di dibattito tra due dei personaggi. Dà spazio al tema. Ne intuisce la portata. E affida la riflessione a un tubaab. Nella sua lingua tubaab significa straniero con la pelle bianca.

Sull’ideale palcoscenico della sua narrazione una persona italiana informata e colta risponde a tono a provocazioni superficiali sull’immigrazione e sui migranti.

Accoglienza italiana

Degli italiani, l’autore traccia un profilo positivo. La stessa opinione la riserva all’accoglienza ricevuta nel Paese. Perché gli hanno permesso di lavorare. Di scrivere il libro e di venderlo insieme agli altri volumi pubblicati dalla stessa casa editrice. L’attività di vendita ha permesso a molti immigrati come lui di regolarizzare la permanenza sul territorio italiano, attraverso la formalizzazione di un contratto di lavoro.

Il libro è la cronaca di un percorso di integrazione. Una possibilità di osservare il processo dal punto di vista di chi arriva da fuori. Di chi guarda gli italiani e il Paese con gli occhi nuovi di un’aspettativa costruita su racconti di seconda mano e che, poco alla volta, scivola nella realtà quotidiana.

Per favorire l’integrazione il confine da superare non è territoriale. Mai. È un confine fatto di abitudini, comportamenti e cultura. Un confine che si rimodula nel Paese di accoglienza, attraverso l’incontro con ciò che è diverso. È qui che comincia l’integrazione: non nel semplice attraversamento di una frontiera, ma nella capacità di abitare una nuova quotidianità.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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