Requiem di fabbrica. Words and farewell
Una fabbrica è la sua gente, il suo tempo, il suo territorio. Gente di fabbrica: non solo gli operai. Il suo tempo: l’apice dello splendore organizzativo ed economico, nella sua imperfezione; l’entusiasmo dell’inizio; e la fine. Come la vita, in tutte le sue forme.
Vita, amori e fine dell’Ilva di Napoli, una delle più grandi acciaierie d’Europa, in una sintesi emotivamente magistrale dalla quale diverse penne hanno tratto ispirazione: “La dismissione”, pubblicato da Rizzoli nel 2002, quindi da Feltrinelli nel 2014. Il puparo della sceneggiatura dell’affresco sociale è uno scrittore di grande intuito: Ermanno Rea. Il libro rappresenta l’incipit della narrativa dedicata al lavoro.
Lacrime di lutto
Vincenzo Buonocore è l’operaio-ispiratore del romanzo. Racconta la dismissione dell’Ilva di Bagnoli, provincia di Napoli. Consegna la sua memoria di fabbrica a Ermanno Rea, che la trasforma in un romanzo di fabbrica o meglio in un affresco sociale con diverse coordinate temporali di riferimento. La vita di fabbrica diventa film in questo romanzo. La testimonianza dell’operaio Buonocore è vera, emotivamente provata e contagiosa. Perché è una confessione d’amore.
Lo stato nascente, cioè l’incipit inondato di futuro e di ossitocina- direbbe Francesco Alberoni, scompare di fronte a una dimostrazione d’amore di lunga durata, apprensiva. È commovente.
Ci si può innamorare di una fabbrica, di una macchina dalla quale sgorga una colata?
Una delle macchine del libro è la Ccm, macchina a colata continua: dimostrazione di potenza, tenacia e resistenza al calore, al tempo e alle richieste degli uomini. L’operaio la descrive dopo avere colorato una delle pagine del romanzo con le tinte del cielo al suo risveglio.
“L’ultima colata era avvenuta quattro anni prima, nell’ottobre del 1990, e io la ricordavo come se si fosse svolta il giorno avanti. Mi ero svegliato all’alba come d’abitudine: il golfo di Napoli emergeva dai vapori della notte venato di un rosa carico, corallino, inconfondibile indizio di tempo sereno. Non credo di sbagliare affermando di avere allungato alcune occhiate alla fabbrica e alle sue lingue di fuoco in maniera niente affatto sbadata o meccanica.
“Nella mia vita ne ho conosciuti pochi di momenti brutti come quello. Quando anche l’ultima goccia di metallo si era trasferita in basso, l’uomo addetto alla lingottiera aveva strozzato il tubo scaricatore mentre il tecnico di esercizio dava il segnale di fine colata. Non so chi scrisse che tra i presenti c’era stato qualcuno che si era coperto il volto con le mani. Giuro che non fui io a compiere quel gesto: non c’era emozione nel mio cuore; soltanto un grande gelo.”
“Rammento di essermi affacciato alla balaustra della piattaforma e di essere rimasto a fissare imbambolato la parte inferiore dell’impianto. Accanto a me il coperchio della lingottiera continuava ad ansimare, ma sempre più piano, a intervalli più lunghi proprio come accade a chi sta per rendere l’anima a Dio.”
Ex operaio, manutentore, tecnico d’area della colata continua, Buonocore riceve l’incarico di sovrintendere lo smantellamento degli impianti, la dismissione.
A ritroso, alla ricerca dell’incipit
Non c’è lutto senza la passione del lavoro. L’operaio ispiratore del romanzo consegna al collega e coordinatore della dismissione ingegnere Leonardi la memoria di fabbrica, come se volesse raccomandare agli acquirenti cinesi di rispettare l’identità di fabbrica, diventata un tassello del puzzle territoriale nel mezzogiorno d’Italia. Alla ricostruzione della storia tecnica di fabbrica, attraverso la raccolta dei disegni tecnici conservati e archiviati e della documentazione relativa alle procedure e alla manutenzione, l’operaio affida il suo percorso di riparazione. Cammina a ritroso nella storia di fabbrica e rielabora la propria missione lavorativa dentro la città degli altoforni.
La sua storia di lavoro si interseca con quella di produzione. Il percorso professionale è un frammento di quella grande macchina produttiva che ha attraversato un secolo intero, coinvolto volti e volti e altrettante braccia e braccia di operai. E che ha imposto a governi ed epoche diverse di prendere posizione. Buonocore vive la fabbrica nella sua quotidianità di operaio e di uomo di famiglia. E valorizza il suo senso di appartenenza al lavoro di fabbrica riportando i tratti distintivi e i passaggi che hanno definito la genesi dello stabilimento. Racconta la sua storia di operaio e alterna quadretti familiari, tra avvicinamenti e distanze affettive di tutela.
Affonda la memoria fino al suo inizio come lavoratore in fabbrica, ma non è sufficiente. L’operaio ha bisogno di dare un senso profondo all’appartenenza e al coinvolgimento emotivo e sociale, all’intreccio tra la biografia e la storia di fabbrica.
E si spinge fino all’inchiesta Saredo, d’inzio Novecento, uno dei rapporti più importanti sulla relazione tra Stato liberale e società civile. E’ anche da qui che si delinea l’esigenza di una terapia sociale. E la fabbrica viene concepita “come vaccino contro la locale mala società. Una fabbrica-medicina, una fabbrica-terapia: non si era mai vista una cosa del genere! Fu un grand’uomo, un grande meridionalista, ad architettare il disegno: Francesco Saverio Nitti.”
E il legame di appartenenza alla macchina produttiva si articola in un orgoglio dalle radici profonde. La fabbrica è diventata una presenza importante. I bagliori non hanno solo effetti economici sugli operai e sul tessuto sociale ma diventano elemento del paesaggio e dell’immaginario collettivo ed emotivo.
“… la notte era incendiata dalla fabbrica con le sue ciminiere incandescenti.”
La sintesi dell’addio
È un libro-terapia. Novecentesco. La fabbrica, nel suo potenziale altissimo d’attrazione, ha bisogno di diversi generi narrativi. Per parlare di sé. Scritto in prima persona, condotto dall’io narrante Vincenzo Buonocore che si rivolge direttamente al demiurgo della parola, cioè allo scrittore. Il romanzo si srotola tra scivolamenti improvvisi e inarrestabili di tecnicismi e acronimi non sempre articolati nel loro significato e medaglioni dedicati alle descrizioni dei personaggi. Si ferma ai gruppi di lavoro e li descrive nella loro evoluzione. La cornice temporale è sempre la storia di fabbrica, nell’ultimo suo capitolo della dismissione.
Si trasforma poi nel caleidoscopio dei generi narrativi dei quali la fabbrica ha bisogno per raccontarsi. Confessione, epistolario, cronaca, libro-inchiesta, qualche volta manuale tecnico; analisi di sfondo esattamente come un sociologo la intenderebbe.
Vincenzo Buonocore cura e supervisiona la dismissione. Workaholism oppure ossessione? Incapacità a distaccarsi dalla dipendenza da fabbrica?
È riparazione, ricerca di una rielaborazione che può essere solo corale. La fiumana dell’umanità avanza ordinata, seguendo i codici di condotta della fabbrica anche nell’epilogo della cessione, della dismissione, della frammentazione delle sue parti produttive e tecniche e nella loro dislocazione in altri impianti produttivi lontano da Napoli e dall’Europa. Uno in India, uno in Cina e altri in stabilimenti diversi del far east. Le ceneri si disperdono lanciate da un razzo ideale preparato dall’ex operaio Buonocore, rappresentante dei suoi colleghi con loro implicita delega.
“Mi hai chiesto al telefono: chiudi gli occhi e descrivimi una scena delle colate continue del tutto svuotate o quasi; una scena che ti sia rimasta incollata dentro più d’ogni altra; che di accompagnerà a lungo. Forse per sempre.”
“Io sono nel mio ufficio e non ho niente da fare. E’ in quei giorni che comincio a fissare il vuoto senza pensare a nulla, trasferendomi per intero nelle cose presenti davanti ai miei occhi, fino a diventare nient’altro che sguardo. Sguardo assoluto.” Il lavoro svuotato del lavoro è la massima espressione dell’offesa per un operaio come Vincenzo Buonocore. Che ha garantito la presenza fino alla fine.
Il silenzio è implacabile. Una lama affilata nel petto mentre il cuore continua a pulsare. E il cervello a funzionare.
È cominciato il grande silenzio della fabbrica dopo un secolo di lavoro. E’ la sensazione delle orecchie ovattate di un amore finito. L’operaio inoperoso seduto alla scrivania. Bagnoli, “la salutare contro-cartolina della città”, sprofondata nel silenzio e nell’assenza del lavoro. La fabbrica della solidarietà operaia contro la città inquinata dal malaffare e dall’abusivismo. È il silenzio del day after.
Requiem di fabbrica. Per non dimenticare la potenzialità sociale e terapeutica del lavoro.
Francesca Dallatana
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it








