Il mestiere di scrivere. Street corner society
La scrittura è imposizione genetica. Non per tutti, ma per qualcuno. Paul Auster altro non avrebbe potuto fare. I fatti della vita hanno alimentato la scrittura. I lavori scelti oppure abbandonati dalla sorte sul suo cammino gli hanno permesso di costruire una mappa del campionario umano.
Se non li avesse incontrati per davvero non avrebbe potuto scrivere di certi personaggi.
Il lavoro per “Sbarcare il lunario” è il setting di conoscenza della vita. La “Cronaca di un iniziale fallimento” rappresenta la preparazione emotiva al decollo della scrittura. Pubblicato in Italia da Einaudi nel 1997.
Paul Auster osserva la vita degli altri lavorando. Il lavoro permette di entrare nella sfera di una confidenza altrimenti impossibile da raggiungere. Nelle dinamiche dei gruppi di lavoro emergono i tratti distintivi delle persone: della maggioranza dei gregari e dell’élite scomoda dei battitori liberi.
Paul Auster fa parte del secondo gruppo: espressamente contro la guerra del Vietnam; mai reticente sulle proprie radici: ebreo ma ateo; scrittore da sempre e nel profondo ancora prima di salire sul palcoscenico del successo riconosciuto dalla critica e dai lettori.
Il lavoro prima della scrittura
La scrittura si fa strada dopo che l’osservazione sul campo l’ha anticipata. L’osservazione partecipante si aggiunge all’eredità letteraria che lo scrittore americano ha costruito leggendo.
Il libro parte dalla cronaca dell’infanzia dell’autore americano, nato nel 1947 e scomparso nel 2024. È un diario catartico che riporta alla luce i reperti della preparazione emotiva dell’esperienza letteraria mediata da una scrittura ispirata all’essenzialità della sintesi, alla frammentarietà caleidoscopica della memoria individuale e sociale, condizionata dalla psicoanalisi.
L’opera è una sorta di “libretto di lavoro” analitico. Quelli dei vecchi uffici italiani di collocamento riportavano il nome dell’azienda, la durata del lavoro e la mansione; questo di Paul Auster allarga una bolla di attenzione intorno ai colleghi, personaggi potenziali di un romanzo.
Lo scrittore esprime spiccata preferenza per il lavoro manuale. Primo fra tutti: il montaggio di elettrodomestici. Dei colleghi di lavoro riporta la predisposizione al consumo esagerato di cibo; l’attitudine all’aiuto nelle operazioni di carico e scarico tanto da incassare due ernie. E la capacità relazionale di un altro collega più giovane dimostrata durante le visite presso le abitazioni private dove si incontrano ragazze coetanee. Paul Auster descrive la dinamica dello scambio di battute trasformate in un crescendo di contagiose risate, che si risolvono con lo scambio dei numeri di telefono. Un lavoro, questo delle consulenze tecniche e di montaggio elettrodomestici, molto più interessante di quello come cameriere al campeggio. Nelle retrovie delle cucine incontra barboni senza dimora promossi a lavoratori sottopagati e ne raccoglie storie di vita, intemperanze e rinunce.
Un senza dimora difficilmente racconta come è finito in strada. Per loro è possibile rientrare nella zona protetta dai muri domestici, ma psicologicamente quasi impossibile. L’antropologo Marc Augé lo ha fatto notare in modo efficace in una delle sue opere. In uno dei frammenti della sua cronaca Paul Auster lo conferma. Inaspettatamente mette i piedi nel passato prossimo di un collega di lavoro che gli permette di fare qualche passo dentro la sua vecchia casa di ricordi passati. E lo scrittore entra nella zona proibita di un dolore esistenziale sedato, rapidamente rielaborato e tatuato sulla pelle della vita quotidiana con un marchio a fuoco, seppure sbiadito. E questo non è l’unico hobo incontrato. Gli altri sono Casey e Teddy, colleghi giardinieri, tra di loro in stretta relazione di cooperazione operativa: lavorano insieme; lavorare da soli per i due sarebbe impossibile. Non sono omosessuali, non sono fratelli, non sono amici. Un hobo più un hobo, un senza dimora più un senza dimora: la strada cementa il legame di solidarietà.
La strada
Paul Auster vede la vita di strada attraverso il racconto dei colleghi. E la osserva camminando per le città che frequenta durante la formazione emotiva: Parigi, due lunghi periodi di permanenza e Dublino, alla ricerca dei luoghi di James Joyce.
Cammina per Parigi. Cammina per Dublino. Cerca Joyce fisicamente nei luoghi. Alla scrittura anticipa l’osservazione. Osservare e vedere sono una parte della preparazione alla scrittura.
A Dublino, nell’albergo dove risiede temporaneamente, conosce una persona che gli racconta un pezzo della sua vita. Il futuro scrittore americano ha dolore a un piede e lo sconosciuto intuisce le possibili e preoccupanti conseguenze.
Apparentemente banale, ma è qui che Paul Auster capisce di potere convivere con il dolore e che nella condizione di sofferenza fisica si possa andare ancora più giù in apnea, nei fondali dell’esistenza umana.
Succede anche a Parigi, in modo diverso, durante la sua seconda lunga permanenza, quando rifiuta di frequentare le lezioni del progetto Junior Year Abroad, per il quale ha raggiunto la capitale francese. Conosce già la lingua francese e il progetto rappresenta un passo indietro per lui. Senza esitazione e rischiando di perdere l’iscrizione alla Columbia University e di diventare un renitente alla leva per il rifiuto ad andare a combattere in Vietnam. A Parigi vede film e legge libri per un tempo molto più lungo delle ore di lezione ed entra nell’acquario sociale della strada.
A Parigi come a Dublino scrive mentalmente una mappa del territorio: la società abbozzata in uno schizzo localizzata sulla cartina geografica dei riferimenti urbani. Materiale grezzo per la produzione artistica già in divenire.
Il mare
Il mare per Paul Auster è la Esso Florence, la petroliera nella quale si imbarca grazie all’aiuto del secondo marito della madre, il padre del quale piangerà profondamente la morte.
Il gruppo di lavoro delle navi è inscatolato in uno stesso luogo per un tempo lungo ed è obbligato alla reciproca sopportazione molto più di quelli sulla terra ferma. L’assegnazione del lavoro dipende dall’anzianità di servizio.
Paul Auster inizia come operatore tutto fare, un compito che gli permette di osservare il backstage del lavoro e il lato oscuro delle persone. Fino all’arrivo di un lavoratore con una anzianità maggiore rispetto alla sua, quando il futuro scrittore passa alla mansione di sguattero-commesso.
La convivenza forzata fa emergere le negatività dei lavoratori: razzismo, pregiudizi, dileggio. E richiede attitudine all’auto-difesa fisica. Che Paul Auster apprende facendo.
I lunghi giorni di lavoro e di mare sono cadenzati dai porti, dalle visite nelle bettole e nei luoghi di ritrovo sulla terraferma. Frammenti d’America impossibili da immaginare dal New Jersey di provenienza.
La terraferma riserva ai marinai gli eccessi del grottesco. L’esagerazione delle conseguenze dell’alcolismo, colta nella gestualità sgraziata di una coppia, nell’esibizione delle ragazze-cannone come esempio di sensuale carnalità proposte da una tenutaria che rischia di confondersi con un personaggio di Charles Bukowski.
La scrittura come mandato esistenziale
Uno scrittore non ha possibilità di scegliere. Scrive e basta. La strada è una scuola di vita. La strada è la palestra per l’artigianato della parola esplorato e vissuto da Paul Auster.
Le scarpe e la penna: le scarpe per andare; la penna per trattenere l’emozione, per ricomporre la frammentarietà delle esistenze perdute nel caleidoscopio di un romanzo. Il lavoro per innescare la relazione.
Catarsi e riscatto: è la potenza della letteratura. Il lavoro è il motivo che permette la convivenza a presa diretta con i protagonisti del teatro, dei romanzi. E della vita stessa resa opera d’arte dal talento della scrittura.
Francesca Dallatana
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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