Non esistono società veramente atee, anche quando tanta gente, come oggi accade, si professa tale. Il perché lo ha spiegato Durkheim, uno dei padri, atei, della Sociologia: la società stessa è in sé un fenomeno religioso, in quanto, quale che sia, è basata su un sistema di credenze.
Anche l’ateo, che non vuol credere in Dio, crede quotidianamente in molte cose, spesso senza accorgersene, perché sono ovvie e date per scontate nel suo sistema socio-culturale. Compito della Sociologia, diceva un professore dell’Università di Napoli (Marselli), è chiarire, esplicitare, ciò che è ovvio, evitando di complicarlo.
Cosa c’entra tutto questo con la scienza?
Semplice: la cultura (post) illuminista, con cui siamo stati tutti formati in Occidente, ha fatto della scienza un sapere assoluto e unico, il Sapere supremo, circondato da un’aurea sacrale, e con i suoi sacerdoti, gli scienziati ufficiali, quelli che hanno, dall’élite al potere, l’accesso alle università e alle altre istituzioni culturali, nonché alla divulgazione manualistica e mediatica.
Esistono in realtà pure gli scienziati e gli intellettuali non ufficiali, non allineati alle posizioni dell’élite e perciò emarginati, che non hanno accesso alle maggiori istituzioni e alla più grande divulgazione. Ma ciò che raggiunge le masse, pure quelle che giungono alla media cultura, cioè alla laurea, è la scienza ufficiale. Essa è divenuta la religione non dichiarata della società borghese, capitalistica, laicista (cioè nemica delle religioni tradizionali). È così nata per volontà dell’élite internazionale al potere, una religione alternativa innanzitutto al cristianesimo, un tempo dominante in Occidente, una religione però infondata, come si dirà, che si chiama più correttamente scientismo, in quanto è un’esaltazione acritica della scienza, cioè dei suoi poteri conoscitivi.
Infatti, dagli studi sulla logica della ricerca scientifica (Filosofia della scienza), da quelli sul contesto sociale in cui essa viene prodotta (Sociologia della scienza), da quelli sulle dinamiche psicologiche coinvolte, individuali e di gruppo (Psicologia della scienza), a quelli sul suo concreto svolgimento nel tempo (Storia della scienza) risulta ormai:
a) che la scienza non produce verità assolute (né le produrrà mai, secondo Popper e altri);
b) che essa è un sapere condizionato, se non anche determinato, dal contesto sociale di appartenenza (innanzitutto dominato dall’élite localmente e in quel periodo al potere: in ogni epoca e società ce n’è sempre una = teoria sociologica delle élites);
c) che la soggettività psicologica dei ricercatori, le loro umane strutture mentali e i pregiudizi di derivazione sociale segnano e/o costruiscono la ricerca;
d) che è difficile o impossibile stabilire sul piano storico e metodologico cosa sia scienza e cosa no, ammesso che la cosa abbia un senso, dacché le metodologie e le teorie seguite e accantonate, nonché quelle possibili, tutte discutibili, sono state e restano tante e antagoniste (nonostante i tentativi recenti, forzosi e interessati, di standardizzazione. Cfr., ad es., K. Popper e P. Feyerabend).
Dai maggiori Convenzionalisti d’inizio Novecento (Poincaré e Duhèm) ad oggi, passando per i Neopositivisti, Popper, Kuhn e Feyerabend, ecc., le magnifiche sorti e progressive della scienza hanno mostrato, a dispetto di ciò che appare alle masse in-formate dalla élite occidentale, tutti i loro limiti. L’uomo-massa crede di avere sott’occhio l’evidenza dei successi scientifici, ma non sa quanto di aleatorio e provvisorio, di parziale e relativo, quindi di falso, vi si celi.
In campo medico, ad esempio, e solo dagli anni ’90, si è adottato il concetto di evidenze scientifiche, che non sono certezze, o leggi, ma tendenze statistiche probabilistiche (vedi statistica inferenziale o induttiva), con tutto quello di aleatorio che questo significa.
Più in generale, pure l’idea che esistano i dati oggettivi, con cui controllare le ipotesi, ormai ritenute da tutti comunque parziali e provvisorie, è stata messa in discussione da tanti ricercatori (cfr. Hanson, 1958; Feyerabend, 1975).
La tesi di Duhèm-Quine pone il problema dell’olismo della verifica (che è praticamente impossibile) e del significato, problemi tecnici complicati già solo a spiegarli.
Chi vuole documentarsi su questi temi può cominciare da un buon manuale universitario di Filosofia della scienza, anche se già questi sono testi difficili, e pure generalmente faziosi, perché riflettono le tesi di fondo di chi li ha scritti.
Alla fine del ‘900, infatti, l’accordo tra gli studiosi della scienza, a livello internazionale, era talmente alto e pacifico che si è parlato a ragione di “guerre della scienza” (del resto già ai tempi di Galilei si era giunti alle parolacce tra studiosi).
Comunque sia, chi ha un’idea semplicistica del sapere attuale che passa per scienza fa solo un atto di fede in quella che l’élite al potere in Occidente, capitalistica, voleva che fosse la nuova religione delle masse, che uniforma con i media e la manualistica corrente.
Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino
Docente di Filosofia e Storia nei Licei
Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

