Mi ricordo che quando ero piccolo, quando arrivava il 19 marzo, la Festa del Papà, alcuni giorni prima a casa mia c’era un certo fermento emotivo perché mia madre – unitamente ai miei fratelli- programmava, quanto meno, un pranzo come dio comandava secondo Lei, quando in realtà mia madre non era una gran cuoca perché, essendo di origine del nord Italia (ognuno ha i suoi problemi), proponeva una cucina pesante come il piombo.
Ma in un perfetto mix di rispetto e affetto noi dicevamo che era ovviamente la miglior cuoca del mondo mentre mettevamo in frigo quei pochi grammi avanzati da mezzo chilo di burro.
Mio padre era ieratico come la maggior parte dei nostri padri sul finire negli anni Sessanta ma, contrariamente ai padri dell’epoca, un chiacchierone pauroso financo pomicione e dotato di una cultura sconfinata derivante dal suo status sociale universitario.
L’atteggiamento di tutti noi figli di quegli anni, per noi nati in pieno boom economico, era sì di rispetto ma anche di una sottile paura che si condensava con la frase di mamma “adesso lo dico a Tuo padre”.
E notti insonni per il timore di aver scatenato l’ira di dio.
Le famiglie erano strutturate gerarchicamente e al centro della questione c’era la mamma che gestiva ogni cosa, compreso lo stipendio del marito per tirare avanti la baracca e tenendo una contabilità familiare neanche fosse stata il ministro delle Finanze per arrivare agevolmente a fine mese perché i padri- mariti demandavano tutto alle mogli.
E raramente non arrivava la ratifica dell’operato della consorte anche perché, in buona sostanza, se da una parte appariva che si fidassero ciecamente delle mogli e madri stesse, in realtà non volevano rotture di scatole gestionali ed andando il tutto ad incarnare alla grande una visione matriarcale della famiglia italiana.
La nostra società ancora non era stata contaminata dalla visione arrembante e mortificante statunitense che, in base ad un principio di modernità ricercata, altro non poteva fare perché popolo senza tradizione, cercò, riuscendoci, di stravolgere i valori e le gerarchie della società stessa amplificata dalla lotta di classe vista come ascensore sociale per abbattere ogni forma di autoritarismo e quindi in primis la famiglia.
Nacque quindi a Berkeley negli Usa, in piena guerra del Vietnam, la rivolta sociale del 1968 che presto si espanse in Europa con il maggio francese e da lì è cambiata radicalmente la società occidentale e segnando non tanto il tramonto della famiglia tradizionale ma più sommessamente la demolizione della figura paterna, vista come la prevaricazione in carne ed ossa.
Con tale protesta sì è andato a svilire il concetto di pater familias se non altro perché visto come retaggio non antropologico come doveva essere, ma come ultimo vistoso neo dell’epoca fascista.
Così siamo cresciuti noi che siamo diventati a nostra volta padri perdendo, agli occhi dei nostri figli, quell’aurea di invincibilità e di modello educativo perché è cambiato notevolmente il paradigma di essere padre.
E chiaramente quando qualcuno mi dice la parola patriarcato mi trovo avanti ad un bivio comportamentale: da un lato non so se ridere e dall’altro se sferrare una poderosa testata.
Poi prevale il codice penale e scoppio a ridere.
La società del consumo e dell’apparire sta continuando a fare il resto ma se il politicamente corretto che vuole la donna paritetica all’uomo (cosa giusta sotto anche il punto di vista anche evangelico) in realtà sembra che ci si stia avvicinando ad un rovesciamento dei ruoli con una femminilizzazione del padre apostrofato, da qualche radical chic, genitore uno perché bischero uno pare brutto.
Ne consegue che il papà ha perso lo smalto di essere padre per una serie di circostanze deleterie e sopra accennate che lo ha trasformato da punto di riferimento educativo ad amico dei figli che quindi vedono nello stesso un sostanziale coglione anche perché posta su Facebook più dei figli stessi.
La ricerca dell’edonismo che ha trasformato i padri in narcisisti senza macchia e senza paura, ha fatto sì che le famiglie abbiano perso quelle caratteristiche proprie come lo era per la polis greca di mutuo aiuto laddove il padre di oggi è sempre più fragile e senza palle e chiede soccorso e consigli ai figli sconsolati.
Ne consegue che la “baracca familiare” allo stato attuale la tiene in mano la mamma /moglie ma se è cretina anche Lei ci si ritrova con figli che hanno necessità di andare dallo psicologo cui è demandata l’educazione comportamentale ma a pagamento, non sapendo più proteggere la prole.
Una festa falsa che deve essere abolita perché’ ha il sapore di presa in giro di una figura che si perde dietro a sopracciglia ad ali di gabbiano.
Aveva ragione Sigmund Freud: “Non riesco a pensare ad alcun bisogno dell’infanzia altrettanto forte quanto il bisogno della protezione di un padre.”
Filippo Teglia – avvocato cassazionista penalista, pubblicista, giurista e docente universitario a contratto
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

