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La salute sotto controllo: quando prevenire diventa una nuova forma di paura

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C’è un momento, nella vita di una persona, in cui prendersi cura della propria salute smette di essere una scelta intelligente e comincia a diventare un’ossessione. È un confine sottile, quasi invisibile, che la medicina contemporanea rischia di attraversare sempre più spesso.

Abbiamo trasformato il corpo in un territorio da sorvegliare ventiquattro ore su ventiquattro.

Un orologio misura il battito, un’app registra il sonno, un sensore controlla la glicemia, un esame genetico promette di raccontarci il futuro.

Ogni valore diventa un possibile allarme, ogni variazione una minaccia, ogni imperfezione qualcosa da correggere.

La domanda è semplice: siamo davvero più sani o siamo soltanto diventati più bravi a preoccuparci?

La prevenzione è una delle più grandi conquiste della medicina.

Controllare la pressione, conoscere i propri fattori di rischio, sottoporsi agli screening raccomandati, mantenere uno stile di vita equilibrato significa intervenire prima che una malattia produca danni, ma prevenire non significa sottoporsi indiscriminatamente a qualunque esame disponibile.

Ed è qui che nasce il paradosso.

Più strumenti abbiamo per osservare il corpo, più rischiamo di trovare qualcosa. Un’anomalia minima, una variazione biologica, un reperto occasionale possono trasformarsi in ulteriori esami, visite, controlli e, talvolta, trattamenti. La persona che era entrata nello studio medico sentendosi perfettamente bene può uscirne con una nuova identità: quella di qualcuno che deve essere continuamente controllato.

È la trasformazione silenziosa della prevenzione in sorveglianza.

Il problema non è la tecnologia. La tecnologia, quando viene utilizzata correttamente, è una straordinaria alleata della medicina. Il problema nasce quando la tecnologia sostituisce il giudizio clinico e quando il dato diventa più importante della persona.

Un numero fuori dall’intervallo considerato normale non racconta necessariamente una malattia. Un parametro biologico non è una sentenza. Il corpo umano non è una macchina costruita in serie e non funziona secondo una perfezione matematica.

Da medico, considero questo uno dei rischi più delicati della medicina contemporanea: trasformare la persona sana in un paziente permanente.

Abbiamo già visto qualcosa di simile con l’ossessione per la longevità. La ricerca di una vita più lunga, se perde il rapporto con la qualità della vita, può diventare una prigione.

Oggi rischiamo di compiere un ulteriore passo: non limitarci a voler vivere più a lungo, ma pretendere di conoscere, controllare e correggere ogni possibile deviazione del nostro organismo.

E così la salute, invece di liberarci dalla paura, può diventare la sua nuova forma.

C’è anche una responsabilità culturale. Viviamo in una società che considera l’invecchiamento quasi un errore da correggere, la stanchezza un difetto, il dolore un fallimento e ogni limite biologico una sconfitta personale.

Ci viene continuamente suggerito che dovremmo essere più efficienti, più giovani, più performanti, più longevi, ma la medicina non dovrebbe promettere l’invulnerabilità.

Dovrebbe insegnarci a conoscere il nostro corpo, a riconoscere i rischi reali, a intervenire quando serve e, soprattutto, a distinguere ciò che è clinicamente importante da ciò che è soltanto statisticamente interessante.

La vera prevenzione non consiste nel fare tutto ciò che la tecnologia rende possibile. Consiste nel fare ciò che è utile.

È una differenza enorme.

Significa recuperare il valore della visita medica, dell’ascolto, della storia personale, delle abitudini, delle relazioni, del sonno, dell’alimentazione e del movimento.

Significa ricordare che un essere umano non può essere ridotto alla somma dei suoi biomarcatori.

Forse la medicina del futuro dovrà essere meno ossessionata dal controllo e più capace di discernimento.

Perché non tutto ciò che può essere misurato deve necessariamente essere misurato.

Non tutto ciò che può essere diagnosticato deve necessariamente essere cercato. E non tutto ciò che può essere corretto ha davvero bisogno di esserlo.

La salute non è l’assenza assoluta di anomalie.

È la capacità di vivere, di adattarsi, di invecchiare, di attraversare i propri limiti senza trasformare ogni limite in una malattia.

Dopo averci insegnato a vivere più a lungo, la medicina dovrà forse insegnarci qualcosa di ancora più difficile: come smettere di avere paura di vivere dentro un corpo imperfetto.

Prof. Fulvio Tomaselli – Angiologo Eticista Esperto di prevenzione della senescenza e di medicina rigenerativa.

Specialista in idrologia, climatologia, talassoterapia

Medico Responsabile, RSA Villa Tuscolana-Sereni Orizzonti, Roma

Vicepresidente di Labirinto 14 Luglio

Presidente onorario della società SIME

Fultomas1@gmail.com

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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