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La storia della Transilvania: intervista di Tudor Petcu a Ioan-Aurel Pop, il Presidente dell’Accademia Rumena

1) Buongiorno, se lei è d’accordo, vorrei iniziare il presente dialogo facendo riferimento al suo studio particolarmente ampio, “Storia della Transilvania”, che apporta tutti i chiarimenti necessari riguardo alla vera identità di questo spazio che la storia ha sottoposto a tanti tentativi. Le chiederei di raccontarmi quale sia stato il motivo principale che l’ha portato a sviluppare un simile studio e quale sarebbe l’unicità di quest’ultimo nel panorama della ricerca storica rumena.

La “Storia della Transilvania” di cui parli è, infatti, un lavoro di sintesi, una monografia storica di oltre 400 pagine (con illustrazioni, indice, bibliografia, ecc.), scritta da me e dal Prof. Ioan Bolovan, per il pubblico intellettuale in generale (vale a dire per gli amanti della storia senza una formazione storica specializzata). L’opera non rovescia montagne e non porta novità inaudite, ma colloca i risultati delle ricerche degli ultimi decenni nel quadro generalmente noto. La storia è una scienza dinamica e si rinnova costantemente, come ogni campo della conoscenza umana. Il lavoro nasce da un’esperienza unica: dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso fino al 2010, ho coordinato – insieme allo storico tedesco/sassone Thomas Nägler e all’ungherese/Szekler Magyari András – un grande lavoro sulla storia della Transilvania, in tre volumi (circa 1600 pagine), pubblicati in piccola tiratura, ma in più edizioni, di cui una in inglese. Finora, le storie etniche della Transilvania sono state generalmente scritte, cioè quella degli ungheresi, quella dei tedeschi e quella dei rumeni, con le proprie visioni e, in generale, diminuendo o evitando il ruolo di altri popoli/comunità/nazionalità.

In questa grande storia che vi racconto, per la prima volta, rumeni, ungheresi, sassoni, svevi, ebrei ed altri contribuiscono insieme a chiarire il passato transilvano, senza ovviamente unire ciò che la storia ha separato, ma mettendo insieme punti di vista diversi e anche attenuando le discrepanze nazionaliste. Puoi immaginare che una storia così imponente non fosse per il grande pubblico! Chi legge ancora oggi migliaia di pagine di storia, in un linguaggio specialistico, con numerosi dati e fatti, con nozioni ed espressioni note solo ai professionisti? Ecco perché abbiamo osato, alla luce di questa esperienza, riassumere quell’enorme sforzo per il grande pubblico amante della cultura.

Certo, non so se potrei rivelare la “vera identità di questo spazio” (la verità assoluta è prerogativa di Dio!), ma ti assicuro che ci ho provato. Abbiamo cercato di non tralasciare nulla di importante, di non privilegiare alcuni per discriminare altri, di non presentarci rumeni come immacolati e gli altri come colpevoli, di non parlare di culture e popoli superiori e inferiori, di popoli con storia e senza storia, come era morale e normale (per certe mentalità) un tempo. Né abbiamo cercato di applicare i valori, le idee e gli ideali di oggi al passato, perché se lo avessimo fatto, quasi tutto nel passato sarebbe stato arretrato, inappropriato, cattivo, ecc. È chiaro che ci sono riuscito solo in parte, perché nessuna cosa umana è completamente finita e perfetta. E la storia si scrive e riscrive sempre, sotto i nostri occhi, mentre appaiono nuove fonti (non c’è storia senza fonti, senza testimonianze), mutano concezioni, nuove sensibilità. Ogni generazione vuole la sua storia e questo è naturale, a una condizione: lo storico deve mirare a ricostruire la vita passata secondo il criterio della verità (tanto relativa quanto la verità è umanamente possibile). Non è così importante che non ci riesca pienamente, l’importante è che lo voglia e si impegni per farlo. Non sempre è fondamentale realizzare grandi imprese, ma volerle compiere con onore, con onestà e professionalità. Pertanto, questa “Storia della Transilvania” non è unica, ma è attuale e necessaria. Le persone che non conoscono la vita dei loro antenati, il vecchio mondo del luogo natio, non conoscono la realtà, sono povere e inclini all’errore, sono lontane dalla condizione umana.

2) Considerando il fatto che nella prima domanda mi riferivo alla “Storia della Transilvania”, ora le chiederei di presentarla a grandi linee a chi non ha ancora avuto il tempo di approfondire il suo studio e ai non iniziati in generale, quali sarebbero i documenti rilevanti che ha scoperto nella tua ricerca e che dimostrano che la vera identità della Transilvania è sempre stata rumena? 

Spero di non deludervi troppo, ma nessun territorio al mondo ha sempre avuto, nella storia, la stessa identità etnica. Le etnie sono sempre cambiate, così come gli individui. Anche il nome Transilvania non è molto antico, come alcuni pensano, cioè non deriva dall’antichità, sebbene sia composto da due parole latine. Il termine Transilvania (Oltre la foresta) risale intorno al 1000 d.C., quando le bande ungheresi e poi gli eserciti furono costretti ad attendere un po’ il tramonto presso la grande foresta che separava Crișana e Sătmarul (l’antico paese del duca/voivoda Menumorout) nel nord della regione intracarpatica, dove il duca/voivoda romeno Gelou governava su rumeni e slavi. Questa aspettativa prima della conquista fece sì che il paese venisse chiamato “oltre la foresta”. Tutte le tracce archeologiche, epigrafiche, numismatiche, documentarie, narrative, ecc. degli ultimi due millenni e mezzo mostrano che la Transilvania era abitata principalmente dal ramo settentrionale dei Traci, i Daco-Getae, ma anche da Sciti, Celti ed altri. Poi vennero i romani conquistatori e dalla sintesi daco-romana risultò il popolo romeno, che, verso la fine dell’etnogenesi, assimilò gli slavi.

La Dacia romana aveva i suoi centri più importanti in Transilvania, Oltenia e Banato, e il dominio romano a nord del Danubio durò circa 170-180 anni, circa sei generazioni. Dopo il ritiro delle autorità romane e di parte della popolazione a sud del Danubio (circa 271-274 d.C.), la popolazione locale in via di diventare rumena arrivò dalle nazioni migratrici (“barbari”): i Goti, gli Unni, i Gepidi, gli Avari, gli Slavi, i Bulgari, gli Ungheresi, i Peceneghi, i Cumani, ecc.

La Transilvania fu quindi chiamata per un tempo Dacia (libera), poi Dacia romana, poi Gotia, Hunia, Gepidia, ecc., dai nomi dei governanti temporali.

I romeni sono menzionati nel territorio della Transilvania dal momento della loro perfezione come popolo, cioè dai secoli VIII-IX-X. Molti parlano del “silenzio delle primavere”, nel senso che i romeni non vengono menzionati nel “millennio buio”, dimenticando che non si può registrare qualcosa che non esiste! I romeni compaiono nella storia (sotto il nome dato loro dagli stranieri, quello di Valacchi, con molte varianti) insieme agli italiani, ai francesi, agli spagnoli, ai portoghesi, ai catalani, ecc., cioè insieme agli altri romeni popoli. Tra i secoli XI e XIII (1000-1200 circa), la Transilvania, abitata da rumeni, slavi, peceneghi ed altri, fu conquistata dal Regno d’Ungheria, che, oltre agli ungheresi, colonizzò anche i Sassoni e gli Szeklers (questo nei secoli XII-XIII).

Il paese rimase un voivodato all’interno del Regno d’Ungheria fino alla sua scomparsa nel 1541).

Personalmente ho effettuato ricerche su diverse migliaia di documenti latini (alcuni inediti o sconosciuti nella storiografia rumena) dai quali risulta che in Transilvania, fino al 1350-1400 circa, esistevano quattro comunità riconosciute (chiamate “stati”) che partecipavano alla gestione del voivodato: i nobili, i Sassoni, gli Szeklers ed i Rumeni. Pertanto, i romeni non furono discriminati fin dall’inizio (erano necessari; erano i più e producevano di più; erano gente del posto; conoscevano ogni valle e ogni collina!), e quando iniziarono ad esserlo, “la caduta della loro eliminazione dal potere non è stato fatto per ragioni etniche, ma per ragioni confessionali.

I romeni erano ortodossi, cioè “scismatici”, e il Regno d’Ungheria in quei secoli medievali aveva la “missione apostolica” di combattere “pagani, eretici e scismatici”. Ciò che è abbastanza chiaro per chi vuole vedere è che, dal punto di vista demografico, la maggioranza degli abitanti della Transilvania erano rumeni, e poiché esistono censimenti moderni (dal 1700 circa in poi), sappiamo che questa maggioranza di rumeni è assoluta (più precisamente circa due terzi dell’intera popolazione).

3) Anche se la domanda che voglio porvi ora è piuttosto delicata, sarei comunque interessato a capire quale è stato il ruolo che la minoranza o comunità ungherese ha avuto in Transilvania nel corso della storia. In altre parole, come va intesa la presenza ungherese sul territorio della Transilvania? D’altronde si può dire che una tale presenza abbia dato, almeno una volta nella storia, un contributo positivo allo spazio transilvano?

Gli ungheresi (loro, come i romeni o i greci o tanti altri, hanno due nomi, uno interno – ungheresi – e un altro esterno –  gli Szekler, fino al XIX secolo, erano un’altra cosa, erano una “nazione” separata) arrivarono nella pianura pannonica nell’896 o 895-896 d.C., quando le regioni della Transilvania (cioè la Transilvania vera e propria, con il Banato, Crișana, Maramureș, ecc.) avevano tutta una storia alle spalle e quando il popolo romeno, dovunque si trovasse – avrebbe scoperto (richiamo l’attenzione sul fatto che la maggior parte degli storici ungheresi affermano che i rumeni si sono formati solo a sud del Danubio!), esisteva già completamente.

Per affermarsi come Stato cristiano, le sette tribù ungheresi (secondo la tradizione) impiegarono più di un secolo, perché solo nell’anno 1000, il loro duca Vajk fu battezzato in rito latino con il nome di Stefano. Naturalmente le prime incursioni di saccheggio (non di conquista) verso est, Transilvania compresa, furono effettuate più rapidamente, probabilmente dopo il ‘900, quando incontrarono romeni e slavi.

Dopo la conquista della Transilvania – effettuata faticosamente, da ovest a est, con direzioni di avanzata su Someș e Mureș – il re inviò i suoi comitati nei nuovi territori, che occuparono le vecchie fortezze di terra o le rovine degli accampamenti romani dai più antichi abitanti. Gli Ungheresi erano ancora una minoranza numerica, ma erano diventati signori, e l’esponente di questo dominio era il popolo del re (entourage), poi nobilitato.

I cittadini comuni ungheresi, che arrivarono con la regola (e dopo che la regola fu imposta), erano proprio come gli altri. Gli ungheresi portarono in Transilvania una propria organizzazione (di antiche radici gentilizie), alla quale si sovrappose il modello tedesco occidentale e poi franco-napoletano: le contee (come unità amministrative), la nobiltà, i serbi, i cattolici chiesa, ecc. Le realtà ritrovate erano di diversa natura, romene, con radici romano-bizantine e con una forte influenza bizantino-slava: paesi locali romeni, stati principeschi, voivodati (distretti ribattezzati), magistrature/principi, duchi/voivodi, la Chiesa d’Oriente, eccetera. Questi due modi di vita e di organizzazione non combaciavano e si scontravano. A partire dagli anni 1350-1400, gli ungheresi assunsero più seriamente di prima il ruolo di padroni in Transilvania, ed i rumeni vennero considerati sudditi in blocco. Pertanto, nel tempo, gli ungheresi formarono una mentalità di padroni, dominatori, padroni, signori, e i rumeni quella di servi, sudditi, servi.

Ma, come ogni popolo o parte di popolo, gli ungheresi della Transilvania hanno svolto un ruolo storico, hanno costruito una civiltà, hanno costruito case, hanno lavorato la terra, hanno creato cultura, letteratura, arte, ecc.

È vero che a volte alcuni ungheresi assumono ruoli che non avevano, come la civiltà urbana di tipo occidentale portata in Transilvania dai Sassoni/Tedeschi. Le città circondate da spesse mura di pietra non furono inventate né dagli ungheresi né dai rumeni, ma dal mondo romano d’Occidente e post-romano e portate (riportate) a noi dai germanici (sassoni, teutoni). Nella cultura ungherese e nella civiltà della Transilvania c’è l’orgoglio di assegnare ruoli che non provengono dal suo interno: ad esempio, la Chiesa di San Michele a Cluj è opera dei Sassoni che all’epoca popolavano la città di Cluj (XIV secolo); la statua di San Giorgio che uccide il drago (1373, situata a Praga) è opera degli artisti tedeschi di Cluj Martin e Gheorghe, figli di Nicolaus; Iancu de Hunedoara, il più grande combattente del Regno d’Ungheria, è di origine rumena.

Di origine rumena è anche Nicolaus Olahus, il più grande umanista del Regno d’Ungheria; Gaspar Heltai, il primo grande tipografo ungherese a Cluj, era un sassone di Cisnădie; il riformatore Francisc David – il padre della Chiesa unitaria ungherese – era un sassone di Cluj, ecc. Naturalmente si potrà dire che allora l’etnia non aveva molta importanza, anche se ne aveva una significativa.

Ma se l’etnia in generale non conta, allora perché quella ungherese viene sempre enfatizzata, anche quando è inventata? Al di là di questi aspetti, però, gli ungheresi, insieme ai rumeni, ai sassoni, agli Szekler (si fusero con la nazione ungherese solo a partire dal XIX secolo) ed altri, ebbero un ruolo importante nella creazione del mondo transilvano. La Transilvania – lo dico sempre – appartiene a tutti i suoi abitanti, ma – lo sottolineo ancora per chi se ne dimentica – come parte integrante della Romania! Questo è il destino, finché i rumeni rappresentano più di tre quarti della popolazione della Transilvania e gli ungheresi oltre il 17-18%.

4) Come ho cercato di ricordare a mia volta, è ovvio che l’identità della Transilvania è sempre stata rumena, e la prova di ciò esiste senza alcun dubbio. Adesso però vorrei chiederla come caratterizzerebbe storicamente la specificità culturale e spirituale della Transilvania rispetto alle altre regioni rumene?

Dal punto di vista storico, ripeto, l’identità della Transilvania era multietnica e multiconfessionale. Ma con la formazione dei moderni stati nazionali, quando sorse la questione dell’appartenenza di alcune province storiche a questi stati nazionali, la Transilvania, con circa due terzi rumeni, circa 20% ungheresi (e Szeklers) e circa 10% tedeschi (sassoni e Svevi), secondo i principi democratici e il diritto internazionale, doveva diventare parte della Romania. Questa schiacciante maggioranza rumena significa anche che il mondo romeno ha lasciato una forte impronta su tutta la vita interna della provincia. Ricordo una risposta del pastore sassone (luterano) Stephan Ludwig Roth il quale, quando nella Dieta si discusse vivamente di sostituire il latino, come lingua ufficiale della Transilvania, con l’ungherese o il tedesco (e i deputati ungheresi e sassoni non erano d’accordo) , intorno al 1842, si alzò e disse: “Non c’è bisogno di dichiarare una lingua come lingua ufficiale del paese, perché abbiamo già una lingua del paese. Non è tedesco, ma nemmeno ungherese, è rumeno. Non importa quanto noi, le nazioni rappresentate nella Dieta, giriamo e giriamo, non possiamo cambiare nulla. Questa è la realtà”. A sostegno della sua tesi, il sacerdote ha utilizzato semplici argomenti presi dalla vita di tutti i giorni: “Non appena si incontrano due cittadini di nazionalità diverse e nessuno dei due conosce la lingua dell’altro, la lingua rumena funge da traduttore”. Quasi tutto il mondo rurale della Transilvania era rumeno, anche quello nella Terra Reale (data ai Sassoni) e tra i Szek. Naturalmente, a causa di questa specificità della Transilvania – l’unico dei tre Paesi rumeni che non ha mai avuto un governo politico romeno e nessuna élite socioeconomica rumena al potere – dopo la Grande Unione, anche le differenze con la Terra rumena e la Moldavia erano evidenti visto. Anche tra questi ultimi due ci sono delle differenze, nonostante abbiano avuto una storia molto simile, se non quasi identica. I romeni della Transilvania furono in precedenza influenzati dalla cultura occidentale, i cui portatori furono anche i loro conviventi, cioè i sassoni, gli ungheresi, gli svevi, oltre a coloro che provenivano direttamente dall’Occidente (viaggiatori, mercanti, soldati, umanisti, intellettuali). Una parte dell’élite rumena medievale divenne cattolica, ma rimase rumena per lungo tempo o rimase rumena del tutto, a livello dei villaggi. I romeni della Transilvania, nel 1697-1701, si unirono alla Chiesa di Roma, divennero cioè greco-cattolici, riconoscendo nella chiesa l’autorità suprema del Papa, con la conservazione del rito bizantino. Da 60 anni questi romeni non hanno altra gerarchia ecclesiastica che quella greco-cattolica. Fu solo nel 1761 che fu ristabilito un vescovato ortodosso rumeno, con sede a Rășinari, vicino a Sibiu. Sebbene tutti i rumeni, compresi i transilvani, avessero lo slavo come lingua di culto, cancelleria e cultura nel Medioevo e usassero l’alfabeto cirillico, i primi a passare alla lingua rumena e all’alfabeto latino furono i rumeni della Transilvania. Anche i dialetti romeni della Transilvania, del Banato, della Crișana e del Maramureș sono diversi da quelli delle montagne, dell’Oltene, della Moldavia, ecc., conservando, ad esempio, il rotacismo e diverse parole di origine latina. E potrei continuare molto con le differenze, ma non ce n’è bisogno, perché le somiglianze che garantiscono l’unità della Romania sono molto maggiori. In 100 anni di vita politica insieme, tra i confini della Romania, le differenze – anche di mentalità – si sono molto attenuate e, per molti versi, sono scomparse. Chi pedala sulla salita delle differenze o è ignorante, o ha obiettivi nascosti, o non vuole sapere come funziona questo mondo. Vedete quale specificità spirituale ha un francese di Lille rispetto a un marsigliese, un italiano di Bologna rispetto a un palermitano, un tedesco di Stoccarda rispetto a uno di Amburgo, ecc. eppure si siedono insieme, lavorano insieme, escono insieme, parlano la stessa lingua letteraria. Vengono anche criticati e ironizzati, ma nel nostro Paese, a volte, le critiche sono così feroci che si potrebbe pensare che i transilvani siano efficienti quanto i giapponesi, rispetto ai “re” che sarebbero solo ironici, “mitici” ecc.

Ma non è affatto così! E la cosa delle tasse che vanno a Bucarest, per essere ridistribuite e non tornare mai più in Transilvania, è un pugno nell’occhio. In primo luogo, che tali redistribuzioni avvengono ovunque (è assurdo che alcune regioni restino per sempre arretrate e altre siano sempre al vertice), e in secondo luogo, da dove si prende molto, si dà di più… Ma, quando si perseguono interessi nascosti, è facile incolpare gli altri, gli estranei nella tua regione, gli estranei nella tua nazione, ecc. Insomma, per rispondervi direttamente, la Transilvania ha le sue specificità, ma lo stesso vale in Baviera rispetto al resto della Germania, in Piemonte rispetto al resto d’Italia, in Alsazia rispetto al resto della Francia, ecc. e nessuno si scandalizza né si sorprende.

Oppure, se lo fanno, lo fanno con decenza e attenzione alla nazione nel suo insieme.

Tudor Petcu

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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dott. berardi domenico specialista in oculistica pubblicità

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